sabato 31 marzo 2012

La Germania, magari!



“I sequestrati di Altona” che RaiStoria opportunamente (perfidamente) ha riproposto in questi giorni pone interrogativi sugli avvenimenti di oggi con le parole e le immagini di allora. Allora era il 1962 e con un cast di valenti attori il film (in bianco e nero) girato da Vittorio De Sica esprimeva tutti i tormenti dei tedeschi ancora oppressi dagli incubi della guerra e dalle recenti esperienze della pianificata distruzione di ogni città e dalle miserabili condizioni di vita dei primi anni del dopoguerra. Negli anni dello sviluppo economico di allora i tedeschi (o almeno quei tedeschi) esprimevano quella voglia di rivalsa (di rivincita) che gli è propria.
Sono impressionanti la trama e le parole pronunciate dai protagonisti: il padre grande industriale arricchitosi con i nazisti prima e con la democrazia dopo, il figlio militare accusato di crimini di guerra che si nasconde ancora dopo tanti anni. La vicenda finisce drammaticamente con la morte (suicidio?) di padre e figlio nei cantieri floridi di Amburgo, mentre l’altro figlio con la moglie (Sofia Loren) si salva perché attratto dal Teatro.
Guardato oggi quel film, che non ebbe alcun successo di pubblico, risulta impressionante, perché dimostra di che pasta è fatto l’animo tedesco, se ci si può esprimere in queste parole, e risultano inquietanti le parole pronunciate dall’industriale (Gerlach, costruttore di navi) e dal figlio oggi che le intese politiche europee vedono la Germania non solo come un grande paese in termini di economia nazionale (come nel film) ma come protagonista principe nell’ambito di un’unione europea che detta regole ed impone sacrifici a tutti gli altri Stati aderenti.
Emergono dubbi sulla bontà e sulla coerenza delle politiche comunitarie, non solo per le diversità culturali in senso ampio che indubbiamente sussistono tra popolazioni nordeuropee e paesi latini, con tutti i difetti e le virtù degli uni e degli altri. Dubbi emergono anche sulla coerenza di tutto il percorso politico, intrapreso ormai da tanti anni.
Per dire: io un Violante che si ostina a salvaguardare i suoi privilegi di ex presidente della Camera dei deputati in panni tedeschi non ce lo vedo. Il Befera(ben pagato) che succhia sangue a gente costretta poi a suicidarsi nemmeno lo vedo in terra germanica. Gli esempi sono tanti e vado alla conclusione.
La non coerenza del percorso europeo emerge dalla sfilacciata, informe, tecnica di governo che si sostanzia in settori i più disparati senza affrontare la questione fondamentale di ogni disegno, veramente, di alto profilo politico e cioè quello di attribuire a ciascuno la piena cittadinanza europea con tutti i diritti e tutti i doveri, dal nord al sud del continente. Sarebbe più pratico e più dignitoso per tutti, nella cattiva e nella buona sorte.
In Italia, il nuovo sistema manderebbe a quel paese (in Africa?) tanti palloni gonfiati che pappano alla grande sulle casse dello Stato mentre si pongono come Autorità morali un giorno si e l’altro pure.
In Germania, come si vede nel film di De Sica, le cose si fanno seriamente e chi ha più titoli rischia fino a suicidarsi quando si commettono errori.
Da noi si suicidano solo i disperati, perche dissanguati dalle Autorità morali dello Stato (autorità ad alto stipendio e con grassi privilegi). Le stesse autorità che propongono globalizzazione ed europeismo per gli altri (i sudditi).
Chissà che non convenga affrettare l’agonia di questi anni invocando l’unica prospettiva seria che si intravede, superando una buona volta le arlecchinate senza senso e senza reali contenuti di tanti che si propongono come competitori in questo Paese. La verità è che le nostre autorità costano troppo e non governano più nulla, tranne il grasso delle caste.
A questo punto, in mancanza di serie alternative, ben venga la Germania. Saremmo (tutti) tedeschi e ci libereremmo di papponi ed evasori, che in Italia si tengono per mano.

giovedì 22 marzo 2012

L'Era dell'irresponsabilità



E c’era qualche dubbio?: “La legge 300 si è sempre e solo applicata al privato; nella pubblica amministrazione tutto viene regolato per legge, dai salari ai regolamenti, alla disciplina del contratto”. Bonanni, ha ricordato: "la Fornero ci disse chiaramente che il pubblico impiego non era coinvolto".
E il taglio agli stipendi dei burocrati di Stato? “Hanno ragione (così dice Sergio rizzo, ironizzando) Donato Bruno e Silvano Moffa. I due relatori nelle Commissioni parlamentari del provvedimento che fissa il tetto agli stipendi pubblici hanno ragione quando scrivono che c' è il rischio di provocare ingiustizie. Applicare come limite massimo per le retribuzioni lo stipendio del primo presidente di Cassazione ai soli statali escludendo gli alti dirigenti di enti locali, università, Asl e altre istituzioni «può dare luogo a disparità di trattamento tra soggetti chiamati a svolgere prestazioni simili». Ma guarda un po!
Come và sul fronte industriale e cosa propone il Governo dei tecnici? “La Fiat non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell´Italia» perché «chi gestisce Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti». Mario Monti, di fronte alla platea di Confindustria. E si sa…la globalizzazione delle elites!
E Mario Draghi (già invocato al posto di Monti ed oggi alla Bce) cosa dice? «Il modello sociale europeo è già superato». Ad eccezione del suo stipendio.
Come era prevedibile, come era comprensibile, già da tempo siamo entrati nell’era dell’irresponsabilità ovvero del governo dei potenti che non hanno responsabilità nei confronti della cittadinanza che governano, ma che rispondono solo all’istinto di conservazione dei propri, individuali privilegi e di quelli dei poteri forti ai quali hanno da rispondere. Il tutto, come sempre, in salsa italiana dove ogni decisione pubblica assume un significato più pecoreccio, grottesco, perché sono gli stessi furbi del quartierino, che giorno per giorno, dalla televisione o dalla stampa e comunque dalle loro poltrone ci spiegano quello che bisogna fare per essere un Paese virtuoso, moderno, efficiente. Complimenti!
Nel frattempo, in questo intervallo di tempo, tra una disastro economico e l’altro, quando ci convincono che tutto va per il meglio, si leggono affermazioni molto significative da parte di persone semplici, insospettabili: “L'arma di cui dispongono i cittadini è quella dello sciopero fiscale iniziando con non pagare la nuova tassa sulla casa (IMU) ed il canone RAI che sono le due imposte più ingiuste in assoluto.” E poi: “Per prima cosa, si sfata il mito che chi non paga le tasse è un evasore, poiché per sopravvivere saremo costretti ad una scelta esiziale: mantenere la Casta oppure i nostri figli. In pratica, si tratta d’assumere tutti i metodi che ben conosciamo col meccanico, con l’idraulico, col medico: quanto mi fai senza fattura? Senza scontrino?”.
Ancora una volta complimenti! Nel centicinquantenario dell’unità del Paese si inaugura una nuova pedagogia nazionale, basata sulla lotta per la sopravvivenza e sul fregare il prossimo.
Giustamente, chi dirige dà l’esempio!

mercoledì 14 marzo 2012

In attesa della “spending review”. Olè!!


Tocca fare un plauso al prof.Pizzetti (Autorità per la Riservatezza) al presidente Giampaolino (Corte dei Conti) e…al procuratore Jacoviello (Corte di Cassazione) per le non conformistiche, coraggiose, significative, affermazioni espresse negli ultimi giorni in relazione a vari aspetti della vita pubblica in Italia che si concretano in norme, giudizi, atti, che involgono milioni, migliaia e anche poche centinaia di cittadini. Ciò che caratterizza e accomuna quanto detto dai citati servitori dello Stato è proprio questo: la preoccupazione per uno smodato e incontrollato uso dei poteri pubblici, che avvenga a carico di molti o di pochi non fa differenza.
E’ vero che il cittadino, pantofolaio, smanettone, politicamente corretto, si sarà un po arrabbiato: e che diamine, in fondo si tratta di Dell’Utri, se l’è andata a cercare! è giusto bisogna sapere i fatti di tutti!
Ora, è proprio questo che qualificano uno stato di diritto e un’opinione pubblica civile, la preoccupazione costante che le norme abbiano rispetto di valori fondamentali e che siano applicate con cura a prescindere da chi subisce l’azione dello Stato.
Il prof. Pizzetti ha detto bene:” È proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». Che altro aggiungere?
Su temi che toccano milioni di persone, il presidente della Corte dei Conti, Giampaolino ha detto: “Il peso delle tasse punta a superare il 45%, un livello che ha pochi confronti nel mondo. Le manovre di aggiustamento 2011 sulla spinte dell'emergenza hanno operato soprattutto sul lato dell'aumento della pressione fiscale piuttosto che, come sarebbe stato desiderabile, dal lato della riduzione della spesa». Che altro aggiungere, anche in questo caso? Anche considerando che la famosa “spending review” emerge e si inabissa di giorno in giorno. Perché sui tagli alla Casta (in senso ampio) Lorsignori si difendono bene.
E se il Procuratore generale della Cassazione dice che si può essere giudicati e condannati solo in presenza di “fatti” accertati, come non rimanere inquieti in ipotesi effettivamente contraria? Non è questione di chi in particolare subisce il processo, perché si legifera in campi delicati in modo che già parecchi magistrati cominciano a temere ingiuste e massive applicazioni. Forse Jacoviello si è fatto megafono di tanti altri colleghi.
Viviamo tempi in cui la cultura di governo ha perso uno dei connotati fondamentali che distingue una democrazia da forme di tirannia, ovvero il senso del limite e i parlamenti che sono nati proprio per limitare i poteri pubblici sono diventati solo votifici, incapaci di difendere i valori essenziali delle persone, delle comunità. A proposito: stanno approvando (in Parlamento, alla chetichella) un nuovo trattato europeo che manderà in soffitta ancor di più la Costituzione del 1947.
Chi governa, chi controlla, chi legifera, chi accusa e chi giudica dovrebbe sempre mettersi nei panni del cittadino qualunque e considerare di stare dall’altra parte, come persona, come contribuente, come cittadino.
Sembra piuttosto che si faccia a gara a sollecitare i risolini delle tricoteuses: ogni giorno si minaccia, si legifera, si governa, additando il nemico del popolo da mandare alla ghigliottina (certi spot televisivi non hanno nulla di meno della propaganda nazista o sovietica).
C’è voglia di raddrizzare le gambe ai cittadini affermando la repubblica dei virtuosi. Peccato che in giro non si vedono Robespierre ma troppi interessati a difendere con le unghie i propri alti privilegi. Italiens, come sempre: più danno fiato alle trombe e più risultano non credibili.
Rimaniamo in attesa della “spending review”. Olè!!

sabato 3 marzo 2012

Il buon esempio da Gomorra



La Tav (o Tac: perché ad un certo punto da treno passeggeri è mutato in treno che trasporta merci) può diventare il simbolo o lo spartiacque di questi anni dove tutto muta e difficile risulta comprendere o accettare la direzione che le classi dirigenti interne ed europee intendono seguire.
Così come si è protestato per l’intramontabile Ponte sullo Stretto, si protesta oggi per il Tav. Per i costi (enormi) per la crisi economica (sempre più acuta) per la inadeguatezza delle idee rispetto all’evoluzione che caratterizza il presente di milioni di persone. Come per l’Expo di Milano, si può dire che questi progetti si scontrano con la modernità delle comunicazioni che per tanti aspetti della vita viaggiano attraverso fili ed antenne. L’Expo, il Tav, il Ponte sullo Stretto, oltre a suscitare preoccupazioni per i motivi già detti hanno un velo di passato, di non attualità. Le Esposizioni Universali, come prevista per Milano, sono nate nell’Ottocento e così le grandi tratte ferroviarie (la Transiberiana, l’OrienT Express). Il Ponte sullo Stretto richiama il tunnel sotto la Manica (le società gestrici sono fallite più volte).Anticherie.
Nel mondo che esalta il digitale, le ricorrenti innovazioni della telematica e dell’informatica, risulta davvero incomprensibile far passare per modernità e progresso l’antico affare del cemento, perché di questo si tratta. In Italia è rimasta solo l’industria del cemento.
C’è, invece, una concezione nuova che si sta imponendo circa le realizzazioni infrastrutturali reali (quelle che si toccano) e che richiama l’idea del riuso e della rivitalizzazione.
Quante reti già esistenti potrebbero essere rimesse a nuovo con i più moderni standard, senza rincorrere nuovi stratosferici costi per nuovi espropri, compensazioni… e senza i fastidi dei cortei e delle occupazioni?
E questa idea dell’economia per cui le merci viaggiano per migliaia di chilometri, per essere prodotte, magari in più fasi e in siti distanti, e che viaggiano ancora per raggiungere i consumatori…quanto è moderno tutto questo?
Nel pieno di una crisi economica, vedere un intero ceto dirigente incapace, nemmeno su questo, di confrontarsi con i dubbi che tanti comuni cittadini esprimono dà il segno di qualcosa che sta mutando nella concezione della democrazia. Se i referendum celebrati non contano, se quelli richiesti non sono autorizzati, se le elezioni sono pericolose, se le manifestazioni danno fastidio ai benpensanti, in quale altro modi si potranno esprimere i cittadini, come singoli o associati?
P.s.: per una volta i Campani (o meglio i partenopei-casertani) mostrano di essere civili, educati, come scolaretti (altro che valsusini!). L’unica grande opera in costruzione in Italia c’è e va avanti senza manifestazioni, senza occupazioni e senza nemmeno risvolti giudiziari: la nuova Base Nato sul lago Patria.
Nella terra di Gomorra è un miracolo. Un vero godimento!

sabato 25 febbraio 2012

La favola dell'ICI


“Ici, la Bocconi di Monti non paga dal 2005. E il Comune di Pisapia presenta il conto. Scontro tra il sindaco di Milano e l'Ateneo: la contesa riguarda le residenze universitarie in via Spadolini, un complesso per studenti fuori sede con 333 camere a disposizione della gioventù bocconiana su cui non sono stati versati i contributi a Palazzo Marino dal 2005”.
La questione che prende le prime pagine dei giornali in questi giorni potrebbe essere aperta così, invece che con il solito riferimento alla Chiesa. Non è per particolare devozione che si affermano queste cose ma vale la pena sottolinearle per due motivi. Il primo è la complessità del problema. Il secondo è dato dal fatto che la vicenda non riguarda esclusivamente la Chiesa ma tanti altri soggetti collettivi che in questi giorni si riparano dietro di essa. In ogni caso si dimostra ancora una volta la prevalenza di un sistema d’informazione sciocco e conformista, quanto basta per rimanere nell’ambito della immanente nuova religione del “politicamente corretto”.
L’esempio all’inizio riportato dimostra: che l’esenzione dall’Ici riguarda anche laicissime università che tanto danno al Paese (compreso Mario Monti) così come riguarda i sindacati, i partiti, associazioni culturali ed altri, come si vedrà. La seconda è che nella solita congerie di definizioni normative che riguardano l’Ici, anche per questi aspetti particolari, ci si scontra con concetti non facilmente traducibili in obblighi e pretese tra contribuenti e autorità impositive.
In un Paese dove per la scuola non ha più senso parlare di una netta distinzione tra scuola pubblica e privata, di una sanità che solo formalmente è privata, ma per lo più partecipa a pieno titolo del sistema sanitario nazionale, risulta incomprensibile che la stampa accenda i fuochi contro i soliti noti, non tenendo conto che la composizione dei diversi interessi risulta obiettivamente difficile. Quando la legge esenta dal pagamento dell’imposta gli edifici “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”, ne consegue che i pretendenti all’esenzione sono chiaramente molti e di ogni colore.
In realtà, per limitarsi ad una sola considerazione tecnica, la questione andrebbe risolta non solo in riferimento alla particolare destinazione svolta negli edifici, ma anche in riferimento alla circostanza che dall’attività si tragga un utile e alla previsione di distribuzione dell’utile.
In Italia succede questo, che il sistema informativo, per la gran parte, soffia sul fuoco per spirito di parte, senza dare conto della realtà delle cose.
Un po’ come all’asilo tra maestri e alunni. Si narra quello che i piccoli amano sentire.

sabato 18 febbraio 2012

"Addà passà a nuttata"


La pressione fiscale da sempre costituisce segnale di decadimento di sistemi politici. Dall’Impero Romano ai possedimenti britannici in Nordamerica, crolli e sollevazioni hanno visto un’accentuazione della pretesa tributaria dell’Autorità non ritenuta giustificabile da parte dei cittadini, soprattutto in presenza di disparità di trattamento e di disordine nella spesa pubblica. Come nella fine dell’Ancien regime, quando la classe dirigente dell’epoca, come la classe equestre della Roma degli imperatori, si arricchiva a danno del popolo sottraendo oltre il lecito risorse, nell’Occidente in decadenza vediamo sfruttamento e arrichimenti, senza che si veda, oggi, il rimedio.
In presenza di una crisi economica che vede fallimenti, chiusure di attività, licenziamenti e suicidi, si nota una particolare attività legislativa ed esecutiva tendente a reperire risorse anche dove ormai mancano, pur di conservare privilegi che non trovano giustificazione.
I mezzi d’informazione danno conto di attività di controllo a tappeto nelle città, che evidenziano (quanto in maniera attendibile?) irregolarità fiscali come la mancata emissione di scontrini. Come se la pretesa tributaria (cosa che tanti ignorano) dipendesse da quelli o addirittura dalla contabilità d’impresa. Basta leggere quanto afferma il presidente di Cgia al riguardo dei famigerati “studi di settore”: “Con gli studi ormai a regime la valenza fiscale di questi strumenti (il controllo sugli scontrini) non ha più senso, visto che i ricavi degli autonomi, e le conseguenti imposte e contributi da versare allo Stato, sono stabiliti a tavolino dall’Amministrazione finanziaria attraverso gli studi di settore”.
Nel frattempo la norma posta dal Governo Monti sulla limitazione di compensi pubblici che non dovrebbero superare lo stipendio lordo del presidente della Corte di Cassazione (circa 300 mila lordi) pare stia andando in cavalleria, in sede di conversione in Parlamento. Le giustificazioni, le ragioni contrarie espresse dai parlamentari non mancano. Si sa, ognuno aiuta l’altro,anche in presenza di un tracollo economico, l’importante è che paghino gli altri. A proposito: il Davigo che parlava (e parla) di sistema corruttivo ambientale non ha da dire nulla in proposito?
C’è chi teme il successivo intervento della Corte Costituzionale: “le sue sentenze, infatti, non consentono riduzioni dei trattamenti economici in vigore. Gli stipendi non si toccano, nessuna “reformatio in peius” è ammessa.” E ti pareva! in Italia trionfano i “diritti quesiti”, anche quando tanta gente perde redditi, lavoro e si moltiplicano i suicidi. Il decreto dovrà essere approvato martedì 21 febbraio. Vista l’aria che tira sicuramente sarà modificato nel senso che il tetto varrà per le nuove nomine. Befera, Mastropasqua, Catricalà, i dirigenti di Authority, dei Monopoli di Stato e di altre di autorità pubbliche già stanno festeggiando.
Nel frattempo la Rai (che regala soldi a tanti che tiene sul libro paga) chiede a 5 milioni di imprese il pagamento del canone su qualsiasi apparecchio in grado di ricevere il segnale televisivo: pc, videofonini, videoregistratori, iPad e sistemi di videosorveglianza."Vanno anche per le tozze" si dice a Napoli.
Per finire, il Procuratore nazionale Pietro Grasso suggerisce di applicare sequestri e confische agli evasori, come ai camorristi. Insomma siamo in guerra (economica) e ognuno la spara più grossa possibile, addosso agli altri. Mai che qualcuno suggerisca di istituire una “commissione per gli approfittamenti di regime”.
Siamo come in Napoli milionaria: “addà passà a nuttata”.

sabato 11 febbraio 2012

Ci manca Dickens



Il calendario delle emozioni proposto da Google offre tante occasioni di contrizione, di sedgno, di esaltazione, per piccoli e grandi uomini. Sono le liturgie dei tempi moderni, che vengono ben accolte perché costano poco, non ci si muove dalla sedia, basta cliccare e condividere, copia-incolla, battere il petto e recitare con devozione.
C’è una ricorrenza che è passata invece sotto silenzio, a me pare, anche sulla stampa ed in televisione e riguarda il bicentenario di Charles Dickens, scrittore inglese dell’ottocento, noto per l’attività di romanziere e di giornalista.
Dickens descrisse la realtà dei suoi tempi, né più né meno osservando i mutamenti dovuti all’irrompere della prima industrializzazione, all’urbanizzazione e soprattutto alla povertà provocata dalla egemonia assunta dai nuovi ricchi imprenditori.
Dickens non fu l’unico, né in quel tempo né dopo. Avviò il genere definito “romanzo sociale” che illustrava le contraddizioni, le ingiustizie provocate dalla volontà dei ceti ricchi a danno di vasti strati di popolazione, volontà non mediata dalla politica e portatrice di una concezione della vita secondo la quale la ricchezza è manifestazione della Capacità e addirittura della Grazia di chi ne beneficia, mentre la povertà è conseguenza della Colpa innata.
Da Dickens, a Zolà, a Ignazio Silone, a tanti altri, la letteratura, ma anche il giornalismo che prende il largo come fonte di conoscenza, nell’ottocento e nel novecento presentano un sapere che sempre più tiene conto della condizione dei poveri e dei ceti svantaggiati rispetto alle storture e alla sete di ricchezza di chi ha potere.
E’, quello, il tempo in cui la politica si esprime attraverso leader e pensatori in direzione di un cambiamento radicale della realtà o verso una moderazione delle spinte più egoistiche dei “padroni”.
Ci manca Dickens, perché saprebbe illustrare bene, con la capacità del romanziere, situazioni che non si differenziano molto dai suoi tempi. L’obbligo di privilegiare i ricchi perché capaci di creare crescita da distribuire a tutti, il mantra della quadratura dei conti, dogma da rispettare a danno della dignità di vita delle persone.. tante cose ricordano oggi i suoi tempi. Mancano persone e parole capaci di descrivere la satolla insufficienza con la quale molti guardano con indifferenza alla povertà degli altri, che avvenga in Grecia o in Irlanda o magari in Italia.
Dickens, Zolà, Silone, come tanti leader e pensatori politici parlavano della ingiustizia tra gli uomini e delle storture della società, tra quelli che erano messi bene e quelli che dovevano arrangiarsi e hanno scritto e hanno lottato per riforme e per rivoluzioni senza frenarsi di fronte a remore furbescamente manifestate dai benpensanti di allora e cioè che la denuncia letteraria o l’azione politica fosse manifestazione di invidia sociale (“istigazione all’odio tra le classi”, un reato). I grandi cambiamenti della storia non tengono conto di questi piccoli sentimenti. I ragazzi di Dickens e i cafoni di Silone non avevano tempo per queste remore, né i riformisti e i rivoluzionari si accomodavano al tavolo dei “padroni” col cappello in mano.
Buona parte delle “teste pensanti” di oggi hanno l’irrefrenabile voglia di essere ed apparire conformi al credo prevalente e mentre la realtà cambia drammaticamente per milioni di persone e per interi paesi, i nostri guardano dall’altra parte perché vogliono essere ricevuti a corte o rimanerci. Non c’è spazio per le tragedie di sempre e che pure si ripetono. La povertà la fame, il predominio dei forti sui deboli, persone o stati..roba vecchia, non fa tendenza. E vai con la legalità, con il merito, con la capacità, con la crescita…e così via. Tutte cose buone e giuste, ma mai che mettessero sul tavolo ingiustizia, disuguaglianza, prevaricazione, dignità.
Sono i sacerdoti dell’Ordine prevalente, ne sono tanti, hanno la pancia piena e non si guardano attorno.
Ci mancano Dickens, Zolà, Silone…davvero.

lunedì 6 febbraio 2012

Coscienza di Cassa


"Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa citta', di fianco a mamma e papa'. Così Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno, a proposito della “monotonia del posto fisso” già denunciata dal Monti come male nazionale.
A questo punto uno dovrebbe sottolineare le enormi contraddizioni di cui vive questo Paese dove i sacrifici e le ristrettezze ritenute necessari sono imposti sempre agli altri e mai per sé.
La questione relativa all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che meriterebbe una discussione vera circa l’applicazione che se ne è fatta in questi decenni, diventa uno spartiacque significativo delle due parti in cui si divide la nazione. Da un lato i garantiti, dall’altra quelli che si arrangiano. Un ministro dell’Interno che proviene dalla burocrazia dello stesso ministero e un presidente del Consiglio che proviene dalle università sono gli ultimi che possono deridere o sottovalutare le tutele (limitate, insufficienti) che regolano il rapporto di lavoro privato in Italia, sopratutto quello non sindacalizzato. I professori universitari in questo Paese godono della inamovibilità, oltre alla sicurezza del posto di lavoro che spetta a chiunque altro ha un rapporto pubblico di lavoro e, così come un prefetto, un professore delle università gode di ragguardevoli stipendi.
Il problema allora si pone in evidenza quando chi comanda la truppa chiama quest’ultima a fare sacrifici. Insomma siamo alle solite, chi guida non si sottopone ai sacrifici, godendo di privilegi e dispone che gli altri (i non garantiti, quelli che si arrangiano) stringano la cintura.
Se non ci fosse l’italico dividersi tra opposte tifoserie su ogni questione, si potrebbero affrontare i problemi attuali facendo riferimento ai rispettivi stati di vita, di reddito, di rapporto di lavoro, soprattutto per chi guida le sorti del Paese, per chi fa informazione, per chi anima il dibattito politico. Praticamente si dovrebbe leggere immediatamente la tessera d’identità economica di chi parla per capire subito dove sta l’interlocutore. Una delle scene televisive più surreali degli ultimi giorni è quella che ha visto il Faziofabio intervistare Landini (segretario della Fiom) sulle difficoltà degli operai. Ecco, appunto: come fai a farti intervistare sulle paghe operaie da 1.000 euro al mese al microfono di chi ne guadagna 2 milioni all’anno? E così il Landini perde l’occasione per mettere il dito nella piaga fondamentale che ammala questo Paese. Il silenzio in cambio di un’intervista: il prezzo da pagare. Per evitare proteste va detto che il discorso vale anche per il Vespa e il Ferrara.
Il Monti considera noioso il “posto fisso”:…e lui come campa da quarant’anni?
Il Befera va a caccia dell’evasore col macchinone a Cortina… e lui che viaggia a 700 mila euro a carico delle casse pubbliche, crede di essere estraneo al disastro economico in corso?
La Cancelleri, una vita al ministero dell’Interno, sfotte la gente che vuole il posto di lavoro vicino a mamma e papà: non c’è problema, i nuovi lavoratori possono anche trasferirsi dalla Sicilia o dalle Alpi a Roma, basta riservargli gratis uno dei trecento appartamenti nel centro della capitale, così come avviene oggi a favore di dirigenti (ben pagati) del ministero dell’Interno (Presa diretta-Rai3).
Viene quasi tenerezza per il senatore Lugli che si porta all’estero 13 milioni di rimborsi elettorali. Ha capito in un botto come funzionano le cose nel Paese, quando si tratta di casse pubbliche: basta stare al posto giusto, al momento giusto…e il conto lo paghino gli altri!
A proposito di università, bisognerebbe considerare che in altri Stati, ai quali si guarda con “meraviglia”, la regola per i professori, ma spesso vale per tutto il pubblico impiego, è quella della temporaneità del rapporto di lavoro, soggetto a verifica per il rinnovo alla scadenza. Come sempre abbiamo riformisti a metà. Guardano all’America, ma solo per quello che non li riguarda.
Si potrebbe parlare di queste cose, ma poi il bidello precario, che sente di appartenere al Sistema, protesta e allora se ne fa niente.
Non c’è più la coscienza di classe, oggi hanno tutti coscienza della Cassa e dunque, avanti con le "Riforme" e abbasso le rivoluzioni.

mercoledì 1 febbraio 2012

Paperoni d'Italia



Si legge:”Purtroppo l’Italia di Mario Monti ha scelto la medesima strada greca per i cittadini Italiani. La spesa pubblica di questo paese è stata lasciata tutta li, nella sua grottesca dimensione, la classe dirigente parassitaria, dai politici alla confindustria e ai sindacati non concepisce neppure l’idea che solo un taglio immediato di spesa, tasse, regole e burocrazia può farci uscire dalla crisi in regime di solvibilità.”.
Sebbene la classe politica italiana segue con accondiscendenza le scelte (gli ordini) che provengono oltre atlantico in materia di relazioni internazionali, ivi compreso l’immediata disponibilità a bombardare quando occorra, ci sono altri esempi e principi che non vengono affatto presi in considerazione. Ancora una volta il “buon” Edward Luttwak ci avverte: “Draghi era ridicolo quando da baby pensionato a 14.000 Euro auspicava tagli alle pensioni altrui di 1.400. Adesso è Visco che premia l’austerità mentre raccoglie un salario doppio rispetto al suo collega della BCE (750.000). I padroni pagavano di proprio quando fallivano. Questi impiegati no.”. Bisognerebbe vergognarsi a sentire queste cose, invece da noi: silenzio!
Ovviamente gli esempi potrebbero crescere perché quello che è avvenuto in Italia nell’ultimo quindicennio sa di pazzia o di pirateria, propria di chi sa che prima che la nave affondi bisogna arraffare. Lo stesso Luttwak in televisione, tempi addietro, paragonava gli stipendi di magistrati, ambasciatori, prefetti con gli stipendi (più bassi) degli omologhi di altri paesi civili.
Tant’è, in questo paese si sa come vanno le cose e la classe dirigente è quella che conosciamo da un centocinquantennio a questa parte. Tromboni che costano troppo e alla prima occasione sono i primi a squagliarsela. Il comandante Schettino segue una tradizione.
Da un governo di “tecnici” ci si sarebbe aspettati, tra le altre misure assunte (alcune giuste) un lavoro serio di accertamento della spesa pubblica, a cominciare dagli emolumenti in riferimento alle analoghe qualifiche degli altri paese europei. Niente, Monti sa bene dove sta il suo consenso elettorale. Tecnico si, fesso no. Del resto questi tecnici hanno la loro carta d’identità economico-sociale e dunque basta leggere i curriculum.
In un Paese dove non si produce più nulla, perché tutto viene dall’estero, dove la cultura d'impresa è stata denigrata in cambio di una visione della vita che vede prevalere il cosiddetto lavoro intellettuale, dove ancora oggi chi produce, organizza, distribuisce, viene visto come il nemico del popolo, c’è poco da fare.
In un paese dove chi si lamenta viene considerato un mafioso o un pecoraio, dove conta solo se hai una cattedra o una scrivania, dove contano i figli(con cattedra) di Martone (che gode della “sfiga" degli altri:quelli senza cattedra) e i Celentano che distribuiscono le ricchezze della Rai (come fosse una befana pubblica) quel paese è destinato a morire, per povertà e per inettitudine.
Un paese dove il Direttore generale delle entrate guadagna (solo per questa carica) 476 mila euro, direbbe Luttwak, va diritto alla bancarotta, per colpa sua e per colpa degli evasori: hanno pari colpa, senza fare distinzioni.

sabato 28 gennaio 2012

Che altro aggiungere?

(ASCA) - Roma, 26 gen - L'Italia ''vive un generale senso di depressione che attraversa tutte le classi sociali: i poveri perche' vedono allontanarsi la possibilita' di migliorare la loro situazione economica; i ceti medi perche' hanno paura di una progressiva proletarizzazione; i ricchi perche' si sentono criminalizzati e hanno persino timore di mostrare il proprio status''. Responsabile di questo stato e' la classe dirigente e per uscirne ognuno deve riscoprire doveri e responsabilita' superando l'egoismo e la difesa corporativa degli interessi. E' l'analisi del presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, che apre il Rapporto Italia 2012. ''La responsabilita' dell'attuale situazione che viene attribuita impropriamente e per intero alla classe politica appartiene invece - spiega Fara - a quella che si definisce 'la classe dirigente generale' della quale fanno parte tutti coloro che esercitano ruoli e funzioni direttivi all'interno della societa': imprenditori, elite culturali; manager pubblici e privati; sindacalisti; i grandi commis dello Stato; magistrati; professori; uomini dell'informazione e della ricerca. Una 'classe dirigente generale' che dovrebbe produrre buoni esempi e farsi carico delle esigenze e dei bisogni della collettivita'''. Questa ''classe dirigente generale'' costituisce ''un blocco solidale e separato dal resto del Paese, articolato sul modello feudale, che non ha nessuna intenzione di rinunciare, neppure in piccola parte, ai privilegi conquistati. Ma anche la societa' italiana ha molto da farsi perdonare. Infatti mentre la 'classe dirigente generale' con il suo spirito di conservazione e la sua autoreferenzialita' tiene in ostaggio la societa', questa si e' adeguata diventandone complice in cambio della tolleranza e della comprensione dei propri istinti egoistici e familisti che deresponsabilizzano e assicurano nicchie di impunita' e di esercizio di piccolo potere''. Insomma, conclude Fara, ''la societa' e' vittima e complice, nello stesso tempo, della sua classe dirigente generale'' e per uscire dalla crisi occorre ''una generale presa di coscienza e la rottura di quel patto di complicita' che blocca la societa' italiana. Ma, soprattutto, la riscoperta dei doveri e delle responsabilita' di ciascuno superando l'egoismo e la difesa corporativa degli interessi''.
Che altro aggiungere?

venerdì 20 gennaio 2012

La santa alleanza



Si governa contro il popolo, in nome di che cosa: della democrazia? dell’economia? di organismi sovranazionali?
Se i trattati internazionali e comunitari vengono ratificati da parlamenti sulla soglia delle vacanze agostane, nel disinteresse della cittadinanza e col silenzio dei mezzi d’informazione (è avvenuto in Italia con l’ultimo Trattato di Lisbona) oppure i trattati, bocciati con referendum (è avvenuto in Francia ed Irlanda) vengono replicati dopo pochi mesi, come una medicina che la gente ignorante deve per forza ingurgitare (per il suo bene, naturalmente). Se governi e parlamenti di paesi europei (non l’Italia) cercano di conservare qualche prerogativa nazionale e vengono trattati come paria e sottoposti a restrizioni. Se le feroci politiche fiscali nulla incidono sulla capacità di produzione, ma si risolvono in prosciugamento di risorse, con ulteriore inasprimento della pressione fiscale e se con il pretesto delle “liberalizzazioni” si vogliono solo aprire spazi alle grandi imprese finanziarie a danno di individui, buttando al macero normative che prima di tutto tendevano a tutelare interessi pubblici (l’igiene, l’affidamento, la sicurezza,…). Se tutto questo avviene col diabolico intendimento (è stato espressamente dichiarato) di approfittare della profonda crisi economica per cambiare economia e società, perché non aspettarsi qualche protesta, nel mentre le forze politiche, soprattutto da noi, fanno silenzio di fronte ai comandi che provengono da organismi che nessuno ha mai eletto?
Ci sono proteste significative dovunque: in Spagna, in Grecia, in Romania, in Irlanda, negli Usa. E qui da noi le proteste vengono descritte come le solite “insorgenze” che tanto danno fastidio alla classe “dirigente” di turno, ai suoi giannizzeri, ai suoi cortigiani.
Nei 150 anni dell’Unità d’Italia si ripropone un copione già noto che vede grandi disegni economici di rapina veicolati con la modernità, con la democrazia, con il progresso. E guai a chi si oppone.
E’ durata una settimana la graticola rappresentata dalla questione delle indennità parlamentari. E’ finito tutto nel dimenticatoio e messo da parte uno dei temi principali sui quali intervenire per raddrizzare una disastrata economia e cioè l’enorme spesa pubblica. Scampato pericolo: i mandarini tirano un sospiro di sollievo!
Così, ancora una volta, la santa alleanza tra il bidello precario e i mandarini delle varie caste ha vinto. Lo schema è perfetto, funziona bene, con il notevole supporto della stampa a servizio e dei tanti che, per poco o per molto, nella casta ci sono o ci vogliono entrare.
Se la protesta parte dalla Sicilia (ovvio) sono mafiosi, se parte dalla Sardegna puzzano di pecora (lo dice Paolo Villaggio). Segue il solito schemetto del pericolo fascista: anche a Zuccotti Park sono fascisti?
Aspettiamo Milano per rendere la cosa più fine e galante, magari qualche professore con occhialini e Hogan ai piedi, magari un girotondo, sperando che non segua un novello Bava Beccaris con i suoi cannoni.
Insomma, è evidente che viviamo in un tempo in cui chi governa pensa di farlo contro il popolo, perché ritiene di essere dalla parte del giusto, del vero, della modernità, mentre il popolo, ignorante, è un puledro da addomesticare a colpi di frustate. La sovranità non appartiene al popolo, ma è espressione della classe degli ottimati, delle elites.
Anche qui stormi di benpensanti, composti pantofolai, acconsentono, perché hanno capito che in fondo non sono (loro) veramente in pericolo e magari (ma si!) si augurano di andare più spesso in taxi (a basso costo). Fa veramente chic!
La chiamano Democrazia, ma ricorda sempre più le oligarchie brezneviane di fine regime, sostenute da schiere di cortigiani, per poco o per molto, sempre più ossequiosi verso il potere e infastiditi dal popolo che protesta.

sabato 14 gennaio 2012

La golden share elettorale



Non è la prima volta che vicende di significativa importanza sul piano politico, parlamentare, si manifestano nello stesso giorno e piuttosto che il caso si potrebbe richiamare il “volere degli dei” nel raffigurare giornate particolari come quella del 12 gennaio. Tant’è e bisogna pur ricavare qualche significato, meglio ancora, qualche segno dei tempi da tutto ciò.
Le ragioni per il giudizio di non ammissibilità pronunciato dalla Corte costituzionale sui referendum relativi alla legge elettorali possono essere tanti, basta considerare i diversi limiti in materia che la Corte ha espresso negli anni e nelle analoghe occasioni, per capire che non solo il problema della reviviscenza, ma anche quello della coerenza e della completezza delle norme superstiti, tra altri, possono essere stati occasione per bocciare i quesiti.
Piuttosto vale la pena di sottolineare alcune stridenti contraddizioni che emergono da tutta la vicenda sul piano politico, in connessione con l’altra questione affrontata invece alla Camera, ovvero il caso Cosentino.
E’ da anni ormai che parti politiche di questo Paese si battono per introdurre sistemi elettorali cosiddetti maggioritari. Premesso, che personalmente ritengo più coerenti e funzionali con l’ordinamento che scaturisce dalla Carta costituzionale sistemi prevalentemente proporzionali, emerge l’incoerenza sul piano politico delle opzioni maggioritarie. In altri paesi ove le elezioni determinano una scelta secca tra due parti politiche è prevista l’autonoma elezione o investitura del capo dell’esecutivo. Da noi chi invoca sempre più maggioritario disdegna queste soluzioni per il capo del governo. Ne deriva un sistema non coerente ove il leader della parte risultata vincente alle elezioni non acquista una sua autonoma forza politica da spendere nel rapporto con la maggioranza parlamentare. Le vicende dei governi Prodi dimostrano che il problema c’è e la soluzione, rabberciata, inserita nella legge “Porcellum” ad uso di Berlusconi ha mostrato la sua pericolosità nello scorso novembre (lo spread in rialzo ha risolto un grosso problema costituzionale a tutti!).
Il maggioritario, che già scontava all’origine l’accusa di riportare in auge il sistema del notabilato politico (com’era prima del 1919) risulta insufficiente in ordine alla richiesta di stabilità degli esecutivi, perché il leader non ha forza elettorale propria e se l’ha (con il “Porcellum”) non è sostituibile in via ordinaria (le dimissioni del cavaliere sono state un fatto penoso che si è trascinato per molti mesi).
Le lamentele sentite in occasione del voto contrario all’arresto del deputato Cosentino hanno anche fatto riferimento alle norme elettorali, non solo a questioni di scelte politiche di vertici di partito e nel giorno in cui la Corte costituzionale valutava appunto un referendum in materia, si è constatato che non ci sono sistemi elettorali che risolvano le contraddizioni presenti nel paese reale.
Piuttosto c’è da trarre un insegnamento ulteriore circa la fallace speranza che i “maggioritaristi” ad oltranza assegnano alle norme elettorali, anche in relazione alle esigenze di selezione delle rappresentanze politiche. In sistemi di rappresentanza prevalentemente proporzionali la incidenza di ambienti e di persone colluse o in odore di gravi compromissioni è sicuramente minore: perché la “pecora nera” favorita elettoralmente è una tra i tanti.
I sistemi elettorali maggioritari in certi contesti costituiscono un veicolo privilegiato per far pesare il voto inquinato, dato che per la caratteristica stessa di quei sistemi, ambienti organizzati possono far valere meglio il proprio consenso (l’utilità marginale) in termini numerici e così determinare maggioranze e vertici di esecutivi. Insomma, un grosso affare per le camorre organizzate: hanno a disposizione la “golden share” del voto elettorale.
Ovviamente la “golden share” elettorale può essere spesa anche da parte di altri ambienti ed in altri contesti non meno criticabili, ma come si sa la democrazia ha i suoi difetti e così le leggi elettorali: l’importante è rendersene, laicamente, conto.
Se ci fosse volontà bisognerebbe ragionare (tra l’altro) anche su questi rilievi, su queste ipotesi, quando si parla di sistemi elettorali, ma non risultano studi o riflessioni al riguardo. In questo Paese anche il “maggioritarismo” è diventato articolo di fede e guai a chi si mette contro.
In realtà non si tratta di invocare ritorni al passato, ma di pretendere che i sistemi elettorali abbiano adeguata capacità di rappresentare le diversità del corpo elettorale, l’efficienza degli esecutivi e che le minoranze equivoche non abbiano a prevalere.
Maggioriario o non maggioritario la nostra Carta costituzionale -benemerita- consente anche i governi Monti, non eletti. C'è qualche contraddizione in tutto questo che i "maggioritaristi" devono tener presente.

giovedì 5 gennaio 2012

Il suicidio dello Stato



Mettiamoci nei panni di un imprenditore, di quelli che formano oltre il 90 per cento delle imprese in Italia a che sostanziano la produzione interna per la gran parte. Di quelli che sono a capo di micro o piccole imprese, ma a volte anche con decine di lavoratori e dove il rapporto di lavoro con gli impiegati e gli operai è nato in base a rapporti di conoscenza diretta o di natura familiare, protratto nel tempo e in cui non si distingue a volte il lato lavorativo o personale.
Questo imprenditore vede anno dopo anno restringere le sue possibilità di essere presente nel mercato, perché con l’apertura delle frontiere non vi è possibilità di competere viste le condizioni che permettono di importare qui in Italia prodotti a basso costo. Poi ci sono le regolamentazioni di origine europea che impongono cambiamenti, adempimenti, adattamenti costosi che aggiungono oneri al prodotto e che non trovano eguali nei prodotti di importazione extraeuropea. Poi viene la crisi e con essa aumenti sconsiderati di imposte, di varia natura, di accise e ulteriori adempimenti che restringono quelle residue possibilità di galleggiare in un mare in tempesta.
Se il presente risulta così difficile cosa può pensare dell’orizzonte prossimo chi non ha sicurezze, garanzie, appoggi?
Contro la sicumera di chi predica sacrifici avendo come obiettivo solo il puntellamento del sistema in cui è vissuto, cosa può pensare chi deve confrontarsi anche con gabellieri pubblici che vanno cumulando esose tasse con interessi e sanzioni spropositati?
Cosa deve pensare l’imprenditore qualunque che non ha accesso al credito ma vede le banche ricevere soldi dalla Bce all’1%, le quali acquistano titoli pubblici italiani al 7% (nemmeno questo è vero, per altro, perché in buona parte ne fanno altri usi) il tutto con la garanzia dello Stato nazionale? Lo stesso Stato che con le ulteriori tasse avvia strane transazioni finanziarie con il Fondo monetario, perché l’Fmi acquisti titoli italiani: ancora una volta, con il guadagno dell’FMI per titoli al 7 per cento. Il tutto garantito ancora una volta dallo Stato Italiano. Domanda: non è che con queste decisioni aumenta il debito pubblico? E dove sta il Mercato in tutto questo?
Di questa macchinosa, complicata e diremmo fideistica conduzione della politica finanziaria cosa possono pensare quelli che devono inventarsi ogni giorno una ragione per sopravvivere? Qui sembra di stare negli anni ’30, ma non in Occidente, ove le decisioni degli Stati furono di ben altro contenuto. Qui lo Stato tartassa i cittadini per sostenere le banche, che non sostengono le imprese ed i cittadini: roba che fa il paio con quanto si pensava e si faceva negli anni ’30 in Russia, quando si costrinse alla morte milioni di piccoli contadini. Stanno puntellando un sistema che è in piena crisi, lo stanno sostenendo con fiducia, anzi con fede. Fede laica ed assoluta, che non ammette spazi per il dubbio o per il confronto, né per ripensamenti: e guai per chi rimane indietro!
E mentre nemmeno il Presidente dell’Istat ci capisce niente (o fa finta di non capire) delle lucrose indennità dei parlamentari e dei grand commis, cosa dovrebbe pensare chi teme da un momento all’altro l’irrompere nella propria vita di quell’Imprevisto (come nel gioco del Monopoli) che può stravolgere il presente ed il futuro?
Se la situazione è questa, si comprende il perché delle luttuose decisioni di imprenditori che cedono di fronte alle difficoltà sempre più pressanti. Meraviglia il fatto che solo oggi ne prendono consapevolezza i mezzi di informazioni principali.
Come nelle peggiori crisi economiche della storia per i molti prende il sopravvento , a fronte delle sicurezze e delle agiatezze di chi non rischia. Alle molte caste sovvenzionate dallo Stato (ovvero dai contribuenti) oggi si aggiungono le banche, anch’esse soggette a interventi assistenziali da parte di uno Stato che taglia e pretende, manovra dopo manovra.
Si recita una brutta commedia, che sta finendo in tragedia: aver confuso tutto quello che è avvenuto e avviene con l’economia di mercato. Qui di mercato e di democrazia, che sono cose serie, se ne vede sempre di meno. C’è la finanza che stravolge l’economia reale e con essa la democrazia. Le facili illusioni declamate negli anni passati hanno lasciato il posto ad un governo non eletto e ad una crisi profonda.
Insomma: al suicidio dei singoli si accompagna quello dello Stato.
Restano in piedi quelli che non rischiano, che sono tanti e comandano!

sabato 31 dicembre 2011

La storia si ripete



L’anno che passa si era aperto con la sensazione di vivere come nei primi mesi del 1943, quando il Re cercava di scalzare il cavaliere in camicia nera, così il Presidente della Repubblica cercava il modo di scansare il cavaliere odierno, quello vestito alla Tony Manera. Corsi e ricorsi storici che dimostrano quanto sia forte il ruolo di Presidente della Repubblica, non a caso disegnato dai Costituenti avendo a riferimento i poteri del monarca. Altro che “funzioni notarili” come abbiamo ascoltato per anni da tanti riferendosi al capo dello Stato.
Così come nel’43 è giunto il Governo tecnico, già preparato da un po di tempo (il prof. Vaciago ha parlato di “4 mesi”) giustificato dalla situazione di emergenza, allora si trattava di guerra, ora di disastro economico. Si aggiunge oggi il crollo della classe politica, in termini di legittimazione, essendo stata relegata per le sole funzioni di ratifica di ciò che decide il Governo.
Sarà pure antipatico fare riferimenti storici, ma vengono facili in situazioni che hanno molte similitudini. Similitudini che per la verità si ripetono nella storia unitaria nazionale, proprio nell’anno in cui si ricorda il centocinquantenario. Appare sempre più evidente che in questo lungo lasso di tempo, decisioni forti, scelte politiche significative sono state caratterizzate e determinate da minoranze che poco o niente hanno a che fare con le masse (come si diceva un tempo) essendo molto più bravi questi ambienti elitari a risolvere contingenze storiche e politiche con conciliabili tra stretti intimi e qualche telefonata ai numeri giusti.
Resta il fatto che mai, se non in poche parentesi le forze politiche hanno mostrato capacità di decisione in momenti eccezionali, spesso si sono limitate a fornire truppe e intendenze.
Nel momento in cui si acuisce la crisi finanziaria emerge in maniera più evidente l’incapacità e l’inettitudine a cogliere le vere ragioni della crisi e si staglia in maniera sempre più chiara la capacità di sopravvivenza del ceto dirigente,non solo politico.
I nostri attuali governanti (sottosegretario Polillo) confessano candidamente che avrebbero voluto impostare l’ultima “manovra” economica sui tagli alla spesa pubblica, ma hanno dovuto rinunciare perché le Caste erano in rivolta e così hanno ripiegato sugli aumenti delle tasse! Comprensibile: anche i tecnici sono Casta.
Come nel film “Tutti a casa”, con Alberto Sordi: ognuno per se e Dio per tutti.
Aveva ragione il presidente Ciampi: l’8 settembre lo Stato non morì.
Anche oggi le Caste non muoiono, muore la gente comune.
Ricorsi storici.

sabato 24 dicembre 2011

I nostri eroi



(ANSAmed) - ATENE, 19 DIC –“In Grecia, a pochi giorni dal Natale e in piena recessione, si ha l'impressione che dovunque prevalga un'atmosfera di rabbia e di tristezza che ai greci di una certa eta' riporta alla memoria scene della Seconda Guerra mondiale e dell'occupazione tedesca del Paese: povertà, lotta quotidiana per la sopravvivenza, disperazione.”
Notizie come queste non vengono riprese in Italia dai canali informativi più diffusi, perché male si conciliano con la vulgata dominante che indica nei cambi di governo la soluzione di tutti i problemi. Per la verità queste notizie non sono adeguate nemmeno alla straripante pubblicità che è il vero contenuto di giornali e televisioni: pubblicità patinata, colorata, ricca, che non vuole confrontarsi con la realtà dei molti.
In situazioni che vedono contrasti così evidenti c’è ancora chi onora il suo compito con espressioni di ottimismo, senza che si abbia la capacità di andare oltre il contingente, la mezza scelta o la decisione di oggi, la pezza che si mette quotidianamente per riparare il vestito ormai malridotto e così il governatore della Banca d’Italia afferma:«La liquidità c'è, dopo l'intervento della Bce gli istituti aiuteranno le imprese e le famiglie». Questo ed altro nel giorno (23 dicembre) in cui il differenziale d’interessi btp/bund decennale ritorna a superare i 510 punti e dopo un'ulteriore, pesante, manovra finanziaria.
Ognuno fa la sua parte e siccome in giro non si vedono giganti ciascuno si acconcia secondo il verbo dominante che ancora detta legge e governa sulla vita di milioni di persone.
Senza ricorrere ad imbarazzanti ed improponibili confronti con protagonisti della storia e della politica attuale (in Sudamerica oggi si parla un altro linguaggio) possiamo almeno rileggere qualcosa di quanto espresso dal pensiero economico della Chiesa, che ad onta di errori suoi e di costrizioni imposte dai potenti di oggi, già ha espresso nel passato valutazioni molto più realistiche sul sistema finanziario incontrollato.
Pio XI, nella Quadragesimo anno (1931) parlava di «internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro» e affermava «Questo potere è esercitato più che mai dispoticamente da quelli che, tenendo in pugno il denaro, lo fanno da padroni, dominano il credito e concedono i prestiti a chi vogliono, onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia; sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare».
A proposito di debito pubblico, Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus (1991) diceva: «È certamente giusto il principio che i debiti debbano essere pagati, non è lecito, però chiedere o pretendere un pagamento quando questo verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla disperazione intere popolazioni».
Sarebbe bello ascoltare cose analoghe, anche meno imperative, magari più sfumate, magari politicamente negoziabili, invece no ci tocca un dibattito logoro, fatto di parole vuote, che non disturbano i potenti e comunque non determinanti per il corso degli eventi.
Avere seguito (un po’ tutti) supinamente nei decenni i dettami, i comandamenti, della Nuova Religione del Mercato ci ha portati a questi esiti, alla incapacità di immaginare una realtà diversa e ad aver smarrito valori fondamentali a tutela di una democrazia sostanziale, all’abbandono di pensiero e culture capaci di frenare il liberismo finanziario, quello si immutabile e devastante come sempre.
Dalle stesse fonti già citate leggiamo la constatazione che “il socialismo si rivolga e in qualche modo si accosti a quelle verità che la tradizione cristiana ha sempre solennemente insegnate; poiché non si può negare che le sue rivendicazioni si accostino talvolta, e grandemente, a quelle che propongono a ragione i riformatori cristiani della società.”.
Domanda: ma i nostri eroi che discutono in televisione e sui giornali a quale cultura appartengono?

venerdì 16 dicembre 2011

I soldi volano (via conto corrente)



Ora che tutti sono contro tutti e volano gli stracci, come era prevedibile, ora che il parlamentare messo all’angolo rinfaccia al conduttore telesivo i suoi guadagni e il burocrate tiene stretta la borsa perché qualcuno potrebbe procedere ad un taglio, si scoprono, momento per momento, le furbate ed il tono complessivo della manovra Monti. Tasse che fiaccheranno il cavallo, fino a sfinirlo, aumenterà la disoccupazione, il debito pubblico continuerà a crescere e le cose si complicheranno ancor di più.
Ma su questi argomenti per una volta vale la pena di fare pausa e conviene porre mente ad un aspetto particolare della famosa questione della tracciabilità del contante.
Ricapitolando: le norme più stringenti sulla tracciabilità (limite posto a mille euro) viene giustificato quale strumento per combattere l’evasione fiscale. E’ vero: meno contante c’è, meno possibilità di evasione ne deriva. Però sai quanti affari si possono ancora fare fino a mille euro!!(vale per tutte le categorie ovviamente).
Conseguente al limite posto per la tracciabilità, le norme del decreto Monti impongono limiti, anche più bassi (500 euro) per i pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e l’imposizione per molti di aprire un conto corrente.
L’insieme di queste norme segue un altro obiettivo e così, come per tante altre cose, ci avviciniamo a quanto già preannunciato dal cinema americano. Il convogliamento delle disponibilità monetarie sui conti correnti faciliterà di molto l’attività di Equitalia, che cura la riscossione per conto dello Stato, o di altri agenti di riscossione. Così come già visto in qualche film, avremo l’amara sorpresa (più o meno consistente, a seconda dei casi) di avere un saldo del conto significativamente variabile, a prescindere dalla nostra volontà e a prescindere da eventuali addebiti che la banca o le poste già effettuano su nostra delega.
Tasse, imposte, contravvenzioni, saranno prelevati così rapidamente che nemmeno ce ne accorgeremo. Con i software che esistono e con le opportune autorizzazioni di legge il conto potrà subire prelievi e salassi in automatico.
Già è capitato di assistere a episodi in cui l’utente, recatosi allo sportello per pagare la contravvenzione di 70 euro, si è sentito rispondere che al terminale, causa ritardo, l’importo risultava raddoppiato. Ecco tutto questo sarà risolto: la riscossione avverrà in automatico…a prescindere. A prescindere anche da impugnative varie, perché se il credito è esigibile (per i crediti pubblici è ormai la regola) c’è poco da fare.
Insomma il Sistema non vuole ridurre il contante, lo vuole portare via appena viene accreditato sul conto corrente:geniale.
E’ il progresso, come si dice, e vale anche per i benpensanti in pantofole!

lunedì 12 dicembre 2011

Scenari



Tutto come previsto, prevedibile. Seguiamo con un anno di ritardo quello che succede in Grecia.
Avrà anche la faccia da persona per bene, col suo loden e la parlata semplice, ma a parecchi italiani i conti non tornano rispetto al governante scelto senza elezioni e senza consenso politico, a fine novembre.
La manovra decisa da Monti non farà altro che accrescere la crisi per i motivi che ormai tanti attrezzati commentatori spiegano bene. L’aumento dei tributi e il taglio degli adeguamenti delle pensioni, oltre a quelli che riguardano i lavoratori in attività, produrrà un povertà diffusa, insieme all’aumento del costo dei carburanti, dei servizi e delle aliquote IVA già preannunciati.
Alcune delle misure decise e non trattabili (nonostante le proteste sindacali) determineranno il tracollo di settori tradizionalmente trainanti per l’economia, come l’edilizia.
La casa di proprietà sarà soggetta a tassazione tale che indurrà parecchi a disfarsene e l’affare lo faranno le caste organizzate, gli stessi banchieri e quelli che ruotano intorno.
Ci sarà il deserto per interi quartieri e in aree marine dove si collocheranno quelli che nulla hanno da perdere, senza Stato e senza relazioni sociali.
Sarà privazione di servizi essenziali e aumenterà la corruzione perché l’eterno istinto della sopravvivenza e del cinismo portano le persone a dare il meglio, ma anche il peggio di sé in gravi circostanze.
Saremo tutti controllati, anche i benpensanti che non hanno nulla da nascondere, i quali non pensano che certi diritti valgono e sono sacrosanti come principi e non debbono dipendere dalle circostanze.
Potremo manifestare in aiuole delimitate e a tempo determinato, senza fare tante storie.
La Bce darà alle banche denaro all'1% e queste compreranno i titoli di Stato al 7%, perché questi sono i veri affari, altro che crescita.
Insomma realizzeremo lo Stato totalitario, meglio del Fascismo e del Comunismo,come solo il grande Capitale sa fare.
Sarà condannato chi la penserà diversamente perché non si adegua alla volontà generale.
Non saremo cittadini italiani, né europei, ma sudditi senza dignità e senza bandiera.

lunedì 5 dicembre 2011

L'antipasto è servito!



"Con tutta probabilità i mercati reagiranno positivamente, visto che temevano non ci fosse un intervento forte. Per il resto credo che la manovra vada valutata a bocce ferme, perché per ora dal punto di vista del segnale che doveva essere dato sul fronte dei tagli alla politica improduttiva, dei costi e dei privilegi della casta, della riduzione della spesa pubblica eccessiva è totalmente insufficiente". E' il commento di Gianluca Verzelli di Banca Akros (spesso lo si vede a Ballarò).
Così dunque il giudizio di un uomo di banca, assennato, razionale…insomma nulla a che fare con i catastrofisti:quello che ci vuole per confermare una sensazione, la delusione, che appare diffusa e che riguarda un po tutti gli ambienti politici.
Verzelli parla anche di effetti recessivi e si rammarica per i mancati tagli agli sprechi della spesa pubblica.
Per dirne una e tanto per rifarsi ad economisti della stessa parte del presidente Monti, pochi giorni fa sull’onda delle prime anticipazioni del decreto da varare Giavazzi ed Alesina (!) affermavano:”La Tabella A1 della Relazione trimestrale di cassa al 30.6.2010 riporta 15,5 miliardi di trasferimenti a imprese pubbliche e private, cioè oltre 30 miliardi di euro l'anno. Sono tutti davvero necessari? Quanti premiano imprenditori più abili a muoversi nei corridoi dei ministeri che ad innovare?” Come dire, anche in questo modo si fanno riforme di sistema, si eliminano sprechi, corruttele e si premia la vera economia di mercato, piuttosto che l’imprenditoria assistita. Di pari passo, aggiungo, quei risparmi sui finanziamenti si tramuterebbero subito in significativi tagli alla tassazione delle attività produttive, favorendo esportazione ed investimenti.
Invece niente, come si legge e si sente un po dovunque, il Governo preferisce ulteriori tagli, aumenti delle tasse e qualche mossa demagogica, in modica quantità (tassa sul lusso, riapertura al prelievo sul rientro dei capitali).
Altra considerazione deriva dalla perplessità che suscita la cifra della manovra, si parla di 25 miliardi. Evidentemente si tratta solo dell’antipasto perché negli ultimi mesi i diktat della Bce richiedono manovre sull’entità del debito pubblico. Significa, per quello che si dice, assumere provvedimenti pari a 400 miliardi, un salasso che riguarderà la vendita del patrimonio immobiliare e aziendale dello Stato.
Basterà tutto questo? L’esperienza dimostra che non basterà e che ci saranno momenti di tensione. Probabilmente saranno momenti in cui sarà ridisegnata la geografia politica dell’Italia, non solo nel senso Nord-Sud, ma anche rispetto alle categorie oggi pronunciate: sinistra, centro, destra.
Chi vivrà vedrà.

sabato 3 dicembre 2011

Il bicchiere di Martini



Si legge:“Aspettando l'ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera peruviana, va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione? E' affettuosa, Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi per il pranzo, ci sono ancora quelli vecchi che lui le ha lasciato. La cameriera, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone.”
E poi:
«Andrea oggi ha dieci anni – racconta la mamma Franca, di Cuneo – quando decidemmo di fare questo passo, sette anni fa, avevamo già due figlie adolescenti e abbiano condiviso con loro questa scelta. Oltre alla sindrome di Down, mio figlio soffre di patologie cardiache e respiratorie e, di recente, è risultato positivo alla fibrosi cistica. Come si può immaginare, sono tante le difficoltà e le ansie da affrontare, ma adottare Andrea è una scelta che rifarei cento volte. Non mi sento una mamma speciale, ma semplicemente una mamma. Nonostante i tanti problemi di salute, Andrea è un bambino sereno e noi tocchiamo con mano ogni giorno la fatica e la gioia per ogni suo progresso».
Si potrebbe parlare della morte altrui, soprattutto quando è frutto di disperazione, con maggiore sobrietà, per il dolore che solleva e per la amara constatazione che, sempre, dovrebbe seguire a questi esiti letali e cioè il non avere trovato il senso della sofferenza o della vecchiaia. Ed invece i nostri non arretrano, anche di fronte a drammatiche scelte devono mostrarsi gaudenti, moderni, allontanando ogni altro pensiero se non l’affermazione, quanto mai inattuale, di una presunta libertà padrona della vita e della morte.
Poi ci sono esperienze altrui dove la sofferenza accompagna la vita e se non bastasse c’è chi apre il proprio recinto ed accoglie il dolore ed i problemi degli altri.
Quante persone oggi potrebbero sottrarsi alle difficoltà dei momenti correnti e allontanare da se penuria, tracolli, dissesti, dolori? Chi e cosa li sottrae a queste scelte: il senso della responsabilità per se, per gli altri? la speranza del cambiamento? L’accettazione della vita per quello che offre? Chissà.
Chissà che il tracollo economico non dipende anche dallo smarrimento di valori, di principi, dall’avere ridotto la condizione umana a materia, merce.
Chissà che un vecchio comunista non abbia percepito che, venute meno le prospettive della rivoluzione e del cambiamento, è rimasto solo il bicchiere di Martini dei corifei del potere, incapaci di dare e suscitare speranza, padroni delle sole libertà che conducono, per un verso o per l’altro, verso la morte.

sabato 26 novembre 2011

La democrazia stanca



Fantascienza, fantaeconomia, chi avesse parlato di quello che sta avvenendo appena sei mesi fa avrebbe preso fischi e pernacchie. Mentre si discuteva di facezie all’italiana, della solita polemica quotidiana, si palesevano già in tutta evidenza i mali del sistema, perché di questo si tratta non di una crisi congiunturale ma del crollo del sistema, che a partire dall’area atlantica abbiamo importato a iniziativa dell’indimenticabile primo ministro inglese Margarethe Tacher. L’Europa e i maestri di europeismo a tutti i costi hanno dato via libera ad una regolazione delle relazioni tra stati e all’interno degli stati europei che ha cambiato profondamente la vita, l’economia, la politica, dei cittadini del continente.
Il tutto è avvenuto sulla base di un enorme sforzo, prima di tutto sul piano culturale e addirittura psicologico, perché bisognava introdurre l’idea forte che non c’erano alternative(There Is No Alternative!). E’ tipico delle visioni messianiche, che tanto caratterizzano politiche, filosofie e movimenti religiosi del Nuovo mondo e rispetto alle quali la tanto (e giustamente) rivendicazione di laicità della politica, propria della tradizione europea, ha dovuto cedere il passo. Altro che! qui vanno avanti a carro armato e non c’è confronto possibile, chi si oppone viene travolto. Del resto in America il dissenso che scaturisce da situazioni di diffusa povertà viene relegato in un aiuola, circondata da poliziotti. Ecco, questa è la più grande democrazia del Mondo!
Da noi, anni e anni di confronto inutile su questioni marginali, mentre sulla sostanza dei fatti non vi sono mai state distanze significative. La realtà dimostra appunto quello che era evidente: il governo Monti sorretto da Destra e sinistra..E come poteva essere diversamente? Destra e Sinistra in Italia, in Europa, hanno perso significato perché entrambe le parti politiche hanno abbracciato supinamente le nuove idee del capitalismo d’assalto. Ci si è rifugiati, sul piano della mobilitazione delle masse e delle parole d’ordine, su aspetti capaci di produrre emozioni quotidiane secondo calendari organizzati da ambienti che poco avevano a che fare con il lavoro, l’impresa, la società.
Il prof. Monti, che tutti hanno invocato, sia chiaro, è espressione di quegli ambienti, accademici, finanziari e politici, che hanno costruito il Sistema che è in crisi. Qui non si è chiamato qualcuno che mostra di avere una ricetta alternativa, il professore è uno di quelli che ha condiviso tutto, ma proprio tutto di ciò che oggi ci governa.
Ce la farà a trarre fuori dalle secche l’Italia? Per quello che si vede non sembra corretta la domanda, così come se la pongono in tanti, perché qui il problema non è del paese Italia, riguarda tutta l’Europa e il nord America e dunque il raffinato Monti, al posto dell’impresentabile Berlusconi, ha pochi margini di manovra, perché molte decisioni dipendono da altri. Il contesto è più ampio, non siamo al solito Bagalino!
E la tecnocrazia di cui si tessono le lodi è l’ultima spiaggia prospettata dagli “ottimati” come bene li ha definiti Giuseppe De Rita.
Pensare che da oggi le cose vadano meglio perché ci governano i tecnici è infondato per due ragioni. La prima risulta dal fatto evidente che il Sistema economico degli ultimi decenni è stato appunto un trionfo della tecnica economica sganciata dagli altri saperi. La seconda è data dal fatto che nulla è più sfuggente e velleitario del determinismo tecnicistico, basta pensare alle tante scoperte scientifiche o geografiche o tecnologiche, dovute solamente al caso o in cui ha prevalso il senso, “il fiuto”, l’esperienza e comunque una coscienza più ampia del contesto in cui si opera.
Il messaggio subdolo che si vuole veicolare con l’esaltazione dei cosiddetti tecnici è quello di una presunta neutralità degli stessi in relazione agli interessi in campo. Nulla di più infondato. La politica come governo della società è rappresentanza di interessi e spetta alla responsabilità e a alla capacità dei leader politici fare scelte e comporre contrasti rispetto alla varietà del consenso popolare che si manifesta col voto e con la partecipazione democratica. Ciò che caratterizza la politica democratica è il come si arriva alla decisione, importante quanto la sostanza della decisione.
Anche negli anni bui del sud America i governi erano sorretti prevalentemente da tecnici (susseguendosi di sei mesi in sei mesi) che cercavano invano di risolvere le gravi crisi economiche degli anni’70 e ’80. Quei governi, bisogna ricordarlo, erano sorretti da giunte militari, speriamo che con l’aggravarsi della crisi i nostri “ottimati”non ci suggeriscano di accettare un governo di generali.
Cosa non si fa per il bene del popolo: l’ottimo Zagrebelsky dice "doveri e tecnocrazia fanno paura, ma sono necessari per il costituzionalismo qualora lo si intenda senza egoismi".
C’è voglia di semplificazione, insomma.
Chi ha a cuore la democrazia si preoccupi seriamente.