sabato 26 novembre 2011
La democrazia stanca
Fantascienza, fantaeconomia, chi avesse parlato di quello che sta avvenendo appena sei mesi fa avrebbe preso fischi e pernacchie. Mentre si discuteva di facezie all’italiana, della solita polemica quotidiana, si palesevano già in tutta evidenza i mali del sistema, perché di questo si tratta non di una crisi congiunturale ma del crollo del sistema, che a partire dall’area atlantica abbiamo importato a iniziativa dell’indimenticabile primo ministro inglese Margarethe Tacher. L’Europa e i maestri di europeismo a tutti i costi hanno dato via libera ad una regolazione delle relazioni tra stati e all’interno degli stati europei che ha cambiato profondamente la vita, l’economia, la politica, dei cittadini del continente.
Il tutto è avvenuto sulla base di un enorme sforzo, prima di tutto sul piano culturale e addirittura psicologico, perché bisognava introdurre l’idea forte che non c’erano alternative(There Is No Alternative!). E’ tipico delle visioni messianiche, che tanto caratterizzano politiche, filosofie e movimenti religiosi del Nuovo mondo e rispetto alle quali la tanto (e giustamente) rivendicazione di laicità della politica, propria della tradizione europea, ha dovuto cedere il passo. Altro che! qui vanno avanti a carro armato e non c’è confronto possibile, chi si oppone viene travolto. Del resto in America il dissenso che scaturisce da situazioni di diffusa povertà viene relegato in un aiuola, circondata da poliziotti. Ecco, questa è la più grande democrazia del Mondo!
Da noi, anni e anni di confronto inutile su questioni marginali, mentre sulla sostanza dei fatti non vi sono mai state distanze significative. La realtà dimostra appunto quello che era evidente: il governo Monti sorretto da Destra e sinistra..E come poteva essere diversamente? Destra e Sinistra in Italia, in Europa, hanno perso significato perché entrambe le parti politiche hanno abbracciato supinamente le nuove idee del capitalismo d’assalto. Ci si è rifugiati, sul piano della mobilitazione delle masse e delle parole d’ordine, su aspetti capaci di produrre emozioni quotidiane secondo calendari organizzati da ambienti che poco avevano a che fare con il lavoro, l’impresa, la società.
Il prof. Monti, che tutti hanno invocato, sia chiaro, è espressione di quegli ambienti, accademici, finanziari e politici, che hanno costruito il Sistema che è in crisi. Qui non si è chiamato qualcuno che mostra di avere una ricetta alternativa, il professore è uno di quelli che ha condiviso tutto, ma proprio tutto di ciò che oggi ci governa.
Ce la farà a trarre fuori dalle secche l’Italia? Per quello che si vede non sembra corretta la domanda, così come se la pongono in tanti, perché qui il problema non è del paese Italia, riguarda tutta l’Europa e il nord America e dunque il raffinato Monti, al posto dell’impresentabile Berlusconi, ha pochi margini di manovra, perché molte decisioni dipendono da altri. Il contesto è più ampio, non siamo al solito Bagalino!
E la tecnocrazia di cui si tessono le lodi è l’ultima spiaggia prospettata dagli “ottimati” come bene li ha definiti Giuseppe De Rita.
Pensare che da oggi le cose vadano meglio perché ci governano i tecnici è infondato per due ragioni. La prima risulta dal fatto evidente che il Sistema economico degli ultimi decenni è stato appunto un trionfo della tecnica economica sganciata dagli altri saperi. La seconda è data dal fatto che nulla è più sfuggente e velleitario del determinismo tecnicistico, basta pensare alle tante scoperte scientifiche o geografiche o tecnologiche, dovute solamente al caso o in cui ha prevalso il senso, “il fiuto”, l’esperienza e comunque una coscienza più ampia del contesto in cui si opera.
Il messaggio subdolo che si vuole veicolare con l’esaltazione dei cosiddetti tecnici è quello di una presunta neutralità degli stessi in relazione agli interessi in campo. Nulla di più infondato. La politica come governo della società è rappresentanza di interessi e spetta alla responsabilità e a alla capacità dei leader politici fare scelte e comporre contrasti rispetto alla varietà del consenso popolare che si manifesta col voto e con la partecipazione democratica. Ciò che caratterizza la politica democratica è il come si arriva alla decisione, importante quanto la sostanza della decisione.
Anche negli anni bui del sud America i governi erano sorretti prevalentemente da tecnici (susseguendosi di sei mesi in sei mesi) che cercavano invano di risolvere le gravi crisi economiche degli anni’70 e ’80. Quei governi, bisogna ricordarlo, erano sorretti da giunte militari, speriamo che con l’aggravarsi della crisi i nostri “ottimati”non ci suggeriscano di accettare un governo di generali.
Cosa non si fa per il bene del popolo: l’ottimo Zagrebelsky dice "doveri e tecnocrazia fanno paura, ma sono necessari per il costituzionalismo qualora lo si intenda senza egoismi".
C’è voglia di semplificazione, insomma.
Chi ha a cuore la democrazia si preoccupi seriamente.
sabato 19 novembre 2011
La Cina è vicina

Tutto previsto. Come si poteva capire, volendo effettivamente capire, il cosiddetto Pensiero Unico dispiega in questi ultimi tempi le sue armi più potenti e calando la spada sulla bilancia afferma la sua forza nel costringere popoli e individui ad accettare le sue verità e i suoi programmi.
Quando gli stati democratici e le loro classi dirigenti cominciano a delegare poteri propri ad entità con nessuna legittimazione democratica (le organizzazioni internazionali per il commercio, per il credito) accettando di recepire poi i diktat, le decisioni, che questi organismi via via producono, si arriva al punto che le istituzioni (internazionali) da organismi serventi diventano i veri padroni della vita dei popoli.
I cittadini non votano per il Wto, per la Commissione Europea, per la Bce, per l’Fmi e per tanti altri organismi di pari peso eppure, devono oggi sottostare alle decisioni, particolari, precise, che questi soggetti impongono.
No vi è più necessità nemmeno del filtro di recepimento e di adeguamento dei parlamenti e dei governi nazionali, si impongono da sé.
Se i popoli si rifiutano di accettare trattati internazionali, i referendum vengono ripetuti, con minacce, fino ad ottenere il risultato voluto. Se i governi si mostrano recalcitranti, vengono disfatti con speditezza e senza riguardo.
Alla Grecia è stata impedita la celebrazione di un referendum sugli “accordi” economici con la Bce. Cambiato il Governo con un uomo più affidabile(proveniente dalla tecnocrazia bancaria) i padroni europei della moneta non si accontentano di una approvazione a maggioranza del Parlamento greco, vogliono e pretendono l’approvazione anche dall’attuale opposizione. Roba da psichiatria, altro che politica. L’elargizione di aiuti (lo si prevede in questi giorni) sarà concessa in cambio di cessioni di sovranità.
Il tutto ovviamente viene condotto su di un presupposto ben preciso e cioè che il sistema creato negli ultimi decenni, basato sull’espansione del credito (che produce debito) sia irrinunciabile. Può essere modificato per qualche particolare, ma non deve essere messo in discussione.
Saranno utili i cambi di governo di questi giorni per risolvere i problemi? Vedremo.
Nel frattempo sarà interessante capire chi ci guadagnerà e chi ci perderà. Il mantra neutralista che circonda i governi tecnici non convince. La politica (e quello che decide un governo dei tecnocrati è sempre politica) è rappresentanza di interessi, da qui non si scappa.
Sarà dagli applausi e dai lamenti che si capirà la vera natura dei governi imposti dalle tecnocrazie per salvare le banche e la finanza. In salsa italiana, vedremo quali scelte Monti proporrà per tenersi a galla e acquisire il vero risultato che tiene a cuore, ovvero il rientro nei binari del sistema liberistico, come impone il pensiero dominante.
Quelli che comandano oggi non hanno presente quel rapporto di convivenza tra capitalismo e democrazia che ha caratterizzato i Paesi europei nel ‘900, difeso, paradossalmente, dal Muro di Berlino.
Caduto il Muro intendono andare all’incasso e disegnare la società secondo le esigenze delle elites finanziarie.
Del resto la Cina di oggi dimostra che senza l’impaccio della democrazia il capitalismo ha risultati clamorosi.
Consoliamoci.
mercoledì 16 novembre 2011
Selezione naturale
Oggi Le Monde parla di Incappucciati e di Logge, qualcuno ricorda Vilfredo Pareto e le teorie delle elites, altri parlano apertamente delle manovre finanziarie occulte per provocare questa o quella decisione politica.
E chi se lo sarebbe immaginato che un mondo di conoscenze coltivato da pochi intimi ovvero da chi nulla ha che fare con questi ambienti ma attento a quello che succede dietro le quinte della realtà rappresentata dall’informazione ufficiale, potesse essere oggetto di attenzione da parte di tanti.
Il fatto è che soprattutto negli ultimi tempi non sembrava proprio realistico accettare l’idea che i nostri, affacciati ogni ora in televisione nei vari salottini da dibattito, potessero essere veramente gli artefici dei destini di questo Paese e di altro ancora.
Chi poteva bersi l’informazione addomesticata per le varie tifoserie servita dalle televisioni e dai giornali, soprattutto quelli più “politicamente corretti”? Ma veramente potevamo immaginare (per passare ad altro) che bastava la capacità di maneggiare fax, facebook ed ammenicoli vari per essere capaci di fare la “rivoluzione”.
E quale rivoluzione? L’unica rivoluzione che è stata consentita negli ultimi anni è stata quella dei cosiddetti “diritti individuali”, ovvero dei diritti che non costano niente ed anzi vanno proprio nel solco tracciato dai potenti, interessati più che mai alle nuove frontiere dei profitti.
Oggi che è stata spiazzata un’intera classe politica, alla quale rimane solo il godimento di laute indennità e vitalizi, raggiunti o raggiungibili, possiamo anche volgere lo sguardo altrove e iniziare a capire che il mondo è cambiato, sta cambiando e nulla è o sarà come prima.
Il pensiero in questo momento và agli innumerevoli conformisti, quelli che ancora pendono dagli annunci di questo o quel paladino della propria parte politica per entusiasmarsi dei cambiamenti prossimi venturi. Si rassegnino, non dipende da quelli il futuro, dipende da altri. Sono schiere di persone che non abbiamo mai visto sui marciapiedi e negli altri luoghi dove si incontra la gente e dove può nascere l’impegno alla politica. Questi che oggi comandano sono di altra pasta, vivono di altro e sanno capirsi a volo tra di loro.
Per loro l’economia sono equazioni e derivati, non storia e natura, rispondono al Mercato e non al popolo. E’ una nuova religione che avanza, che ha i propri riti e i suoi nuovi altari, che non ammette diversità, autonomie, che all’occorrenza bombarda o rimuove, affama e distrugge.
Loro hanno un disegno di società, la politica di ieri ha mostrato di non averlo, né di saperlo attuare. Perciò soccombe: è il principio della Selezione naturale, virtù teologale dei nuovi potenti.
sabato 12 novembre 2011
Fumo di Londra
Ora verrebbe voglia di parlare di Lavezzi e Cavani, ora che tutto volge secondo quanto già previsto, da anni e da molti. Non tutti, non quelli che fanno “l’informazione” in Italia.
Quello che si vuol sapere si sa, il brutto è che molti non vogliono sapere e considerano più comodo adeguarsi all’opinione prevalente e militare secondo le regole proprie delle tifoserie organizzate.
Ce l’avevano detto tanti anni fa che il processo di globalizzazione era diretto ad equilibrare la condizione di vita dei cinesi con quella degli europei: un po di più a loro, un po di meno a noi. Con quali quantità, che tempi e quali modalità non ce l’hanno spiegato (di sicuro Ballarò non ne ha parlato). Il tutto per permettere a Coca cola, Ibm ed altri di vendere i propri prodotti ad un miliardo ed oltre di cinesi. Guadagni enormi per le imprese e i loro amministratori, perdita di competività per le nostre imprese di fronte ai prodotti a basso costo dei cinesi, ai quali in cambio sono state spalancate le frontiere.
In una situazione così creatasi di perdita di redditività e di crisi del sistema produttivo si è provati a creare moneta a sbafo e dunque mutui bancari, carte di credito, prestiti a tutti, anche per andare in vacanza. Guadagni enormi per le banche e i loro dirigenti e collasso dopo pochi anni dall’inizio dello sbafo.
La via del risanamento finanziario del Paese, affidata a uomini del mondo bancario, servirà a completare l’opera come essa è iniziata e dunque non c’è da farsi illusioni: saranno lacrime e sangue. E sarà così perché molte delle sicurezze e dei principi che regolavano la “vita di prima” sono ormai in forte attenuazione, stanno per scomparire.
Non c’è più voglia di democrazia, ne abbiamo avuta troppo, dicono. Ora è il tempo delle decisioni dei competenti. La crisi economica è affrontata, come si vede, dalla BCE e non certamente dal Parlamento europeo. I decisori sono tutti di estrazione bancaria, proprio di quelle banche che hanno prodotto i guasti presenti. I parlamenti nazionali (tranne quello tedesco) hanno solo funzione di ratifica di quanto deciso a Strasburgo. Le elezioni sono un lusso che non ci possiamo permettere.
Che dire. Ancora il 31 luglio 2008 il Parlamento italiano approvava all’unanimità (nella calura estiva e con disinteresse di tutti)la ratifica del trattato di Lisbona, ultimo dei trattati che hanno via via estorto sovranità alla nazione per affidarla agli organismi europei (quali?) ovvero alla Banca centrale europea. In altri Paesi europei almeno hanno fatto referendum popolari, da noi no.
D’altro canto viene meno il principio di determinazione dei popoli con la scusa dell’intervento umanitario. Altrove le cose vengono risolte più facilmente con una delibera di comodo dell’Onu e via con le bombe.
Tempi cupi per il mondo: c’è chi ritiene di avere una missione universale da compiere e guai a chi si mette di traverso.
Insomma a noi è andata meglio,in fondo abbiamo ancora il Parlamento pieno dei nostri rappresentanti che fanno finta di guidare il Paese, mentre altri dirigono l’orchestra.
Si farà quello che Berlusconi aveva promesso di fare al momento della sua discesa in campo(1994) e che non è stato capace di fare e si farà quello che gli oppositori agognavano di fare ma che non potevano fare perché tirati dalla giacchetta dai soliti guastafeste. Tutti insieme, essendo incapaci di risolvere i problemi, daranno fiducia e sostegno ai veri padroni della politica, alzando la mano, battendo le mani e convincendosi che sì la modernità, il progresso è questo: bombetta, ombrello e fumo di Londra. Very nice!
domenica 6 novembre 2011
Scoppieranno le fogne?

“Dopo l’uragano che ha colpito New Orleans, ci chiediamo tutti cosa succederà se il Vulcano si sveglia. In realtà io penso che ci dovremmo riguardare da un altro pericolo. Ti spiego.
Da piccolo sentivo parlare della nostra zona come la “Zona del Pantano” e ci si riferiva a quella grande distesa pianeggiante a nord del capoluogo regionale che raccoglie da sempre le acque in discesa dai monti circostanti. Anche il vino prodotto in questa zona veniva chiamato il “vino del Pantano”, non era gran che, visto che cresceva nell’acqua e dunque non ha mai ottenuto il D.O.C. Tuttavia, cosa più importante, c’è da considerare che mentre le acque delle piogge un tempo venivano assorbite dal terreno, oggi vengono tutte incanalate nelle fogne, in conseguenza della vasta urbanizzazione che si è avuta negli ultimi cinquant’anni. Il terreno non c’è più, vi è una distesa enorme di cemento e asfalto e gli scarichi delle piogge e delle attività umane e produttive vanno tutte nelle fogne. Ora, se tu consideri che appena qui viene un temporale per venti minuti, puoi scommettere subito che si creano allagamenti e crolli, puoi pensare cosa può succedere in caso di temporali che durano magari un’ora o due. Ai voglia di parlare di eruzione, qui rischiamo di fare la fine di New Orleans!
La rete fognaria sicuramente già oggi non è più sufficiente per assicurare lo scarico in condizioni normali, figurati in caso di forti temporali. Le fogne salteranno, le strade diventeranno fiumi e laghi, ecco quello che succederà.
A proposito: abbiamo fatto un appalto per la pulizia della caditoie proprio per evitare gli allagamenti soliti dell’autunno e sai che abbiamo scoperto? Che in una strada sistemata qualche anno fa vi erano sette caditoie “ a bella posta”, ovvero senza l’innesto con la fogna: cosa dell’altro mondo, direbbe qualcuno!!...Ci vediamo domani, domenica.” (da Cronache dal Pantano, 2006, pag.31)
sabato 29 ottobre 2011
E' tempo di emigrare

Punto della situazione.
Dopo un paio di anni in cui il sistema informativo, utilizzando le intercettazioni più o meno giudiziariamente giustificabili, ha alimentato il dibattito sul Bunga Bunga, il Paese è sprofondato. Chi volesse può leggere negli archivi le prime pagine delle maggiori testate nazionali e troverà conferme: fino a giugno scorso si parlava d’altro e non di crisi. Il ricordo delle più note trasmissioni televisive di informazione da lo stesso risultato: Ballarò, Anno zero ed altri hanno riempito serate con quei temi.
Il risultato è che oggi si arranca, ci si aggrappa a idee vuote (encomiabili le nuove leve: roba che nemmeno alla V elementare!...) e si finisce per condividere tutto, perché i fondamentali pilastri sui quali si regge il Paese sono ampiamente accettati da tutti.
Come era prevedibile l’Italia si trova in un momento difficile, molto vicina alla Grecia, con tutti i distingui che pure vengono sbandierati(tanto per darsi coraggio).
Mentre autorevoli economisti (Paul Krugman) mettono in dubbio la validità stessa del sistema monetario europeo (una moneta senza governo e senza cittadinanza comune somiglia alle fisches del Monopoli) le forze politiche si contendono la maggiore capacità di attuare quanto chiesto dalla Bce. A parte la questione della maggiore “facilità di licenziare” (idea che il cavaliere accolla al parlamentare Pd Ichino) su tutto il resto vi è quasi una generale accettazione.
Senza entrare nel merito dei singoli punti, l’eccezione che si può sollevare rispetto a quanto sta accadendo riguarda una questione fondamentale ovvero se si tratta di impegni relativi a politiche di bilancio o si tratta, come è, di un vero è proprio programma di governo. E se è così si pone sempre di più un dubbio sulla persistenza o meno del concetto di sovranità che costituzionalmente promana dal popolo attraverso l’esercizio dei suoi poteri diretti o mediati. Qualcuno ha ancora voglia di citare l’articolo 11 della Costituzione sulla “ cessione di sovranità”? Attendiamo i prossimi mesi per chi avesse voglia di ripetere la solita litania imperniata su questo punto, quando(inevitabilmente) le piazze si riscalderanno.
Nel frattempo, privatizzazioni e liberalizzazioni, tanto per aprire la strada agli acquirenti, già in fila.
La verità è che nemmeno sull’orlo del baratro la classe dirigente di questo Paese è capace di trovare una soluzione e strumenti per risolvere i problemi presenti. Ancora non si scorge una presa d’atto su alcuni fondamentali incongruenze del sistema Italia.
Questo Paese soffre di alta pressione tributaria e di notevole spesa pubblica e nonostante tutto si ha notizia giorno dopo giorno della persistenza del famoso principio dei “diritti quesiti” per cui rendite consolidate (nel sistema pubblico) non possono essere toccate per “ragioni di giustizia”. Per fare un esempio, i doppi stipendi alla Catricalà hanno ancora ragione di esistere in questa situazione? e le pensioni d’oro alla Giuliano Amato? E gli emolumenti da manager nelle pubbliche amministrazioni(con l’imperdibilità del posto di lavoro, all’italiana)?
Una classe dirigente che non ha la capacità di rinunciare ai favori che si è concessa negli anni non può che vendere la pelle di tanti che arrancano, pur di sopravvivere.
Una classe dirigente orgogliosa del proprio ruolo saprebbe assumere decisioni, sia pure dolorose, ma capaci di ridare una prospettiva al Paese.
Il mondo non finisce con l’Europa e nemmeno con gli Usa(anche là ci sono scontri e proteste). Ci sono Stati che hanno affrontato crisi gravi e ne sono usciti con decisioni forti. Se continuiamo a seguire la Banca centrale europea che è preoccupata dall’ossessione di evitare la crescita dell’inflazione(perché il debito pubblico da versare alle banche non svaluti?) non ci sarà modo di uscire dalla crisi. Se diciamo si al diktat della Bce (del marzo scorso) e relativo al rientro al 60% per il limite del debito pubblico, conviene “portare i libri in tribunale” perché non ci sarà modo di adempiere. Soprattutto, se fosse questo il programma di governo basterebbe sostituire Governo e Parlamento con un buon amministratore, visto che non si offrono alternative credibili da parte delle forze politiche.
La tanto decantata crescita non ci sarà per il semplice fatto che la regolamentazione, i principi di governo dell’economia, che ci hanno portati a questa situazione non sono affatto cambiati. Gli Stati pagano le banche con i soldi dei cittadini, mediante tagli ai servizi e con aumento delle tasse. Le frontiere commerciali sono aperte e non c’è il minimo accenno a politiche di protezione della produzione(quella che è rimasta) di fronte alla concorrenza spietata dei Paesi extraeuropei. Altri Paesi assumono protezioni per favorire produzione e occupazione nazionale, in Italia no. Vedremo.
Nel frattempo l’Europa accetta prestiti dalla Cina, per prendere un po di ossigeno(proprio come debitori in stato prefallimentare). Ovviamente niente arriva gratis. Si è già compreso il prezzo da pagare:”la Cina si aspetta che l' Europa le riconosca lo status di economia di mercato. È qualcosa che i cinesi avranno automaticamente nel 2016, ma vorrebbero prima. Non per prestigio, ma perché non essere considerati economia di mercato comporta una penalizzazione quando si devono stabilire i prezzi equi nei casi di dispute antidumping. In qualche modo, Pechino vuole che i membri della Ue la smettano di sollevare questioni di concorrenza sleale (e magari di copyright).”
Nulla viene a caso: sarà la mazzata finale in nome del Credo della Globalizzazione ( a carico dei fessi).
Nel frattempo chi può si attrezza. Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza dice:”Creare relazioni con l'America Latina significa entrare in contatto con una realtà affine, che ama il Made in Italy e in forte espansione. Nel 2010 ha visto il Pil crescere in media del 6,9%, contro un dato mondiale del 3,8. Brasile e Argentina, vista la presenza di forti dazi, si prestano per operazioni di internazionalizzazione, con la creazione di unità produttive in loco. L'opportunità è valida per tutti, non solo per investimenti da milioni di euro».
Come dire: a questo punto anche per le imprese è tepo di emigrare.
mercoledì 26 ottobre 2011
Nobiltà vò cercando

Ieri sera da Gad Lerner Lucrezia Reichlin (figlia di Alfredo e Luciana Castellina) e Vittorio Cossutta (figlio di Armando) discutevano della manifestazione di oggi, invocata da Antonio Martino (figlio di Gaetano) e Giuliano Ferrara (figlio di Maurizio). In collegamento con la redazione romana de La7 c’era Gaia Tortora (figlia di Enzo).
Poco prima al tg 3, diretto da Bianca Berlinguer(figlia di Enrico) servizi di Francesca Barzini (figlia di Luigi) e di Antonio Di Bella (figlio di Franco).
Su Rai1: informazione con Natalia Augias(figlia di Corrado e Daniela Pasti) e Quark con Piero e Alberto Angela (figlio di Piero).
Sugli altri canali…..
sabato 22 ottobre 2011
'O Core 'e Napule

“D’altra parte quando diventi sindaco devi amministrare: e quando amministri, una cosa sono le chiacchiere, un’altra le difficoltà di trovare soluzioni».
Così Emanuele Macaluso, siciliano, direttore del quotidiano “Il Riformista”, già autorevole dirigente del Pci. In un’intervista di oggi discute di De Magistris a Napoli e lo raffronta a Leoluca Orlando sindaco della “Primavera di Palermo” in anni passati.
A proposito del Sindaco di Napoli esprime in conclusione cose condivisibili:«Non faccio l’indovino. Ma non c’è bisogno della sfera di cristallo per capire che a Napoli le cose andranno più o meno come andarono a Palermo. Questi movimenti dal basso interpretano una collera, uno stato d’animo, esigenze giuste ma volatili e prive di basi culturali solide, di un substrato organizzato e socialmente consolidato.”
Sembra proprio che le cose vadano in quella direzione. De Magistris non è collocabile in un alveo culturale sicuro, il che è una pecca ma costituisce una costante per tanti magistrati che di recente hanno intrapreso le strade della politica. Stessa caratteristica, che riguarda anche altri giovani leoni che in questi tempi calcano la scena politica, insieme ad altre: troppo ricorso alle emozioni, contestazioni di regole e gerarchie del proprio partito, immaginifiche rivoluzioni sui versanti(manco a farlo a posta) delle nuove tecnologie, ma scarsa voglia di contestare i fondamentali che governano economia e società in questo Paese. Quasi mai i nostri nuovi leader mettono il naso oltre i confini nazionali; la crisi che attanaglia il mondo occidentale è una cosa che poco li riguarda, presi come sono dalle polemiche quotidiane con questo o quell’altro esponente della “gerontocrazia” del partito.
De Magistris a Napoli ha fatto come i giocatori di rugby, a testa bassa ha sfondato tutto senza stringere alleanze con partiti politici ma privilegiando l’aura positiva dell’opinione cittadina, in un momento in cui tutto navigava in favore di un esito “straordinario” nell’ultima consultazione elettorale.Entrambi i grossi partiti erano in crisi, per ragioni di ordine nazionale o locale: il Pdl oramai legata ai destini calanti del cavaliere e il Pd in fase regressiva dopo gli ultimi anni di Bassolino.
Il sindaco di Napoli ha così potuto dire tanti no vincendo egualmente, con largo margine, essendo sostenuto solo dal partito di Di Pietro (ma de Magistris polemizza, un giorno si e l’altro pure, anche con quest’ultimo). Rimane che il primo cittadino della “capitale” del Mezzogiorno, con tutto quello che significa questa etichetta in termini di oneri e di oneri, privilegia il contatto diretto con le esperienze politiche e sociali di “base” tanto di moda negli anni della contestazione e dopo i rivolgimenti del ’68.
Questa è la cifra della nuova amministrazione partenopea: un luogo ove si disprezza il contatto con ciò che si è costruito negli anni o con tutti gli attori che hanno influenza oltre i confini comunali, per dare filo ad ambienti non istituzionali, ove l’immaginazione e l’emarginazione si tengono la mano così come avviene da secoli in certi anfratti della città del Vesuvio. Posillipo e la Sanità a braccetto e il sindaco nel cuore dei napoletani.
Sarà questa la formula vincente per dare slancio ad una città assediata da vecchi e nuovi problemi? Chissà. Prima o poi i conti si faranno, imperniati soprattutto sul confronto con le grandi città europee ove, al di la delle formule politiche, contano i risultati delle amministrazioni.
Ma c’è un confronto che potrebbe risultare ancora più significativo ed è quello della Napoli di oggi con la Napoli del passato. Una grande città ha bisogno di un adeguato quoziente di trasformazione, soprattutto nel settore dell’urbanistica e delle infrastrutture. Questo dato ce lo insegna la storia recente della stessa città. Una buona amministrazione deve condurre a termine quello che precedentemente è stato programmato, deve avviare nuove opere e programmare altro per chi verrà dopo.
De Magistris avrà la capacità (almeno) di avviare opere come la Tangenziale(anni ’70)?il centro Direzionale(anni ’80)?il sottopasso ferroviario(roba degli anni ’20) ?la metropolitana(degli anni di Bassolino)? Sarà capace di permettere ai turisti (quelli che ancora vengono a Napoli) di passare dal porto alla piazza Municipio evitando di essere messi sotto dalle auto? Oppure, sarà capace di porre termine (con qualcosa di utile) alla telenovela ventennale di Napoli Est?
Non basta gridare contro tutti e schermarsi dietro alle assemblee popolari(perché questo è in cantiere oggi) per non far nulla.
Come dice Macaluso “D’altra parte quando diventi sindaco devi amministrare: e quando amministri, una cosa sono le chiacchiere, un’altra le difficoltà di trovare soluzioni».
lunedì 17 ottobre 2011
E' difficile fare la rivoluzione.

E’ proprio difficile fare la rivoluzione o almeno indurre la classe dirigente a qualche significativo cambiamento quando non si hanno le leve del potere in mano. Perché di questo, paradossalmente, si tratta. Operai e contadini hanno fatto rivolte e rivoluzioni utilizzando il vero potere che è quello di essere ruota imprescindibile di un meccanismo o meglio del meccanismo produttivo. Ora che i saperi sono interconnessi ed intercambiabili, ora che si possono appaltare a Bombay o a Budapest anche i call-center e altre (più qualificate) attività di lavoro, cosa rimane per azionare la leva della rivoluzione?
Le lauree che si sprecano, i master, i saperi, le lingue, risultano del tutto improduttivi per imporre un vero cambiamento della società e non sarà il solito, l’ennesimo corteo, numeroso, con concentrazione in questa o quella piazza a preoccupare i potenti di turno. Gli indignati di oggi hanno solo carte da appendere al muro, nemmono hanno i forconi dei contadini o governano i pulsanti delle presse della fabbrica. Niente!
Potenti? No, qui non siamo di fronte ai capitalisti, ai padroni del vapore, della prima o seconda industrializzazione, qui siamo di fronte ad una classe dirigente, in senso lato, non solo quella politica, che vive di rendite sicure che hanno la loro origine nelle casse pubbliche. Non rischiano niente.
Vive di rendita il parlamentare, nazionale, europeo o regionale, vive di casse pubbliche tutta la più alta burocrazia di ogni apparato, vive di casse pubbliche l’imprenditore che vive di appalti con le amministrazioni pubbliche, il banchiere che ti prende per i fondelli solidarizzando con i protestatari. Tutti uniti a mantenere privilegi e prebende che si sono accresciute in maniera spropositata negli ultimi venti anni. Quelli che dovevano essere gli anni dell’economia di mercato e che si sono rivelati gli anni della furbizia pubblica, di chi ha capito che in Italia (soprattutto) bisogna stare dentro al sistema e per chi resta fuori c’è solo da sopravvivere.
Le manifestazioni di questi giorni descrivono bene lo stato dell’arte. Positivo il prologo del sit-in dinanzi alla Banca d’Italia per sottolineare che ormai è quello, tra gli altri omologhi, il palazzo delle decisioni importanti. Restando lì per ore ed ore, snobbando i palazzi della politica, i dimostranti hanno dato un grande segnale di consapevolezza della posta in gioco e di avere presenti i veri protagonisti dello sfascio planetario.
E invece non bastava a qualcuno: ci voleva il classico, ritrito, corteo con concentramento in una piazza per permettere magari a tre o quattro di avere il quarto d’ora di celebrità. Così non è stato, per ragioni sulle quali si discute animosamente in questi giorni.
L’unica soddisfazione per tanti che hanno partecipato o osservato il corteo di sabato rimane lo sputo in faccia a Pannella. Ora, con tutte le riserve che si possono avere nei confronti del pannellismo appare significativo il gesto perché rendeva più “nostrana” la giornata internazionale di protesta riproponendo la solita, ennesima, manfrina parlamentare della scorsa settimana ove le parti opposte si sono date al conteggio dei voti in Parlamento pro o contro il cavaliere. Ancora una volta, per come sono andate le cose, questo Paese dimostra di non riuscire a stare al passo con altri ove è scoppiata la protesta, rifugiandosi in una piccola, insignificante, storia che tanto rincuora o indigna le tifoserie avverse.
Questo Paese non cambia nemmeno di fronte ad una crisi economica devastante perché chi si indigna, oltre a non avere mezzi significativi per indurre al cambiamento, non trova culture politiche idonee e dunque non sa nemmeno quale strada prendere, perché tutte le forze politiche sono asserragliate nel Palazzo non avendo parole e idee per rappresentare il disagio e la povertà che vanno crescendo.
In questi venti anni hanno tutti suonato la stessa musica, per direttori d’orchestra che erano altrove. Ovunque, nel mondo, la protesta marca bene questo aspetto, in Italia è vietato dirlo.
Pro memoria: "Nel dicembre 1997, a 23 anni, Julia "Butterfly" Hill si è arrampicata in cima a una sequoia, battezzata Luna, per protestare contro l'abbattimento di una foresta di alberi millenari nel nord della California da parte della Pacific Lumber, una società nel settore della raccolta del legname.
Ne è discesa solo 2 anni dopo, avendo raggiunto con la Pacific Lumber un accordo di grande valenza simbolica, per la conservazione di Luna e degli alberi circostanti. Durante tutto questo periodo ha vissuto su una piccola e traballante piattaforma a circa sessanta metri di altezza, in balia delle tempeste, degli elicotteri della Pacific Lumber e dei suoi agenti di sicurezza che impedivano il passaggio dei rifornimenti."
giovedì 13 ottobre 2011
Un Paese "normale"

Bersani: “se arriveremo al governo, noi vogliamo essere alla testa di una disponibilità a cessioni di sovranità su base democratica verso una dimensione europea. Perché o si affronta questo tema e lo si guarda in faccia, o non si trovano le soluzioni”. (Agenparl)
La Dichiarazione di Bersani, segretario del Pd, fa il paio con quanto riferito da Berlusconi nel suo ultimo viaggio a Bruxelles quando ha implorato “l’Europa” di imporre una riforma delle pensioni,con l’innalzamento dell’età pensionabile. Praticamente il capo del Governo italiano attesta che in Italia non siamo capaci di fare le riforme chieste (imposte) dal duo Draghi-Trichet e così Bersani, per essere all’avanguardia, si offre per una più generale cessione di sovranità “all’Europa”.
Evidentemente non siamo un Paese normale e parecchi non se ne rendono conto. Con dichiarazioni di questo tipo la classe politica, attraverso suoi massimi esponenti, dimostra due cose. La prima è che non c’è più capacità di governo all’interno dei confini nazionali attraverso gli strumenti politici e istituzionali propri. La seconda dimostra ancora una volta in più che il mantra dell’”Europa” è una fede più che una scelta politica, perché in una situazione di crisi nella quale i tanti attori si muovono (anche) tenendo conto dell’interesse nazionale, i vertici di questo Paese mostrano di essere del tutto abbagliati per quello che si rivela sempre più a tanti un percorso di difficile attuazione, se non da abbandonare.
Mentre la Germania decide di non intervenire in Libia e decide se valgono o no per sé le scelte della Banca centrale europea e la Francia sta decidendo (perché di questo si tratta) a che prezzo è lecito far fallire la Grecia (tenendo conto degli interessi delle sue banche) l’Italia e i suoi leader decidono che vale ancora la pena di servire, taciti ed obbedienti, le decisioni prese, non dagli organismi europei, ma dalla Bce.
Converrà chiunque che ormai da mesi non si esprime il Parlamento europeo e la Commissione esprime vagiti per nulla significativi. Chi detta legge è la Bce, che governa nell’interesse del sistema bancario, come è oramai evidente a molti.
Sarebbe bello immaginare un sussulto di orgoglio capace di porre al centro dell’attenzione l’interesse di milioni di persone che in questi momenti attraversano una situazione di difficoltà economica, di imprese che perdono profitti e che falliscono, una politica capace di sfrondare il grasso che si è accumulato in questi anni e decenni intorno all’apparato pubblico. Capace di scovare risorse vere e non di dissanguare i soliti contribuenti. Capace di esprimere obiettivi ambiziosi, ma fattibili. Invece no, dato che non siamo capaci di risolvere da soli le storture che hanno determinato povertà ed ingiustizie ci rivolgiamo all’”Europa” con atti di suppliche o di fede per cose che non sappiamo imporci o perché ci rimettiamo alla sua generale volontà di governo.
A questo punto verrebbe da chiedersi quale è il senso di tutto ciò e dove si trova la fonte di legittimazione nei governanti di questo Paese: se non sai comandare o rimetti ad altri il potere di comandare, vuol dire che il comando non ti spetta.
Altro che polemiche sulle indennità grasse che percepiscono i politici in Italia, qui c’è da discutere proprio della legittimazione a governare.
Coraggio!Oltre alle solite questioni, nelle prossime settimane, la politica in Italia avrà da recepire l’ennesima direttiva comunitaria che prevede 1) che un bambino minore di otto anni non possa più gonfiare i palloncini (senza supervisione di un adulto) 2) che fino a 14 anni siano proibiti i fischietti che si allungano con una lingua colorata di carta 3) che fino a 14 anni siano proibiti i giochi di pesca magnetici 4) che gli orsetti – o simili – in peluche siano completamente lavabili.
Si prevede un ampio ed approfondito dibattito tra le forze politiche. Giornali e televisione daranno ampia notizia.
domenica 9 ottobre 2011
Arrangiatevi!
“Per l'abbattimento del debito servirà ricorrere a forme di finanza straordinaria in cui il Governo dovrà mettere in agenda una "patrimoniale morbida", la riforma pensionistica, un piano di dismissioni e se questo non basta, anche un condono edilizio e un condono fiscale. Non credo che l'etica si misuri sul condono”. Lo dice Fabrizio Cicchitto, a Saint-Vincent.
Queste affermazioni stanno a dimostrare (Cicchitto è il capogruppo alla Camera del Pdl) che la situazione economica in Italia è e rimane grave, nonostante le manovre assunte già a luglio e ad agosto di quest’anno, a tacer di quelle dell’anno passato. I totali delle manovre approvate appena poche settimane fa avevano di mira il pareggio di bilancio e dunque si “limitavano” a 40-50 miliardi di euro. Da qualche giorno si sussurra e si legge tra le righe che il Governo e dunque il Parlamento avranno a che fare prima, piuttosto che poi, con cifre diverse e ben più consistenti. Si parla di cifre intorno ai 400-500 miliardi di euro, perché sarebbe venuto a maturazione il dicktat, ovvero, la decisione della Banca centrale europea di attaccare il debito complessivo, storico, che, come si sa, ammonnta in Italia ad oltre 1.900 miliardi di euro.
I desideri dei banchieri europei vanno esauditi ed allora (sottovoce) si comincia da parte dei vertici politici a immaginare scelte ben più imponenti di quelle fin ora assunte. Tempi duri si prospettano, perché se milioni di italiani stanno già significativamente stringendo la cinghia, le ulteriori restrizioni di servizi sociali, gli ulteriori esborsi in termini di tasse o di patrimoniali, produrranno sofferenze individuali e collettive tali da determinare crolli economici a catena.
Cicchitto, insieme ad altri esponenti politici, parlano anche di condoni e dice che in momenti come questi non c’è spazio per parlare di etica. Ma qui non si tratta di etica, che può riguardare i ben pensanti pantofolai, qui si tratta comunque di soldi. Come la storia fiscale degli ultimi anni insegna, in questo Paese il condono diventa un premio per chi 1) ha alti redditi 2) ha evaso in maniera significativa. Chi ha evaso molto ma ha la Ferrari o, per dire, la casa a Montecarlo paga felicemente le cifre richiesta a sanatoria, perché il conto finale è comunque favorevole per lui. Il problema invece è per i tanti che soggetti, come sempre, alle minacce di ulteriori accertamenti e sanzioni sono costretti a pagare il condono anche se 1) non hanno avuto redditi significativi 2) non hanno potuto evadere. Queste due ultime condizioni spesso vanno insieme e quando si presenta il condono come minaccia e non come opportunità, i contribuenti, imprese o lavoratori autonomi che già arrancano di questi tempi sono soggetti ob torto collo a pagare l’ulteriore gabella. Si dice a Napoli:”cornuti e mazziati”!
Quale morale trarre da tutto quanto? Vengono in mente immagini in bianco e nero, quelle precisamente di Totò. La scelta è ampia: “I tartassati”, dove il contribuente Totò gioca a fare il furbo nei confronti del maresciallo della Finanza Aldo Fabrizi. Meglio ancora è il titolo di un altro film dell’indimenticabile comico: “Guardie e ladri”, dove bene si mette in evidenza la distanza tra la realtà e la norma, tra il rispetto formale della legge e la dura vita del cittadino qualunque. Quel clima di diffidenza reciproca tra Stato e cittadino è ancora presente e chi può, come Totò affermava, “si arrangia”. Questa è la natura del rapporto in Italia tra Autorità ed individuo: furbizia contro prevaricazione.
Ancora una volta il Principe della risata, insieme ad altri indimenticabili interpreti del cinema, spiega bene come vanno le cose in Italia. Conviene adeguarsi.
mercoledì 5 ottobre 2011
Gli irresponsabili

Non se ne può più. Questo Paese ha la classe politica che si merita perché c’è tanta gente che non sa cogliere i veri obiettivi, non sa fare le vere riflessioni e vive di indignazioni quotidiane, emozioni, mobilitazioni da internet, senza che seguano masse consapevoli. Le masse si muovono consapevolmente quando il quadro degli avvenimenti è chiaro ad ogni singolo partecipante e i vertici sono di esempio. E’ stato sempre così nella storia, in Italia oggi no.
L’emozione del giorno (il discorso è delicato) trova il suo epicentro in Barletta ove lo stato di degrado urbanistico edilizio ha prodotto altre morti (mentre, nel frattempo, si costruiscono capannoni senza alcuna utilità). La questione che accende gli animi è il dato remunerativo delle operaie che lavoravano nell’opificio coinvolto dal crollo. Poca remunerazione, troppo lavoro, poche garanzie. Tutto vero. Sta di fatto che in un momento di crisi economica questi dati sono la regola per tante altre realtà produttive e bisognerebbe capire (non giustificare) il perché della diffusa esistenza di situazioni di sottooccupazione e di precarietà. Certo se crolla il fabbricato e ci scappa il morto nasce una tragedia, ma quanti lavoratori giovani o anche maturi devono accontentarsi di 3,95 euro per ora di lavoro? Chi segue e si informa sa che è la regola ormai per milioni di lavoratori, anche occupati (precariamente) presso imprese importanti e anche presso amministrazioni pubbliche.
Oggi la realtà produttiva delle piccole imprese è questa e non sempre dal lato della proprietà vi è grasso che cola. Sarebbe bello un mondo fatto di bianco e nero, di ricchi con barca a Montecarlo e di lavoratori sfruttati. Sappiamo che non sempre è così e l’informazione seria, a partire da trasmissioni televisive serie (da ultima “Presa Diretta” di Riccardo Iacona) dimostrano situazioni complesse e di disperazione, anche da parte di datori di lavoro: piccoli e medi imprenditori, artigiani, lavoratori autonomi. Ci sono manifestazioni di protesta da parte di “produttori” (in Sardegna per esempio) che mettono bene in evidenza le difficoltà di imprenditori i quali per resistere alla crisi ed anche per non licenziare, hanno messo in gioco risorse personali e familiari rischiando e subendo fallimenti. Ci sono numerosi suicidi di imprenditori in questi ultimi anni. Il tutto avviene in una situazione di crisi economica rispetto alla quale il ceto politico in Italia concretamente nulla fa per alleviare le difficoltà, ma che fa di tutto per rendere ancora più difficile la realtà presente.
Bisognerebbe iniziare a capire, tra le altre cose, che i veri responsabili di certe morti, i responsabili veri delle remunerazioni a 3,95 euro all’ora si sanno ed hanno nomi e cognomi, vivono nei Palazzi dei poteri, del potere politico, economico, amministrativo. Chi vuole può informarsi, basta fare una ricerca cliccando i nomi che sappiamo e verificare quanto guadagnano. Cifre sbalorditive, soprattutto di chi vive di casse pubbliche, grazie a leggi infami che permettono cumuli di stipendio.
Dietro i morti di Barletta, dietro la disperazione di tanta gente, di lavoratori e di imprenditori, c’è l’irresponsabilità di tanti signori, con nomi e cognomi, che si sono divisi la torta a proprio favore, lasciando le briciole ai tanti altri. Sono i veri irresponsabili di questo Paese, quelli che hanno dissociato le loro tasche dal potere che hanno di decidere della vita altrui.
Sono quelli che spremeranno il limone fino alla fine pur di salvaguardare le loro tasche, senza che un sussulto di dignità gli permetta di mettere mano ai privilegi delle loro posizioni, così tanto per essere di esempio. Essere di esempio, appunto, roba da libro “Cuore” di De Amicis…altra storia…. questi sono vissuti con la pedagogia di Dallas!
Non lo faranno anche perché sanno che la gente si indigna per una palazzina che crolla e per la paga di un operaio a 3,95 euro all’ora e a nessuno verrà in mente tra gli indignati che quelle morti e quei salari sorreggono le poltrone di chi in questo Paese decide della vita degli altri senza responsabilità.
Chi vuole protestare per i morti di Barletta sappia capire dove si annidano gli irresponsabili-responsabili di questi drammi e tenga presente che la morte delle operaie di Barletta è uguale alla morte per suicidio di tanti imprenditori del Nord, tutti vittime di un sistema in cui i molti che decidono non subiscono né crolli, né crisi.
lunedì 3 ottobre 2011
L'America de noantri

I dipendenti del Comune di Caserta non trovano gli stipendi in banca perché il denaro del Comune è stato pignorato dai creditori. E’ il segnale che le cose veramente vanno male? O è il risultato di colpevoli distrazioni in una situazione ove tutti sono portati a pensare, in Italia, che il servizio pubblico non può mai fallire. E’ nella memoria storica di diverse generazioni che il rapporto di lavoro con le amministrazioni pubbliche costituisce un’ancora sicura nella precarietà del più ampio mondo del lavoro. Eppure molte cose sono cambiate negli ultimi tempi. La crisi economica fa venir meno certezze consolidate e mette in luce tutti i disastri che sono stati prodotti a danno delle amministrazioni.
Erano gli anni della svolta, tra arresti e cambi di leggi elettorali (quasi come adesso) che si immaginò di strutturare le amministrazioni locali come aziende e, di riforma in riforma, si è modellati quelle organizzazioni in netto contrasto con fondamentali principi che le sorreggevano da decenni.
I comuni, le province, hanno perso i normali controlli. Da controlli affidati a organismi, anche fisicamente, distanti, a carattere provinciale, sono passati a controlli interni, proprio come aziende commerciali, confidando nell’etica, nel senso di responsabilità dei soggetti chiamati a svolgere quella delicata funzione. Di fatto, le nomine dei componenti dei vari organismi di controllo si sono rivelate ulteriori occasioni per sistemare o foraggiare clienti elettorali, con la ovvia conseguenza di far venir meno quella necessaria terzietà che è caratteristica prima di chi è controllore rispetto al controllato.
La retorica che voleva amministrazioni più efficienti e rapide ha imposto i dirigenti a contratto, ovvero soggetti provenienti dall’esterno rispetto ai ruoli delle amministrazioni. Con contratti che sono legati ai tempi e alla volontà dei vertici delle amministrazioni, va da se che l’autorevolezza e la indipendenza assicurata (in via di principio) dal superamento di un concorso e dalla stabilità del posto di lavoro viene meno con tecnici chiamati a supportare le voglie del vertice politico, pena la revoca dell’incarico.
La assoluta libertà che viene praticata in Italia in materia di scelta del contraente per le necessità di forniture e di lavori(così come assicurato da recenti indagini in campo nazionale) fa si che anche le spese degli enti pubblici locali abbiano ormai una crescita notevole, tale da mettere a repentaglio gli equilibri finanziari.
Ora, a Caserta, ma non solo, avranno anche preso qualche svista, qualcuno magari non avrà salvaguardato l’impignorabilità degli stipendi, come pure la legge prevede, ma resta il fatto che per amministrazioni regolate con quel sistema, succintamente descritto e relativo ai controlli e alla direzione degli uffici, non ci si può meravigliare che il debito pubblico sia ormai esploso.
In questi anni abbiamo avuto molti amministratori che parlavano inglese, perché la mutazione doveva essere completa e visibile, e così abbiamo bilanci pubblici redatti con tutto l’armamentario linguistico della finanza speculativa. Faceva tanto moda e quindi bisognava farlo anche a Roccacannuccia.
Insomma ci è andata male. Volevamo fare gli americani e stiamo per saltare in aria, così come la Grecia ed altri Stati.
Sarebbe il caso di ritornare alle amministrazioni con controlli seri e funzionari capaci di dire no, quando occorre, invece si prepara il federalismo: l’ultima mazzata.
giovedì 29 settembre 2011
Ballando...ballando

La lettera del duo Trichet-Draghi inviata il 5 agosto al Governo italiano chiarisce bene la posta in gioco. Chiarisce non solo il merito e dunque ciò che i banchieri europei pretendono dall’Italia e dagli altri Paesi via via incappati nella crisi finanziaria, chiarisce altresì quali sono i rapporti di forza, veri, tra organismi sovranazionali (non sono quelli europei) e quelli nazionali, al punto che chiunque, finalmente, svegliatosi dal sonno, può comprendere quello che è stato costruito negli ultimi decenni con i vari trattati,nemmeno sottoposti, come in Italia, a consultazioni popolari.
Per chi ancora richiama le volontà dei fondatori dell’Europa organizzata, conviene ricordare che quello che vollero De Gasperi, Adenauer ed altri era qualcosa di più limitato e più efficace, ovvero la messa in comune di risorse minerarie, di produzione di energia e di regole commerciali.
Chi pensava di trovare una ventata di modernità e di progresso nelle politiche degli organismi europei potrà chiarirsi le idee. L’Europa lavora molto per concedere le cosiddette libertà individuali, quelle per intenderci a costo zero e che corrispondono agli sfizi già presenti nelle elite culturali ed economiche, ma quando si tratta di denaro sanno farsi i conti e dunque c’è poco da fare. Per pensioni e norme sui rapporti di lavoro, stipendi pubblici e privati, i signori banchieri hanno le idee chiare, sanno chi deve fare passi indietro e certamente non hanno alcuna preoccupazione di indicare una politica fiscale che abbia una valenza redistributiva capace di equilibrare gli enormi profitti di alcuni con le ristrettezze di molti impoveriti.
Ovviamente quando richiamano la necessità di abbassare i costi della pubblica amministrazione c’è poco da obiettare, visto che ogni giorno ormai abbiamo esempi piccoli e grandi di ruberie e sprechi.
Eppure sarebbe il caso di suggerire ai banchieri europei di rivedere loro stessi certe procedure di spesa che non solo risultano lente, ma, addirittura, incomprensibili rispetto agli obiettivi che intendono raggiungere.
La maggior parte dell’Iva incassata in Italia (vale anche per gli altri Paesi) prende la strada dell’Europa e si tratta d ingenti risorse. Ora, non si capisce perché questi soldi dovrebbero fare un giro così largo passando dal contribuente alle casse nazionali, per passare a quelle di Bruxelles, per ritornare in patria, dopo anni, in forma di finanziamento per costruire una palestra in una scuola o un capannone .
Risulta che in Italia vi sono capacità e competenze per costruire una scuola e il percorso di spesa sarebbe certamente più celere per giungere all’obiettivo prefissato. Non si capisce se tutto questo avviene solo per ottenere una targa sulle pareti di una scuola, così come non si capisce perché elargire ingenti somme per costruire capannoni, ancora oggi quando vi sono intere aree industriali inattive vista la crisi in corso. Sarebbe più facile per la verità far risparmiare le tasse all’imprenditore perché se lo costruisca lui il capannone, ma questa è un’altra storia.
Vi è evidentemente un bisogno di centralizzazione da parte degli organismi europei che non trova oggi giustificazione, quando si parla sempre più di federalismo e di sussidiarietà. Ovviamente viene a galla il cattivo pensiero e cioè che le sedi europee, come si sa, sono circondate da palazzi che ospitano associazioni di categorie e lobby e dunque sussiste l’ambiente giusto per pratiche di scambio. Nello steso senso si sa che, al di là di certe arretratezze che pure esistono, la indicazione, pure posta nella lettera di Trichet-Draghi, di liberalizzare gli ordini professionali va incontro agli appetiti di grossi soggetti finanziari che non vedono l’ora di inserirsi in settori tradizionalmente affidati a persone fisiche. Ovviamente molti pensano che questa riforma, così incisivamente chiesta, sia a vantaggio dei giovani professionisti…pura illusione.
Il meglio che si possa leggere in fatto di politiche europee per lo sviluppo lo si può trovare in campo scolastico dove con i famosi Pon(insegnamenti scolastici complementari) si finanziano corsi a gogò per insegnanti già di ruolo, mentre tanti precari attendono una stabilizzazione. Si tratta di risorse ingenti. Vale la pena di leggere anche i titoli di questi corsi. Spesso ce ne sono di quelli intitolati:”Ballando sotto le stelle”, lezioni di ballo…per genitori. Attenzione c’è anche il Pon che assume babysitter, perché ovviamente bisogna sorvegliare i bambini mentre i genitori imparano a ballare. Altro che “fabbrica delle veline” di qualche anno fa!
Così vanno le cose sotto il dominio riformatore dei banchieri europei, ci fanno ballare…in tutti sensi.
lunedì 26 settembre 2011
Pensieri forti

Negli stessi giorni, ad Assisi la Marcia della pace, in Germania la visita di Papa Ratzinger. Due mondi riconducibili nell’alveo del cristianesimo, uno su iniziativa di popolo, l’altro organizzato dal clero, eppure distanti e diversi. La Marcia nata da Aldo Capitini cinquant’anni fa e che ha preso piede negli anni del confronto nucleare tra Usa ed Urss, l’altro un ritorno in patria per il Papa tedesco che si confronta con le diverse anime del cristianesimo e con le difficoltà della Chiesa prima ancora che con le contraddizioni del nostro tempo.
Alla Marcia si partecipa anche da laici per affermare il valore della Pace, sebbene non sempre in coerenza con i valori profetici ed utopistici dell’ideatore e dei primi organizzatori di essa. Si è notata come sempre una variopinta presenza di esponenti politici che sia pure collocati all’opposizione o in maggioranza nel parlamento italiano non hanno fatto mancare in ogni occasione il loro voto per autorizzare occupazioni militari e bombardamenti. Ma si sa a certe richieste non si può dire di no.
Il Papa in Germania questa volta non ha provocato turbamenti, causati magari da testi scritti senza prudenza da parte di qualche collaboratore. Ha mostrato ancora un volta la faccia contrita di chi avverte le pesanti accuse lanciate da più parti, ma ha saputo scompaginare certezze e comode posizioni quando ha richiamato il dovere per la Chiesa di tenere conto degli ultimi della terra e soprattutto quando ha sottolineato la necessità della misericordia per gli agnostici e per gli indifferenti.
Non è una novità, il Papa tedesco, da giovane collocato secondo la facile geografia politica tra i progressisti del Concilio, ha espresso più volte nel suo pontificato la necessità di interpretare il pensiero religioso secondo quella che lui stesso ha definito “l’ermeneutica della continuità” ovvero che si sappia tenere legati tradizione e novità. Per quanto non favorito dalle simpatie di tanti che ricordano le coreografie del papato polacco, il Papa odierno sa quali sono i temi sui quali il confronto tra laici e credenti può produrre i frutti migliori. Dice il Papa: "Gli agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace e le persone che - colpite come vittime o semplicemente scandalizzate da casi come quello della pedofilia - soffrono a causa dei peccati commessi da uomini di Chiesa e hanno desiderio di un cuore puro, sono piu' vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli 'di routine', che nella Chiesa vedono ormai soltanto l'apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede".
Parole come queste vanno ben oltre il “pentitismo” corrente che ebbe tante occasioni di manifestarsi con Papa Wojtyla, richiamano il compito fondamentale della Chiesa di ritrovare gli ultimi, da intendersi questi non solo nella condizione materiale ma anche nella solitudine esistenziale che tanto caratterizza i nostri tempi. C’è da augurarsi che altrettanto impegno e coraggio si mostri anche sulle questioni economiche, sociali e della indipendenza dei popoli.
Ai marciatori per la Pace manca quella capacità di comprendere che non bastano le emozioni di un giorno per richiedere pace. Al tempo in cui nacque, la Marcia era sostenuta da pensieri forti, sia pure diversi, che avevano il pregio di indicare un disegno di società, un percorso e principi capaci di orientare. Al di là del conflitto quotidiano, emergevano comunanze di veduta su tante questioni interne ed internazionali e soprattutto il tenere al centro dell’attenzione la dignità delle persone. Non si può declamare il valore della Pace e non rendersi conto che poco si è fatto in questi anni per assumere posizioni coraggiose contro volontà sempre più chiare di dominio economico e militare. In Italia al dunque sono tutti pronti ad avallare occupazioni militari e disegni economici che sempre più si rivelano strumenti per concentrare ricchezze in poche mani a danno dei molti.
Entrambi gli avvenimenti segnano l’importanza del messaggio cristiano sul piano spirituale e del pensiero laico ed in mancanza di alternative quel messaggio appare oggi un riferimento ancora valido per opporsi al declino su cui è incamminato l’Occidente evoluto.
A dispetto della grande stampa e del gotha finanziario che ce l’hanno messa tutta in quest’ultimi anni la Chiesa è ancora viva.
mercoledì 21 settembre 2011
Senza prospettiva

Chissà se qualcuno aprirà gli occhi rispetto ad evidenze che dimostrano quanto siano stati infondati slogan declamati in questi anni e che ancora si sentono da parte dei vertici di questo Paese. Per anni ci siamo bevuti la lezione circa le magnifiche sorti e progressive della formazione di organismi europei che avrebbero disegnato addirittura una nuova nazione, gli Stati uniti d’Europa come qualcuno affermava.
Non che la strada intrapresa sia da considerarsi finita in presenza di una crisi che, giorno dopo giorno, mostra il suo volto più serio, ma certamente qui di una vera nuova Nazione o Stato non si vede niente. Insomma qui abbiamo capito, finalmente, che nell’Unione monetaria europea i singoli stati sono responsabili per il proprio indebitamento e ognuno sopporta declassamenti ed eventuali fallimenti. Addirittura la moneta, possiamo notare, ha una codifica che la riporta al singolo Stato (la sigla numerica è preceduta da una lettera per ogni Stato: per l’Italia c’è la S) per cui di moneta unica vi è poco.
L’ultima perla è di questi giorni, quando sentiamo che le azioni che la BCE vuole assumere in soccorso di alcuni Stati, tra cui l’Italia, dovrà ottenere il beneplacito, essenziale, del parlamento tedesco.
Si avverte che le istituzioni europee non sono quelle che in Italia sono state descritte ed ancora credute da tanti, ovvero un nuovo Stato con una nuova cittadinanza piena per tutti gli abitanti presenti nei suoi confini. Solo una classe dirigente, come sempre, spaccona e magliara, poteva vendere quello che non è. La realtà è quella di una organizzazione sovranazionale dove i singoli punti dell’agenda politica vengono contrattati e decisi in relazione agli interresi dei più forti. Nulla di nuovo sotto il sole… è stato sempre così, ma ci avevano raccontato il contrario.
Anche l’intervento in Libia, dopotutto, è avvenuto con spregio di trattati che (piaccia o non piaccia) avevano appena legato quel Paese all’Italia. In proposito è bastata qualche telefonata e si è dovuto intervenire a capo chino.
Come si può sperare nella capacità di guidare il Paese in questa situazione di grave crisi economica quando non si riesce nemmeno a capire qual è la prospettiva da cui osservare i fenomeni presenti e dunque le vie di uscite?
Se scoppia l’incendio sulla nave bisogna avere una prospettiva chiara per agire di conseguenza: mi salvo da solo? mi salvo con i miei compagni più vicini?affondo con la nave?
Non si capisce quale è la prospettiva della classe dirigente di questo Paese, con o senza il Cavaliere.
Sentiamo ancora qualche brillante esponente delle istituzioni che declama in nome dell’Europa e dunque viene da chiedersi se chi ci guida ha bene in chiaro la prospettiva dalla quale guardare la realtà e dunque quali soluzioni assumere.
I tedeschi mostrano di avere una loro prospettiva, la classe dirigente italiana no.
Non è una novità.
giovedì 15 settembre 2011
C'è speranza

"Questa conoscenza della vita e dell’eternità non è una follia è solo quel caro e intenso amore che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi. Altrimenti non posso vivere. Senza eternità non si può vivere". (Kerouac, Un mondo battuto dal vento)
Si è costretti ad uscire dal seminato, dalla quotidiana occupazione delle proprie cose e dalla leggera riflessione che sollecitano gli avvenimenti, per guardare a cose che succedono e di cui non si vorrebbe parlare. Succede che sull’onda della campagna di stampa avviata da qualche anno contro la Chiesa, le curve delle tifoserie, tra una partita e l’altra e un video intenso di emozioni e le pernacchie contro il solito cavaliere che deturpa il Paese, espongono sberleffi suscitati dalla denuncia contro il Papa per i casi di pedofilia.
Bisognerebbe ricordare che questa campagna di stampa è nata quando la chiesa (Giovanni Paolo II) espose chiaramente la sua opposizione alla prima guerra contro l’Iraq e contro le guerre che sono seguite (e che seguiranno). Che gli insegnamenti di essa sono per la libertà dei popoli e per la difesa degli ultimi…
C’è un mondo, potente, che non tollera chi si pone di traverso sulla strada intrapresa del dominio fisico, economico e culturale che si trova oggi nella sua piena espansione. Non che le cose siano scollegate, anzi. Chi vuole dominare interi spazi, il mondo, attraverso le armi della finanza vuole, quando trova ostacoli, bombardare ed occupare, distruggere convenzioni internazionali e il diritto naturale. A volte le guerre avvengono anche sulla base di informazioni false o volutamente commissionate dai governi per essere false (queste sì situazioni da denunciare alla Corte penale internazionale). Di questo ovviamente non si parla, troppo fastidio per soggetti facilmente alimentati dall’informazione ufficiale e prevalente.
Che situazioni di sfruttamento della minore età avvengano è possibile, che queste situazioni avvengano in ambiti diversi è altrettanto certo. Quello che disturba è la strumentale operazione per farla pagare a chi, si voglia o non si voglia, piaccia o non piaccia, resta, anche sul piano strettamente laico, l’unico riferimento che, attraverso tanta complessità di soggetti e di istituzioni, si oppone al Pensiero unico dominante.
Dove sono quelle culture che si sono poste come alternative di pensiero e di azione nell’ultimo secolo ed oltre a quella voglia di dominio economico ed esistenziale che non tollera diversità e differenza di culture, di costumi, di tradizioni e di impianti istituzionali?
Quali culture oggi esprimono idee capaci veramente di opporsi o di confrontarsi con chi riduce l’uomo a consumatore o addirittura merce da sfruttare e da abbandonare?
Morte le ideologie del XX secolo, quale altro sapere può accompagnare chi non accetta la guerra senza fine e lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse pubbliche giustificati da presunzioni di primatismo o di superiorità tra uomini in un modello di società che applica il principio di selezione come criterio di sviluppo?
Peccati e peccatori hanno accompagnato la Chiesa e l’accompagneranno ancora nella sua presenza fatta da persone e al di là di quello che si può dire sul piano giuridico o della cronaca dei fatti che avvengono nel mondo restano le parole di Kerouac (proprio lui!) che inaspettatamente possono illuminare le moltitudini di individui che vivono nella disperata solitudine del mondo informatizzato.
La disperazione dovuta alla precarietà del lavoro, che si accompagna alla precarietà dei rapporti umani, il tutto venduto come conquiste civili per folle plaudenti secondo i ritmi di intellettuali e magnati dediti alla distruzione dell’esistente per la costruzione di una nuova umanità.
Sarà, per il momento la crisi si aggrava e con essa emerge la solitudine di tanti. Come è detto, dall’abisso della disperazione nasce la santità: insomma, c’è speranza!
sabato 10 settembre 2011
Liberisti di ieri, di oggi, di sempre

(ASCA) - Roma, 16 ago - ''Credo che collocare sul mercato le azioni ancora detenute dallo Stato di societa' come Eni, Enel, Finmeccanica, nonche' di privatizzare le Poste, il Poligrafico dello Stato, la Cassa depositi e prestiti (Cdp), come ha giustamente suggerito il professor Giavazzi sulle colonne del 'Corriere della Sera', sarebbe un'ottima soluzione''. Lo afferma in una nota il senatore e coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, secondo il quale cosi' facendo ''si affronterebbe finalmente alla radice quella presenza dello Stato nell'economia, che rappresenta in Italia un elemento distorsivo nell'ambito dello sviluppo del mercato e corruttivo nella sfera politica''.
Questa lunga dichiarazione del senatore Pdl Bondi è da incorniciare, così come la posizione da lui riportata del famoso (televisivamente parlando) prof. Giavazzi. E’ da incorniciare anche per un altro motivo, sta a rappresentare la leggerezza con la quale un ex pci passa da Peppone (quello nemico di don Camillo) a Paperone (quello di Walt Disney).
Il prof. Giavazzi è un economista specializzatosi dopo la laurea in ingegneria, dimostrando così quello che negli ultimi decenni è avvenuto nel mondo della politica e dell’economia, ovvero la presa di potere sul piano tecnico e delle decisioni collettive di chi ha avuto nella sua vita più dimestichezza con l’algebra, gli algoritmi, piuttosto che con gli studi sulla società, la storia, che tradizionalmente accompagnavano, prima, gli studi di tanti economisti.
E’ successo in altre parole che l’economia è stata guidata da chi pensava che tutto fosse risolvibile con complicate operazioni al computer, così come meglio fanno gli speculatori finanziari di professione. In un mondo così fatto è facile immaginare che con un po’ di “finanziarizzazione dell’economia” possono risolversi i problemi di uno Stato, così come fa un’azienda che invece di preoccuparsi della produzione e della vendita fa qualche puntatina in borsa o organizza qualche artificio societario-finanziario.
Giavazzi è tra quelli che privatizzerebbe di tutto perché vede nella distruzione dello Stato e nella capacità della finanza privata gli unici rimedi per dare ricchezza alle Nazioni. Ed hai voglia di puntare il dito sul disastro che questa concezione ha prodotto in questi anni, Lui, imperterrito, ripete ancora il salmo del Pensiero Liberista.
Come era prevedibile, il Giavazzi, in sostanza, esprime gli obiettivi reconditi che tanti (concreti) speculatori non hanno animo di dire: bisogna vendere-svendere quel poco di industria pubblica che è ancora rimasto allo stato italiano. Per completare la svendita dell’industria pubblica avvenuta negli anni ’90 si propone una nuova cura dimagrante, proprio nel momento in cui l’economia è allo sfacelo, con prevedibili prezzi d’affare per gli acquirenti.
Per compiere l’opera il Bondi (bonaccione come persona) si presta a meraviglia. Era d’accordo sulle svendite avvenute a partire dal ’92, quando era nel Pds, così gli vanno bene le svendite oggi che è al vertice del Pdl di Berlusconi.
Vai a capire il perché di queste trasformazioni clamorose da parte delle stesse persone oppure del perché un mondo politico aduso a recitare il pensiero collettivista si è convertito al liberismo dominante in questi anni oppure passare dal no ai bombardamenti sul Vietnam al si ai bombardamenti sulla Libia! Parliamo del povero Bondi, ma il pensiero corre a tanti altri che hanno seguito la stessa curva di pensiero. Chi di quà, chi di là.
Misteri italiani del nostro tempo!
martedì 6 settembre 2011
Son tutti ragionieri
Siamo prossimi all’8 settembre, che non è una festa e dunque non sarà eliminata dalle feste laiche, però è una data che si ricorda. Da almeno due generazioni gli italiani sanno che quella data si associa allo sbandamento dell’intera Nazione, alla fellonia dei dirigenti, allo sgretolamento dello Stato. Negli ultimi anni qualcuno (il presidente Ciampi) c’ha messo una pezza, affermando che in realtà lo Stato con i suoi uffici rimase in piedi (correva l’anno 1943). Poca cosa, nella memoria collettiva rimane la data della vergogna per come si svolsero i fatti e per come si comportarono le classi dirigenti di questo Paese.
Ci avviciniamo ad un altro 8 settembre e tutto ci induce a considerare che ancora la storia possa ripetersi. Questa volta non si tratta di guerra ma di crisi economica.
Quello che si vede e che si è visto in queste ultime settimane dimostra che il Paese è davvero al limite della sua integrità politica e civile, non solo per le avventure pecorecce del suo capo del governo. In un mondo che vede immani trasformazioni, non tutte condivisibili e probabilmente causa, esse, di guasti ormai evidenti a tanti, in Italia si discute di bilancio e non di politica economica, ovvero tutti si sforzano di far quadrare i conti e non di eliminare quelle storture, quei vincoli che impediscono una crescita economica capace di voltare la brutta pagina che ci riguarda. Son tutti ragionieri.
Nella disperazione, che prende anche il sempre ottimista capo del governo, si sentono proposte e controproposte di tutti i colori senza che si scorga un filo di ragionamento capace di ridare benzina ad un motore ormai spento.
Ben venga la lotta all’evasione fiscale, ma ormai il problema centrale insieme a questa è dato dall’enorme costo del sistema pubblico, se non si interviene sui due versanti c’è poco da fare. Non basterà spillare l’ultima goccia di sangue ai contribuenti (corretti o no) per mantenere in piedi scrivanie e uffici che costano obiettivamente troppo.
Una di queste sere, tra i tanti, parlava in televisione un ex magistrato che invocava il cappio per gli evasori fiscali adducendo come esempio virtuoso chi da lavoratore dipendente “paga tutte le tasse”. Sentire ogni giorno, ogni ora, affermazioni di questo tipo fa capire quale è lo stato della crisi. Vengono in mente quei magistrati che fanno preparazione ai concorsi in magistratura: zero fattura. Il tecnico del comune o della provincia che arrotonda il suo stipendio (la clientela, se la porta dall’ufficio) l’insegnante e il medico ospedaliero che… Siamo sempre sicuri che la soluzione del problema debba essere basata su assiomi infondati come questi? Eppure si continua a sollecitare un clima da guerra civile con minacce di manette. Atto di barbarie, qualunque sia il limite posto. Roba da Medioevo. Nel contempo il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l'anno, quello delle telecomunicazioni 146.000 e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio(viene in mente Catricalà, quello che regola il Mercato…degli altri). Bastano pochi raffronti per capire quello che di distorto c’è in Italia e che viene difeso in questi giorni con le unghie.
Le statistiche dimostrano che il settore privato è in profonda crisi. Ma di questo nessuno parla. Dalla manovra emergono norme che inducono alla chiusura di attività e che incrementeranno la disoccupazione ed a molti, a questo punto, vien voglia di chiudere piuttosto che continuare a dare sangue per una Casta che guadagna a gogò, senza rischi. Gli economisti e i politici capaci dicono che la pecora si tosa ma non si uccide, in Italia è in atto una strage fiscale con moria di pecore. Poco male, dal fallimento dei privati deriverà il fallimento pubblico, mal comune mezzo gaudio.
L’introduzione della moneta comune (l’euro) doveva permettere un più facile raffronto tra Italia e altri stati, tra impieghi e stipendi. Abbiamo perso anche questa opportunità per capire che una delle ragioni della presente crisi sta proprio in una crescita smodata (avvenuta negli ultimi anni) di stipendi e indennità pubblici, norme che permettono ingiustificati cumuli di stipendi e favori e privilegi costosi ma non giustificati. Segno, tutto questo, della irresponsabilità delle classi dirigenti che già si è manifestata altre volte nella storia patria.
Segno della protervia di capi che si abboffano e pretendono un rispetto che non si sono conquistati. In Germania l’operaio metalmeccanico prende il doppio di quello italiano, mentre il dirigente pubblico prende molto di meno del burocrate italiano, questa è la spiegazione del tutto, ma le Caste nostrane non lo vogliono capire e tra manovre e contromanovre i nostri pensano di prendere tempo dando la caccia all’untore.
Rimaniamo in attesa di una svolta che faccia piazza pulita di tante sciocchezze che si sentono in questi giorni e capace di inquadrare i veri problemi e proporre soluzioni valide. Questo Paese si salva se si da il giusto riconoscimento al lavoro e alla produzione non solo in termini di moneta ma anche in termini culturali. La dignità del lavoro (art.2) la libertà d’impresa (art.41) che la Costituzione riconosce come valori fondanti (connessi ai doveri, pure previsti) sono calpestati e derisi come se la ricchezza della nazione derivasse da altro.
I “dibbattiti” televisivi sono occupati esclusivamente da burocrati di varie qualifiche, da ricchi finanzieri, industriali, con interessi e lavoro all’estero, che presidiano i salotti della politica per carpire affari e mentre ci auguriamo nuovi Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, abbiamo a che fare con il Penati di Sesto San Giovanni “amministratore pubblico”, più precisamente un’insegnante da venti anni in aspettativa…..così va l’Italia.
mercoledì 31 agosto 2011
Il gioco del Tripolino
Devo confessare che a me il Tremonti che parla da libero cittadino, o da intellettuale, piace. Ogni qual volta ha parlato o scritto in questi ultimi anni circa la natura della crisi economica e finanziaria mi sembra che abbia mostrato capacità di comprensione. Nel frattempo, tanto per riparare subito qualche rimprovero, gli altri esponenti politici parlavano di sciocchezze varie e fino a giugno di quest’orribile anno evitavano di trattare argomenti connessi al caos economico internazionale.
Detto questo, non capisco perché rimane inchiodato alla poltrona di ministro dell’Economia in presenza di un dibattito agostano che ha rasentato la sceneggiata e l’avanspettacolo.
Se molti, fino al deflagrare della crisi, avevano riconosciuto capacità dello stesso a mantenere in piedi la baracca e avevano pure avallato il primo provvedimento per affrontare la crisi (quello di luglio) non si comprende perché non abbia colto l’occasione di dimettersi di fronte alle giravolte degli alleati di governo, che anche in questi giorni ed ore, mostrano veramente l’incapacità di essere seri almeno in circostanze tragiche come quelle del presente economico.
Tutto è criticabile, ovviamente, e pure la contromanovra proposta da Bersani si è presa una grave insufficienza da parte di commentatori economici (tra gli altri, Tito Boeri su La Repubblica) ma almeno ci aveva provato Tremonti a proporre una qualche manovra credibile per i famigerati Mercati col decreto di inizio agosto…Ma a questo punto cosa ne rimane?
Senza entrare nei dettagli ,quello che sconvolge è lo scatenarsi delle categorie che si rimpallano il dovere di sopportare gli ulteriori sacrifici imposti dalla crisi. Medici e magistrati in prima linea a protestare, contributi pensionistici a questo e quel titolo che un giorno vengono cancellati e il giorno dopo vengono resuscitati, contributi straordinari che vengono ritagliati a misura di quel reddito o di quell’altro salvo riconvertirli in ulteriori misure per combattere l’evasione o in patrimoniali che compaiono e scompaiono da un giorno all’altro. Luigi Einaudi, economista e Presidente della Repubblica diceva che in materia economica si governa col decreto legge: immediatezza e immodificabilità delle decisioni (sapendo di rischiare la poltrona). Oggi invece di Einaudi abbiamo… Calderoli!!
Molto ci sarebbe da dire sul merito di queste traballanti scelte e sulle proteste di questa e di quella categoria, ma contano soprattutto qualche interrogativo e qualche riferimento. Il riferimento è alle parole più volte dette dal prof. Giuseppe De Rita che parla di “mucillagine sociale” a proposito dell’Italia: una "poltiglia", una società composta da tanti coriandoli che stanno l'uno accanto all'altro, ma non stanno insieme. Ecco, questo è quello che rimane di un Paese che non avendo più alcun potere di decidere sulle scelte fondamentali (avendole delegati ad altri) è ridotto allo scannatoio quotidiano, come per i topi in trappola.
L’interrogativo mi riporta all’inizio: ma chi glie lo fa fare a Tremonti di servire un capo del governo in evidente stato di insanità che si manifesta col voler essere piacione a tutti i costi? Perché servire un Bossi che con Calderoli ed altri non riescono nemmeno più a rappresentare quel ceto medio produttivo al quale si rifanno fin dalla fondazione della Lega?
E che altro dovremmo sperare per non finire con due piedi in Argentina o in Grecia?
Ma qui qualcuno ricorda ogni tanto che in Inghilterra e altrove hanno cominciato a tagliare gli stipendi pubblici e a licenziare? Pensano di fare fessi i banchieri europei con il gioco del tripolino tra le categorie, a colpi di contributi straordinari e di blocchi temporanei di aumenti contrattuali? Per di più con scene che nemmeno al Bagaglino di Pippo Franco si erano mai viste?
Una classe politica di irresponsabili per un Paese irriformabile. Altro che Scilipoti!
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