lunedì 17 ottobre 2011

E' difficile fare la rivoluzione.



E’ proprio difficile fare la rivoluzione o almeno indurre la classe dirigente a qualche significativo cambiamento quando non si hanno le leve del potere in mano. Perché di questo, paradossalmente, si tratta. Operai e contadini hanno fatto rivolte e rivoluzioni utilizzando il vero potere che è quello di essere ruota imprescindibile di un meccanismo o meglio del meccanismo produttivo. Ora che i saperi sono interconnessi ed intercambiabili, ora che si possono appaltare a Bombay o a Budapest anche i call-center e altre (più qualificate) attività di lavoro, cosa rimane per azionare la leva della rivoluzione?
Le lauree che si sprecano, i master, i saperi, le lingue, risultano del tutto improduttivi per imporre un vero cambiamento della società e non sarà il solito, l’ennesimo corteo, numeroso, con concentrazione in questa o quella piazza a preoccupare i potenti di turno. Gli indignati di oggi hanno solo carte da appendere al muro, nemmono hanno i forconi dei contadini o governano i pulsanti delle presse della fabbrica. Niente!
Potenti? No, qui non siamo di fronte ai capitalisti, ai padroni del vapore, della prima o seconda industrializzazione, qui siamo di fronte ad una classe dirigente, in senso lato, non solo quella politica, che vive di rendite sicure che hanno la loro origine nelle casse pubbliche. Non rischiano niente.
Vive di rendita il parlamentare, nazionale, europeo o regionale, vive di casse pubbliche tutta la più alta burocrazia di ogni apparato, vive di casse pubbliche l’imprenditore che vive di appalti con le amministrazioni pubbliche, il banchiere che ti prende per i fondelli solidarizzando con i protestatari. Tutti uniti a mantenere privilegi e prebende che si sono accresciute in maniera spropositata negli ultimi venti anni. Quelli che dovevano essere gli anni dell’economia di mercato e che si sono rivelati gli anni della furbizia pubblica, di chi ha capito che in Italia (soprattutto) bisogna stare dentro al sistema e per chi resta fuori c’è solo da sopravvivere.
Le manifestazioni di questi giorni descrivono bene lo stato dell’arte. Positivo il prologo del sit-in dinanzi alla Banca d’Italia per sottolineare che ormai è quello, tra gli altri omologhi, il palazzo delle decisioni importanti. Restando lì per ore ed ore, snobbando i palazzi della politica, i dimostranti hanno dato un grande segnale di consapevolezza della posta in gioco e di avere presenti i veri protagonisti dello sfascio planetario.
E invece non bastava a qualcuno: ci voleva il classico, ritrito, corteo con concentramento in una piazza per permettere magari a tre o quattro di avere il quarto d’ora di celebrità. Così non è stato, per ragioni sulle quali si discute animosamente in questi giorni.
L’unica soddisfazione per tanti che hanno partecipato o osservato il corteo di sabato rimane lo sputo in faccia a Pannella. Ora, con tutte le riserve che si possono avere nei confronti del pannellismo appare significativo il gesto perché rendeva più “nostrana” la giornata internazionale di protesta riproponendo la solita, ennesima, manfrina parlamentare della scorsa settimana ove le parti opposte si sono date al conteggio dei voti in Parlamento pro o contro il cavaliere. Ancora una volta, per come sono andate le cose, questo Paese dimostra di non riuscire a stare al passo con altri ove è scoppiata la protesta, rifugiandosi in una piccola, insignificante, storia che tanto rincuora o indigna le tifoserie avverse.
Questo Paese non cambia nemmeno di fronte ad una crisi economica devastante perché chi si indigna, oltre a non avere mezzi significativi per indurre al cambiamento, non trova culture politiche idonee e dunque non sa nemmeno quale strada prendere, perché tutte le forze politiche sono asserragliate nel Palazzo non avendo parole e idee per rappresentare il disagio e la povertà che vanno crescendo.
In questi venti anni hanno tutti suonato la stessa musica, per direttori d’orchestra che erano altrove. Ovunque, nel mondo, la protesta marca bene questo aspetto, in Italia è vietato dirlo.
Pro memoria: "Nel dicembre 1997, a 23 anni, Julia "Butterfly" Hill si è arrampicata in cima a una sequoia, battezzata Luna, per protestare contro l'abbattimento di una foresta di alberi millenari nel nord della California da parte della Pacific Lumber, una società nel settore della raccolta del legname.
Ne è discesa solo 2 anni dopo, avendo raggiunto con la Pacific Lumber un accordo di grande valenza simbolica, per la conservazione di Luna e degli alberi circostanti. Durante tutto questo periodo ha vissuto su una piccola e traballante piattaforma a circa sessanta metri di altezza, in balia delle tempeste, degli elicotteri della Pacific Lumber e dei suoi agenti di sicurezza che impedivano il passaggio dei rifornimenti."

giovedì 13 ottobre 2011

Un Paese "normale"



Bersani: “se arriveremo al governo, noi vogliamo essere alla testa di una disponibilità a cessioni di sovranità su base democratica verso una dimensione europea. Perché o si affronta questo tema e lo si guarda in faccia, o non si trovano le soluzioni”. (Agenparl)
La Dichiarazione di Bersani, segretario del Pd, fa il paio con quanto riferito da Berlusconi nel suo ultimo viaggio a Bruxelles quando ha implorato “l’Europa” di imporre una riforma delle pensioni,con l’innalzamento dell’età pensionabile. Praticamente il capo del Governo italiano attesta che in Italia non siamo capaci di fare le riforme chieste (imposte) dal duo Draghi-Trichet e così Bersani, per essere all’avanguardia, si offre per una più generale cessione di sovranità “all’Europa”.
Evidentemente non siamo un Paese normale e parecchi non se ne rendono conto. Con dichiarazioni di questo tipo la classe politica, attraverso suoi massimi esponenti, dimostra due cose. La prima è che non c’è più capacità di governo all’interno dei confini nazionali attraverso gli strumenti politici e istituzionali propri. La seconda dimostra ancora una volta in più che il mantra dell’”Europa” è una fede più che una scelta politica, perché in una situazione di crisi nella quale i tanti attori si muovono (anche) tenendo conto dell’interesse nazionale, i vertici di questo Paese mostrano di essere del tutto abbagliati per quello che si rivela sempre più a tanti un percorso di difficile attuazione, se non da abbandonare.
Mentre la Germania decide di non intervenire in Libia e decide se valgono o no per sé le scelte della Banca centrale europea e la Francia sta decidendo (perché di questo si tratta) a che prezzo è lecito far fallire la Grecia (tenendo conto degli interessi delle sue banche) l’Italia e i suoi leader decidono che vale ancora la pena di servire, taciti ed obbedienti, le decisioni prese, non dagli organismi europei, ma dalla Bce.
Converrà chiunque che ormai da mesi non si esprime il Parlamento europeo e la Commissione esprime vagiti per nulla significativi. Chi detta legge è la Bce, che governa nell’interesse del sistema bancario, come è oramai evidente a molti.
Sarebbe bello immaginare un sussulto di orgoglio capace di porre al centro dell’attenzione l’interesse di milioni di persone che in questi momenti attraversano una situazione di difficoltà economica, di imprese che perdono profitti e che falliscono, una politica capace di sfrondare il grasso che si è accumulato in questi anni e decenni intorno all’apparato pubblico. Capace di scovare risorse vere e non di dissanguare i soliti contribuenti. Capace di esprimere obiettivi ambiziosi, ma fattibili. Invece no, dato che non siamo capaci di risolvere da soli le storture che hanno determinato povertà ed ingiustizie ci rivolgiamo all’”Europa” con atti di suppliche o di fede per cose che non sappiamo imporci o perché ci rimettiamo alla sua generale volontà di governo.
A questo punto verrebbe da chiedersi quale è il senso di tutto ciò e dove si trova la fonte di legittimazione nei governanti di questo Paese: se non sai comandare o rimetti ad altri il potere di comandare, vuol dire che il comando non ti spetta.
Altro che polemiche sulle indennità grasse che percepiscono i politici in Italia, qui c’è da discutere proprio della legittimazione a governare.
Coraggio!Oltre alle solite questioni, nelle prossime settimane, la politica in Italia avrà da recepire l’ennesima direttiva comunitaria che prevede 1) che un bambino minore di otto anni non possa più gonfiare i palloncini (senza supervisione di un adulto) 2) che fino a 14 anni siano proibiti i fischietti che si allungano con una lingua colorata di carta 3) che fino a 14 anni siano proibiti i giochi di pesca magnetici 4) che gli orsetti – o simili – in peluche siano completamente lavabili.
Si prevede un ampio ed approfondito dibattito tra le forze politiche. Giornali e televisione daranno ampia notizia.

domenica 9 ottobre 2011

Arrangiatevi!



“Per l'abbattimento del debito servirà ricorrere a forme di finanza straordinaria in cui il Governo dovrà mettere in agenda una "patrimoniale morbida", la riforma pensionistica, un piano di dismissioni e se questo non basta, anche un condono edilizio e un condono fiscale. Non credo che l'etica si misuri sul condono”. Lo dice Fabrizio Cicchitto, a Saint-Vincent.
Queste affermazioni stanno a dimostrare (Cicchitto è il capogruppo alla Camera del Pdl) che la situazione economica in Italia è e rimane grave, nonostante le manovre assunte già a luglio e ad agosto di quest’anno, a tacer di quelle dell’anno passato. I totali delle manovre approvate appena poche settimane fa avevano di mira il pareggio di bilancio e dunque si “limitavano” a 40-50 miliardi di euro. Da qualche giorno si sussurra e si legge tra le righe che il Governo e dunque il Parlamento avranno a che fare prima, piuttosto che poi, con cifre diverse e ben più consistenti. Si parla di cifre intorno ai 400-500 miliardi di euro, perché sarebbe venuto a maturazione il dicktat, ovvero, la decisione della Banca centrale europea di attaccare il debito complessivo, storico, che, come si sa, ammonnta in Italia ad oltre 1.900 miliardi di euro.
I desideri dei banchieri europei vanno esauditi ed allora (sottovoce) si comincia da parte dei vertici politici a immaginare scelte ben più imponenti di quelle fin ora assunte. Tempi duri si prospettano, perché se milioni di italiani stanno già significativamente stringendo la cinghia, le ulteriori restrizioni di servizi sociali, gli ulteriori esborsi in termini di tasse o di patrimoniali, produrranno sofferenze individuali e collettive tali da determinare crolli economici a catena.
Cicchitto, insieme ad altri esponenti politici, parlano anche di condoni e dice che in momenti come questi non c’è spazio per parlare di etica. Ma qui non si tratta di etica, che può riguardare i ben pensanti pantofolai, qui si tratta comunque di soldi. Come la storia fiscale degli ultimi anni insegna, in questo Paese il condono diventa un premio per chi 1) ha alti redditi 2) ha evaso in maniera significativa. Chi ha evaso molto ma ha la Ferrari o, per dire, la casa a Montecarlo paga felicemente le cifre richiesta a sanatoria, perché il conto finale è comunque favorevole per lui. Il problema invece è per i tanti che soggetti, come sempre, alle minacce di ulteriori accertamenti e sanzioni sono costretti a pagare il condono anche se 1) non hanno avuto redditi significativi 2) non hanno potuto evadere. Queste due ultime condizioni spesso vanno insieme e quando si presenta il condono come minaccia e non come opportunità, i contribuenti, imprese o lavoratori autonomi che già arrancano di questi tempi sono soggetti ob torto collo a pagare l’ulteriore gabella. Si dice a Napoli:”cornuti e mazziati”!
Quale morale trarre da tutto quanto? Vengono in mente immagini in bianco e nero, quelle precisamente di Totò. La scelta è ampia: “I tartassati”, dove il contribuente Totò gioca a fare il furbo nei confronti del maresciallo della Finanza Aldo Fabrizi. Meglio ancora è il titolo di un altro film dell’indimenticabile comico: “Guardie e ladri”, dove bene si mette in evidenza la distanza tra la realtà e la norma, tra il rispetto formale della legge e la dura vita del cittadino qualunque. Quel clima di diffidenza reciproca tra Stato e cittadino è ancora presente e chi può, come Totò affermava, “si arrangia”. Questa è la natura del rapporto in Italia tra Autorità ed individuo: furbizia contro prevaricazione.
Ancora una volta il Principe della risata, insieme ad altri indimenticabili interpreti del cinema, spiega bene come vanno le cose in Italia. Conviene adeguarsi.

mercoledì 5 ottobre 2011

Gli irresponsabili



Non se ne può più. Questo Paese ha la classe politica che si merita perché c’è tanta gente che non sa cogliere i veri obiettivi, non sa fare le vere riflessioni e vive di indignazioni quotidiane, emozioni, mobilitazioni da internet, senza che seguano masse consapevoli. Le masse si muovono consapevolmente quando il quadro degli avvenimenti è chiaro ad ogni singolo partecipante e i vertici sono di esempio. E’ stato sempre così nella storia, in Italia oggi no.
L’emozione del giorno (il discorso è delicato) trova il suo epicentro in Barletta ove lo stato di degrado urbanistico edilizio ha prodotto altre morti (mentre, nel frattempo, si costruiscono capannoni senza alcuna utilità). La questione che accende gli animi è il dato remunerativo delle operaie che lavoravano nell’opificio coinvolto dal crollo. Poca remunerazione, troppo lavoro, poche garanzie. Tutto vero. Sta di fatto che in un momento di crisi economica questi dati sono la regola per tante altre realtà produttive e bisognerebbe capire (non giustificare) il perché della diffusa esistenza di situazioni di sottooccupazione e di precarietà. Certo se crolla il fabbricato e ci scappa il morto nasce una tragedia, ma quanti lavoratori giovani o anche maturi devono accontentarsi di 3,95 euro per ora di lavoro? Chi segue e si informa sa che è la regola ormai per milioni di lavoratori, anche occupati (precariamente) presso imprese importanti e anche presso amministrazioni pubbliche.
Oggi la realtà produttiva delle piccole imprese è questa e non sempre dal lato della proprietà vi è grasso che cola. Sarebbe bello un mondo fatto di bianco e nero, di ricchi con barca a Montecarlo e di lavoratori sfruttati. Sappiamo che non sempre è così e l’informazione seria, a partire da trasmissioni televisive serie (da ultima “Presa Diretta” di Riccardo Iacona) dimostrano situazioni complesse e di disperazione, anche da parte di datori di lavoro: piccoli e medi imprenditori, artigiani, lavoratori autonomi. Ci sono manifestazioni di protesta da parte di “produttori” (in Sardegna per esempio) che mettono bene in evidenza le difficoltà di imprenditori i quali per resistere alla crisi ed anche per non licenziare, hanno messo in gioco risorse personali e familiari rischiando e subendo fallimenti. Ci sono numerosi suicidi di imprenditori in questi ultimi anni. Il tutto avviene in una situazione di crisi economica rispetto alla quale il ceto politico in Italia concretamente nulla fa per alleviare le difficoltà, ma che fa di tutto per rendere ancora più difficile la realtà presente.
Bisognerebbe iniziare a capire, tra le altre cose, che i veri responsabili di certe morti, i responsabili veri delle remunerazioni a 3,95 euro all’ora si sanno ed hanno nomi e cognomi, vivono nei Palazzi dei poteri, del potere politico, economico, amministrativo. Chi vuole può informarsi, basta fare una ricerca cliccando i nomi che sappiamo e verificare quanto guadagnano. Cifre sbalorditive, soprattutto di chi vive di casse pubbliche, grazie a leggi infami che permettono cumuli di stipendio.
Dietro i morti di Barletta, dietro la disperazione di tanta gente, di lavoratori e di imprenditori, c’è l’irresponsabilità di tanti signori, con nomi e cognomi, che si sono divisi la torta a proprio favore, lasciando le briciole ai tanti altri. Sono i veri irresponsabili di questo Paese, quelli che hanno dissociato le loro tasche dal potere che hanno di decidere della vita altrui.
Sono quelli che spremeranno il limone fino alla fine pur di salvaguardare le loro tasche, senza che un sussulto di dignità gli permetta di mettere mano ai privilegi delle loro posizioni, così tanto per essere di esempio. Essere di esempio, appunto, roba da libro “Cuore” di De Amicis…altra storia…. questi sono vissuti con la pedagogia di Dallas!
Non lo faranno anche perché sanno che la gente si indigna per una palazzina che crolla e per la paga di un operaio a 3,95 euro all’ora e a nessuno verrà in mente tra gli indignati che quelle morti e quei salari sorreggono le poltrone di chi in questo Paese decide della vita degli altri senza responsabilità.
Chi vuole protestare per i morti di Barletta sappia capire dove si annidano gli irresponsabili-responsabili di questi drammi e tenga presente che la morte delle operaie di Barletta è uguale alla morte per suicidio di tanti imprenditori del Nord, tutti vittime di un sistema in cui i molti che decidono non subiscono né crolli, né crisi.

lunedì 3 ottobre 2011

L'America de noantri



I dipendenti del Comune di Caserta non trovano gli stipendi in banca perché il denaro del Comune è stato pignorato dai creditori. E’ il segnale che le cose veramente vanno male? O è il risultato di colpevoli distrazioni in una situazione ove tutti sono portati a pensare, in Italia, che il servizio pubblico non può mai fallire. E’ nella memoria storica di diverse generazioni che il rapporto di lavoro con le amministrazioni pubbliche costituisce un’ancora sicura nella precarietà del più ampio mondo del lavoro. Eppure molte cose sono cambiate negli ultimi tempi. La crisi economica fa venir meno certezze consolidate e mette in luce tutti i disastri che sono stati prodotti a danno delle amministrazioni.
Erano gli anni della svolta, tra arresti e cambi di leggi elettorali (quasi come adesso) che si immaginò di strutturare le amministrazioni locali come aziende e, di riforma in riforma, si è modellati quelle organizzazioni in netto contrasto con fondamentali principi che le sorreggevano da decenni.
I comuni, le province, hanno perso i normali controlli. Da controlli affidati a organismi, anche fisicamente, distanti, a carattere provinciale, sono passati a controlli interni, proprio come aziende commerciali, confidando nell’etica, nel senso di responsabilità dei soggetti chiamati a svolgere quella delicata funzione. Di fatto, le nomine dei componenti dei vari organismi di controllo si sono rivelate ulteriori occasioni per sistemare o foraggiare clienti elettorali, con la ovvia conseguenza di far venir meno quella necessaria terzietà che è caratteristica prima di chi è controllore rispetto al controllato.
La retorica che voleva amministrazioni più efficienti e rapide ha imposto i dirigenti a contratto, ovvero soggetti provenienti dall’esterno rispetto ai ruoli delle amministrazioni. Con contratti che sono legati ai tempi e alla volontà dei vertici delle amministrazioni, va da se che l’autorevolezza e la indipendenza assicurata (in via di principio) dal superamento di un concorso e dalla stabilità del posto di lavoro viene meno con tecnici chiamati a supportare le voglie del vertice politico, pena la revoca dell’incarico.
La assoluta libertà che viene praticata in Italia in materia di scelta del contraente per le necessità di forniture e di lavori(così come assicurato da recenti indagini in campo nazionale) fa si che anche le spese degli enti pubblici locali abbiano ormai una crescita notevole, tale da mettere a repentaglio gli equilibri finanziari.
Ora, a Caserta, ma non solo, avranno anche preso qualche svista, qualcuno magari non avrà salvaguardato l’impignorabilità degli stipendi, come pure la legge prevede, ma resta il fatto che per amministrazioni regolate con quel sistema, succintamente descritto e relativo ai controlli e alla direzione degli uffici, non ci si può meravigliare che il debito pubblico sia ormai esploso.
In questi anni abbiamo avuto molti amministratori che parlavano inglese, perché la mutazione doveva essere completa e visibile, e così abbiamo bilanci pubblici redatti con tutto l’armamentario linguistico della finanza speculativa. Faceva tanto moda e quindi bisognava farlo anche a Roccacannuccia.
Insomma ci è andata male. Volevamo fare gli americani e stiamo per saltare in aria, così come la Grecia ed altri Stati.
Sarebbe il caso di ritornare alle amministrazioni con controlli seri e funzionari capaci di dire no, quando occorre, invece si prepara il federalismo: l’ultima mazzata.

giovedì 29 settembre 2011

Ballando...ballando



La lettera del duo Trichet-Draghi inviata il 5 agosto al Governo italiano chiarisce bene la posta in gioco. Chiarisce non solo il merito e dunque ciò che i banchieri europei pretendono dall’Italia e dagli altri Paesi via via incappati nella crisi finanziaria, chiarisce altresì quali sono i rapporti di forza, veri, tra organismi sovranazionali (non sono quelli europei) e quelli nazionali, al punto che chiunque, finalmente, svegliatosi dal sonno, può comprendere quello che è stato costruito negli ultimi decenni con i vari trattati,nemmeno sottoposti, come in Italia, a consultazioni popolari.
Per chi ancora richiama le volontà dei fondatori dell’Europa organizzata, conviene ricordare che quello che vollero De Gasperi, Adenauer ed altri era qualcosa di più limitato e più efficace, ovvero la messa in comune di risorse minerarie, di produzione di energia e di regole commerciali.
Chi pensava di trovare una ventata di modernità e di progresso nelle politiche degli organismi europei potrà chiarirsi le idee. L’Europa lavora molto per concedere le cosiddette libertà individuali, quelle per intenderci a costo zero e che corrispondono agli sfizi già presenti nelle elite culturali ed economiche, ma quando si tratta di denaro sanno farsi i conti e dunque c’è poco da fare. Per pensioni e norme sui rapporti di lavoro, stipendi pubblici e privati, i signori banchieri hanno le idee chiare, sanno chi deve fare passi indietro e certamente non hanno alcuna preoccupazione di indicare una politica fiscale che abbia una valenza redistributiva capace di equilibrare gli enormi profitti di alcuni con le ristrettezze di molti impoveriti.
Ovviamente quando richiamano la necessità di abbassare i costi della pubblica amministrazione c’è poco da obiettare, visto che ogni giorno ormai abbiamo esempi piccoli e grandi di ruberie e sprechi.
Eppure sarebbe il caso di suggerire ai banchieri europei di rivedere loro stessi certe procedure di spesa che non solo risultano lente, ma, addirittura, incomprensibili rispetto agli obiettivi che intendono raggiungere.
La maggior parte dell’Iva incassata in Italia (vale anche per gli altri Paesi) prende la strada dell’Europa e si tratta d ingenti risorse. Ora, non si capisce perché questi soldi dovrebbero fare un giro così largo passando dal contribuente alle casse nazionali, per passare a quelle di Bruxelles, per ritornare in patria, dopo anni, in forma di finanziamento per costruire una palestra in una scuola o un capannone .
Risulta che in Italia vi sono capacità e competenze per costruire una scuola e il percorso di spesa sarebbe certamente più celere per giungere all’obiettivo prefissato. Non si capisce se tutto questo avviene solo per ottenere una targa sulle pareti di una scuola, così come non si capisce perché elargire ingenti somme per costruire capannoni, ancora oggi quando vi sono intere aree industriali inattive vista la crisi in corso. Sarebbe più facile per la verità far risparmiare le tasse all’imprenditore perché se lo costruisca lui il capannone, ma questa è un’altra storia.
Vi è evidentemente un bisogno di centralizzazione da parte degli organismi europei che non trova oggi giustificazione, quando si parla sempre più di federalismo e di sussidiarietà. Ovviamente viene a galla il cattivo pensiero e cioè che le sedi europee, come si sa, sono circondate da palazzi che ospitano associazioni di categorie e lobby e dunque sussiste l’ambiente giusto per pratiche di scambio. Nello steso senso si sa che, al di là di certe arretratezze che pure esistono, la indicazione, pure posta nella lettera di Trichet-Draghi, di liberalizzare gli ordini professionali va incontro agli appetiti di grossi soggetti finanziari che non vedono l’ora di inserirsi in settori tradizionalmente affidati a persone fisiche. Ovviamente molti pensano che questa riforma, così incisivamente chiesta, sia a vantaggio dei giovani professionisti…pura illusione.
Il meglio che si possa leggere in fatto di politiche europee per lo sviluppo lo si può trovare in campo scolastico dove con i famosi Pon(insegnamenti scolastici complementari) si finanziano corsi a gogò per insegnanti già di ruolo, mentre tanti precari attendono una stabilizzazione. Si tratta di risorse ingenti. Vale la pena di leggere anche i titoli di questi corsi. Spesso ce ne sono di quelli intitolati:”Ballando sotto le stelle”, lezioni di ballo…per genitori. Attenzione c’è anche il Pon che assume babysitter, perché ovviamente bisogna sorvegliare i bambini mentre i genitori imparano a ballare. Altro che “fabbrica delle veline” di qualche anno fa!
Così vanno le cose sotto il dominio riformatore dei banchieri europei, ci fanno ballare…in tutti sensi.

lunedì 26 settembre 2011

Pensieri forti



Negli stessi giorni, ad Assisi la Marcia della pace, in Germania la visita di Papa Ratzinger. Due mondi riconducibili nell’alveo del cristianesimo, uno su iniziativa di popolo, l’altro organizzato dal clero, eppure distanti e diversi. La Marcia nata da Aldo Capitini cinquant’anni fa e che ha preso piede negli anni del confronto nucleare tra Usa ed Urss, l’altro un ritorno in patria per il Papa tedesco che si confronta con le diverse anime del cristianesimo e con le difficoltà della Chiesa prima ancora che con le contraddizioni del nostro tempo.
Alla Marcia si partecipa anche da laici per affermare il valore della Pace, sebbene non sempre in coerenza con i valori profetici ed utopistici dell’ideatore e dei primi organizzatori di essa. Si è notata come sempre una variopinta presenza di esponenti politici che sia pure collocati all’opposizione o in maggioranza nel parlamento italiano non hanno fatto mancare in ogni occasione il loro voto per autorizzare occupazioni militari e bombardamenti. Ma si sa a certe richieste non si può dire di no.
Il Papa in Germania questa volta non ha provocato turbamenti, causati magari da testi scritti senza prudenza da parte di qualche collaboratore. Ha mostrato ancora un volta la faccia contrita di chi avverte le pesanti accuse lanciate da più parti, ma ha saputo scompaginare certezze e comode posizioni quando ha richiamato il dovere per la Chiesa di tenere conto degli ultimi della terra e soprattutto quando ha sottolineato la necessità della misericordia per gli agnostici e per gli indifferenti.
Non è una novità, il Papa tedesco, da giovane collocato secondo la facile geografia politica tra i progressisti del Concilio, ha espresso più volte nel suo pontificato la necessità di interpretare il pensiero religioso secondo quella che lui stesso ha definito “l’ermeneutica della continuità” ovvero che si sappia tenere legati tradizione e novità. Per quanto non favorito dalle simpatie di tanti che ricordano le coreografie del papato polacco, il Papa odierno sa quali sono i temi sui quali il confronto tra laici e credenti può produrre i frutti migliori. Dice il Papa: "Gli agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace e le persone che - colpite come vittime o semplicemente scandalizzate da casi come quello della pedofilia - soffrono a causa dei peccati commessi da uomini di Chiesa e hanno desiderio di un cuore puro, sono piu' vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli 'di routine', che nella Chiesa vedono ormai soltanto l'apparato, senza che il loro cuore sia toccato dalla fede".
Parole come queste vanno ben oltre il “pentitismo” corrente che ebbe tante occasioni di manifestarsi con Papa Wojtyla, richiamano il compito fondamentale della Chiesa di ritrovare gli ultimi, da intendersi questi non solo nella condizione materiale ma anche nella solitudine esistenziale che tanto caratterizza i nostri tempi. C’è da augurarsi che altrettanto impegno e coraggio si mostri anche sulle questioni economiche, sociali e della indipendenza dei popoli.
Ai marciatori per la Pace manca quella capacità di comprendere che non bastano le emozioni di un giorno per richiedere pace. Al tempo in cui nacque, la Marcia era sostenuta da pensieri forti, sia pure diversi, che avevano il pregio di indicare un disegno di società, un percorso e principi capaci di orientare. Al di là del conflitto quotidiano, emergevano comunanze di veduta su tante questioni interne ed internazionali e soprattutto il tenere al centro dell’attenzione la dignità delle persone. Non si può declamare il valore della Pace e non rendersi conto che poco si è fatto in questi anni per assumere posizioni coraggiose contro volontà sempre più chiare di dominio economico e militare. In Italia al dunque sono tutti pronti ad avallare occupazioni militari e disegni economici che sempre più si rivelano strumenti per concentrare ricchezze in poche mani a danno dei molti.
Entrambi gli avvenimenti segnano l’importanza del messaggio cristiano sul piano spirituale e del pensiero laico ed in mancanza di alternative quel messaggio appare oggi un riferimento ancora valido per opporsi al declino su cui è incamminato l’Occidente evoluto.
A dispetto della grande stampa e del gotha finanziario che ce l’hanno messa tutta in quest’ultimi anni la Chiesa è ancora viva.

mercoledì 21 settembre 2011

Senza prospettiva



Chissà se qualcuno aprirà gli occhi rispetto ad evidenze che dimostrano quanto siano stati infondati slogan declamati in questi anni e che ancora si sentono da parte dei vertici di questo Paese. Per anni ci siamo bevuti la lezione circa le magnifiche sorti e progressive della formazione di organismi europei che avrebbero disegnato addirittura una nuova nazione, gli Stati uniti d’Europa come qualcuno affermava.
Non che la strada intrapresa sia da considerarsi finita in presenza di una crisi che, giorno dopo giorno, mostra il suo volto più serio, ma certamente qui di una vera nuova Nazione o Stato non si vede niente. Insomma qui abbiamo capito, finalmente, che nell’Unione monetaria europea i singoli stati sono responsabili per il proprio indebitamento e ognuno sopporta declassamenti ed eventuali fallimenti. Addirittura la moneta, possiamo notare, ha una codifica che la riporta al singolo Stato (la sigla numerica è preceduta da una lettera per ogni Stato: per l’Italia c’è la S) per cui di moneta unica vi è poco.
L’ultima perla è di questi giorni, quando sentiamo che le azioni che la BCE vuole assumere in soccorso di alcuni Stati, tra cui l’Italia, dovrà ottenere il beneplacito, essenziale, del parlamento tedesco.
Si avverte che le istituzioni europee non sono quelle che in Italia sono state descritte ed ancora credute da tanti, ovvero un nuovo Stato con una nuova cittadinanza piena per tutti gli abitanti presenti nei suoi confini. Solo una classe dirigente, come sempre, spaccona e magliara, poteva vendere quello che non è. La realtà è quella di una organizzazione sovranazionale dove i singoli punti dell’agenda politica vengono contrattati e decisi in relazione agli interresi dei più forti. Nulla di nuovo sotto il sole… è stato sempre così, ma ci avevano raccontato il contrario.
Anche l’intervento in Libia, dopotutto, è avvenuto con spregio di trattati che (piaccia o non piaccia) avevano appena legato quel Paese all’Italia. In proposito è bastata qualche telefonata e si è dovuto intervenire a capo chino.
Come si può sperare nella capacità di guidare il Paese in questa situazione di grave crisi economica quando non si riesce nemmeno a capire qual è la prospettiva da cui osservare i fenomeni presenti e dunque le vie di uscite?
Se scoppia l’incendio sulla nave bisogna avere una prospettiva chiara per agire di conseguenza: mi salvo da solo? mi salvo con i miei compagni più vicini?affondo con la nave?
Non si capisce quale è la prospettiva della classe dirigente di questo Paese, con o senza il Cavaliere.
Sentiamo ancora qualche brillante esponente delle istituzioni che declama in nome dell’Europa e dunque viene da chiedersi se chi ci guida ha bene in chiaro la prospettiva dalla quale guardare la realtà e dunque quali soluzioni assumere.
I tedeschi mostrano di avere una loro prospettiva, la classe dirigente italiana no.
Non è una novità.

giovedì 15 settembre 2011

C'è speranza



"Questa conoscenza della vita e dell’eternità non è una follia è solo quel caro e intenso amore che proviamo verso la nostra difficile condizione. Con la grazia di Dio Misterioso, alla fine dei tempi, forse soltanto in quel giorno essa verrà risolta e chiarita per tutti noi. Altrimenti non posso vivere. Senza eternità non si può vivere". (Kerouac, Un mondo battuto dal vento)
Si è costretti ad uscire dal seminato, dalla quotidiana occupazione delle proprie cose e dalla leggera riflessione che sollecitano gli avvenimenti, per guardare a cose che succedono e di cui non si vorrebbe parlare. Succede che sull’onda della campagna di stampa avviata da qualche anno contro la Chiesa, le curve delle tifoserie, tra una partita e l’altra e un video intenso di emozioni e le pernacchie contro il solito cavaliere che deturpa il Paese, espongono sberleffi suscitati dalla denuncia contro il Papa per i casi di pedofilia.
Bisognerebbe ricordare che questa campagna di stampa è nata quando la chiesa (Giovanni Paolo II) espose chiaramente la sua opposizione alla prima guerra contro l’Iraq e contro le guerre che sono seguite (e che seguiranno). Che gli insegnamenti di essa sono per la libertà dei popoli e per la difesa degli ultimi…
C’è un mondo, potente, che non tollera chi si pone di traverso sulla strada intrapresa del dominio fisico, economico e culturale che si trova oggi nella sua piena espansione. Non che le cose siano scollegate, anzi. Chi vuole dominare interi spazi, il mondo, attraverso le armi della finanza vuole, quando trova ostacoli, bombardare ed occupare, distruggere convenzioni internazionali e il diritto naturale. A volte le guerre avvengono anche sulla base di informazioni false o volutamente commissionate dai governi per essere false (queste sì situazioni da denunciare alla Corte penale internazionale). Di questo ovviamente non si parla, troppo fastidio per soggetti facilmente alimentati dall’informazione ufficiale e prevalente.
Che situazioni di sfruttamento della minore età avvengano è possibile, che queste situazioni avvengano in ambiti diversi è altrettanto certo. Quello che disturba è la strumentale operazione per farla pagare a chi, si voglia o non si voglia, piaccia o non piaccia, resta, anche sul piano strettamente laico, l’unico riferimento che, attraverso tanta complessità di soggetti e di istituzioni, si oppone al Pensiero unico dominante.
Dove sono quelle culture che si sono poste come alternative di pensiero e di azione nell’ultimo secolo ed oltre a quella voglia di dominio economico ed esistenziale che non tollera diversità e differenza di culture, di costumi, di tradizioni e di impianti istituzionali?
Quali culture oggi esprimono idee capaci veramente di opporsi o di confrontarsi con chi riduce l’uomo a consumatore o addirittura merce da sfruttare e da abbandonare?
Morte le ideologie del XX secolo, quale altro sapere può accompagnare chi non accetta la guerra senza fine e lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse pubbliche giustificati da presunzioni di primatismo o di superiorità tra uomini in un modello di società che applica il principio di selezione come criterio di sviluppo?
Peccati e peccatori hanno accompagnato la Chiesa e l’accompagneranno ancora nella sua presenza fatta da persone e al di là di quello che si può dire sul piano giuridico o della cronaca dei fatti che avvengono nel mondo restano le parole di Kerouac (proprio lui!) che inaspettatamente possono illuminare le moltitudini di individui che vivono nella disperata solitudine del mondo informatizzato.
La disperazione dovuta alla precarietà del lavoro, che si accompagna alla precarietà dei rapporti umani, il tutto venduto come conquiste civili per folle plaudenti secondo i ritmi di intellettuali e magnati dediti alla distruzione dell’esistente per la costruzione di una nuova umanità.
Sarà, per il momento la crisi si aggrava e con essa emerge la solitudine di tanti. Come è detto, dall’abisso della disperazione nasce la santità: insomma, c’è speranza!

sabato 10 settembre 2011

Liberisti di ieri, di oggi, di sempre



(ASCA) - Roma, 16 ago - ''Credo che collocare sul mercato le azioni ancora detenute dallo Stato di societa' come Eni, Enel, Finmeccanica, nonche' di privatizzare le Poste, il Poligrafico dello Stato, la Cassa depositi e prestiti (Cdp), come ha giustamente suggerito il professor Giavazzi sulle colonne del 'Corriere della Sera', sarebbe un'ottima soluzione''. Lo afferma in una nota il senatore e coordinatore del Pdl, Sandro Bondi, secondo il quale cosi' facendo ''si affronterebbe finalmente alla radice quella presenza dello Stato nell'economia, che rappresenta in Italia un elemento distorsivo nell'ambito dello sviluppo del mercato e corruttivo nella sfera politica''.
Questa lunga dichiarazione del senatore Pdl Bondi è da incorniciare, così come la posizione da lui riportata del famoso (televisivamente parlando) prof. Giavazzi. E’ da incorniciare anche per un altro motivo, sta a rappresentare la leggerezza con la quale un ex pci passa da Peppone (quello nemico di don Camillo) a Paperone (quello di Walt Disney).
Il prof. Giavazzi è un economista specializzatosi dopo la laurea in ingegneria, dimostrando così quello che negli ultimi decenni è avvenuto nel mondo della politica e dell’economia, ovvero la presa di potere sul piano tecnico e delle decisioni collettive di chi ha avuto nella sua vita più dimestichezza con l’algebra, gli algoritmi, piuttosto che con gli studi sulla società, la storia, che tradizionalmente accompagnavano, prima, gli studi di tanti economisti.
E’ successo in altre parole che l’economia è stata guidata da chi pensava che tutto fosse risolvibile con complicate operazioni al computer, così come meglio fanno gli speculatori finanziari di professione. In un mondo così fatto è facile immaginare che con un po’ di “finanziarizzazione dell’economia” possono risolversi i problemi di uno Stato, così come fa un’azienda che invece di preoccuparsi della produzione e della vendita fa qualche puntatina in borsa o organizza qualche artificio societario-finanziario.
Giavazzi è tra quelli che privatizzerebbe di tutto perché vede nella distruzione dello Stato e nella capacità della finanza privata gli unici rimedi per dare ricchezza alle Nazioni. Ed hai voglia di puntare il dito sul disastro che questa concezione ha prodotto in questi anni, Lui, imperterrito, ripete ancora il salmo del Pensiero Liberista.
Come era prevedibile, il Giavazzi, in sostanza, esprime gli obiettivi reconditi che tanti (concreti) speculatori non hanno animo di dire: bisogna vendere-svendere quel poco di industria pubblica che è ancora rimasto allo stato italiano. Per completare la svendita dell’industria pubblica avvenuta negli anni ’90 si propone una nuova cura dimagrante, proprio nel momento in cui l’economia è allo sfacelo, con prevedibili prezzi d’affare per gli acquirenti.
Per compiere l’opera il Bondi (bonaccione come persona) si presta a meraviglia. Era d’accordo sulle svendite avvenute a partire dal ’92, quando era nel Pds, così gli vanno bene le svendite oggi che è al vertice del Pdl di Berlusconi.
Vai a capire il perché di queste trasformazioni clamorose da parte delle stesse persone oppure del perché un mondo politico aduso a recitare il pensiero collettivista si è convertito al liberismo dominante in questi anni oppure passare dal no ai bombardamenti sul Vietnam al si ai bombardamenti sulla Libia! Parliamo del povero Bondi, ma il pensiero corre a tanti altri che hanno seguito la stessa curva di pensiero. Chi di quà, chi di là.
Misteri italiani del nostro tempo!

martedì 6 settembre 2011

Son tutti ragionieri



Siamo prossimi all’8 settembre, che non è una festa e dunque non sarà eliminata dalle feste laiche, però è una data che si ricorda. Da almeno due generazioni gli italiani sanno che quella data si associa allo sbandamento dell’intera Nazione, alla fellonia dei dirigenti, allo sgretolamento dello Stato. Negli ultimi anni qualcuno (il presidente Ciampi) c’ha messo una pezza, affermando che in realtà lo Stato con i suoi uffici rimase in piedi (correva l’anno 1943). Poca cosa, nella memoria collettiva rimane la data della vergogna per come si svolsero i fatti e per come si comportarono le classi dirigenti di questo Paese.
Ci avviciniamo ad un altro 8 settembre e tutto ci induce a considerare che ancora la storia possa ripetersi. Questa volta non si tratta di guerra ma di crisi economica.
Quello che si vede e che si è visto in queste ultime settimane dimostra che il Paese è davvero al limite della sua integrità politica e civile, non solo per le avventure pecorecce del suo capo del governo. In un mondo che vede immani trasformazioni, non tutte condivisibili e probabilmente causa, esse, di guasti ormai evidenti a tanti, in Italia si discute di bilancio e non di politica economica, ovvero tutti si sforzano di far quadrare i conti e non di eliminare quelle storture, quei vincoli che impediscono una crescita economica capace di voltare la brutta pagina che ci riguarda. Son tutti ragionieri.
Nella disperazione, che prende anche il sempre ottimista capo del governo, si sentono proposte e controproposte di tutti i colori senza che si scorga un filo di ragionamento capace di ridare benzina ad un motore ormai spento.
Ben venga la lotta all’evasione fiscale, ma ormai il problema centrale insieme a questa è dato dall’enorme costo del sistema pubblico, se non si interviene sui due versanti c’è poco da fare. Non basterà spillare l’ultima goccia di sangue ai contribuenti (corretti o no) per mantenere in piedi scrivanie e uffici che costano obiettivamente troppo.
Una di queste sere, tra i tanti, parlava in televisione un ex magistrato che invocava il cappio per gli evasori fiscali adducendo come esempio virtuoso chi da lavoratore dipendente “paga tutte le tasse”. Sentire ogni giorno, ogni ora, affermazioni di questo tipo fa capire quale è lo stato della crisi. Vengono in mente quei magistrati che fanno preparazione ai concorsi in magistratura: zero fattura. Il tecnico del comune o della provincia che arrotonda il suo stipendio (la clientela, se la porta dall’ufficio) l’insegnante e il medico ospedaliero che… Siamo sempre sicuri che la soluzione del problema debba essere basata su assiomi infondati come questi? Eppure si continua a sollecitare un clima da guerra civile con minacce di manette. Atto di barbarie, qualunque sia il limite posto. Roba da Medioevo. Nel contempo il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l'anno, quello delle telecomunicazioni 146.000 e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio(viene in mente Catricalà, quello che regola il Mercato…degli altri). Bastano pochi raffronti per capire quello che di distorto c’è in Italia e che viene difeso in questi giorni con le unghie.

Le statistiche dimostrano che il settore privato è in profonda crisi. Ma di questo nessuno parla. Dalla manovra emergono norme che inducono alla chiusura di attività e che incrementeranno la disoccupazione ed a molti, a questo punto, vien voglia di chiudere piuttosto che continuare a dare sangue per una Casta che guadagna a gogò, senza rischi. Gli economisti e i politici capaci dicono che la pecora si tosa ma non si uccide, in Italia è in atto una strage fiscale con moria di pecore. Poco male, dal fallimento dei privati deriverà il fallimento pubblico, mal comune mezzo gaudio.
L’introduzione della moneta comune (l’euro) doveva permettere un più facile raffronto tra Italia e altri stati, tra impieghi e stipendi. Abbiamo perso anche questa opportunità per capire che una delle ragioni della presente crisi sta proprio in una crescita smodata (avvenuta negli ultimi anni) di stipendi e indennità pubblici, norme che permettono ingiustificati cumuli di stipendi e favori e privilegi costosi ma non giustificati. Segno, tutto questo, della irresponsabilità delle classi dirigenti che già si è manifestata altre volte nella storia patria.
Segno della protervia di capi che si abboffano e pretendono un rispetto che non si sono conquistati. In Germania l’operaio metalmeccanico prende il doppio di quello italiano, mentre il dirigente pubblico prende molto di meno del burocrate italiano, questa è la spiegazione del tutto, ma le Caste nostrane non lo vogliono capire e tra manovre e contromanovre i nostri pensano di prendere tempo dando la caccia all’untore.
Rimaniamo in attesa di una svolta che faccia piazza pulita di tante sciocchezze che si sentono in questi giorni e capace di inquadrare i veri problemi e proporre soluzioni valide. Questo Paese si salva se si da il giusto riconoscimento al lavoro e alla produzione non solo in termini di moneta ma anche in termini culturali. La dignità del lavoro (art.2) la libertà d’impresa (art.41) che la Costituzione riconosce come valori fondanti (connessi ai doveri, pure previsti) sono calpestati e derisi come se la ricchezza della nazione derivasse da altro.
I “dibbattiti” televisivi sono occupati esclusivamente da burocrati di varie qualifiche, da ricchi finanzieri, industriali, con interessi e lavoro all’estero, che presidiano i salotti della politica per carpire affari e mentre ci auguriamo nuovi Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, abbiamo a che fare con il Penati di Sesto San Giovanni “amministratore pubblico”, più precisamente un’insegnante da venti anni in aspettativa…..così va l’Italia.

mercoledì 31 agosto 2011

Il gioco del Tripolino



Devo confessare che a me il Tremonti che parla da libero cittadino, o da intellettuale, piace. Ogni qual volta ha parlato o scritto in questi ultimi anni circa la natura della crisi economica e finanziaria mi sembra che abbia mostrato capacità di comprensione. Nel frattempo, tanto per riparare subito qualche rimprovero, gli altri esponenti politici parlavano di sciocchezze varie e fino a giugno di quest’orribile anno evitavano di trattare argomenti connessi al caos economico internazionale.
Detto questo, non capisco perché rimane inchiodato alla poltrona di ministro dell’Economia in presenza di un dibattito agostano che ha rasentato la sceneggiata e l’avanspettacolo.
Se molti, fino al deflagrare della crisi, avevano riconosciuto capacità dello stesso a mantenere in piedi la baracca e avevano pure avallato il primo provvedimento per affrontare la crisi (quello di luglio) non si comprende perché non abbia colto l’occasione di dimettersi di fronte alle giravolte degli alleati di governo, che anche in questi giorni ed ore, mostrano veramente l’incapacità di essere seri almeno in circostanze tragiche come quelle del presente economico.
Tutto è criticabile, ovviamente, e pure la contromanovra proposta da Bersani si è presa una grave insufficienza da parte di commentatori economici (tra gli altri, Tito Boeri su La Repubblica) ma almeno ci aveva provato Tremonti a proporre una qualche manovra credibile per i famigerati Mercati col decreto di inizio agosto…Ma a questo punto cosa ne rimane?
Senza entrare nei dettagli ,quello che sconvolge è lo scatenarsi delle categorie che si rimpallano il dovere di sopportare gli ulteriori sacrifici imposti dalla crisi. Medici e magistrati in prima linea a protestare, contributi pensionistici a questo e quel titolo che un giorno vengono cancellati e il giorno dopo vengono resuscitati, contributi straordinari che vengono ritagliati a misura di quel reddito o di quell’altro salvo riconvertirli in ulteriori misure per combattere l’evasione o in patrimoniali che compaiono e scompaiono da un giorno all’altro. Luigi Einaudi, economista e Presidente della Repubblica diceva che in materia economica si governa col decreto legge: immediatezza e immodificabilità delle decisioni (sapendo di rischiare la poltrona). Oggi invece di Einaudi abbiamo… Calderoli!!
Molto ci sarebbe da dire sul merito di queste traballanti scelte e sulle proteste di questa e di quella categoria, ma contano soprattutto qualche interrogativo e qualche riferimento. Il riferimento è alle parole più volte dette dal prof. Giuseppe De Rita che parla di “mucillagine sociale” a proposito dell’Italia: una "poltiglia", una società composta da tanti coriandoli che stanno l'uno accanto all'altro, ma non stanno insieme. Ecco, questo è quello che rimane di un Paese che non avendo più alcun potere di decidere sulle scelte fondamentali (avendole delegati ad altri) è ridotto allo scannatoio quotidiano, come per i topi in trappola.
L’interrogativo mi riporta all’inizio: ma chi glie lo fa fare a Tremonti di servire un capo del governo in evidente stato di insanità che si manifesta col voler essere piacione a tutti i costi? Perché servire un Bossi che con Calderoli ed altri non riescono nemmeno più a rappresentare quel ceto medio produttivo al quale si rifanno fin dalla fondazione della Lega?
E che altro dovremmo sperare per non finire con due piedi in Argentina o in Grecia?
Ma qui qualcuno ricorda ogni tanto che in Inghilterra e altrove hanno cominciato a tagliare gli stipendi pubblici e a licenziare? Pensano di fare fessi i banchieri europei con il gioco del tripolino tra le categorie, a colpi di contributi straordinari e di blocchi temporanei di aumenti contrattuali? Per di più con scene che nemmeno al Bagaglino di Pippo Franco si erano mai viste?
Una classe politica di irresponsabili per un Paese irriformabile. Altro che Scilipoti!

lunedì 15 agosto 2011

Lacrime e sangue inutili



Basterà? La seconda batosta finanziaria di tagli e tasse approntata in poche settimane dal Governo basterà a calmare le fauci del mostro finanziario? Si ha timore di no. Perché dovrebbe? L’ampio dibattito che si è aperto qui in Italia dimostra che si capisce poco degli effetti generali, tutti i commentatori sono protesi a imprecare sui nuovi obblighi, sulle ulteriori gabelle e restrizioni. Manca un disegno generale e dunque ogni parte difende il proprio. Il pubblico impiego lamenta l’ulteriore blocco degli aumenti contrattuali e la tredicesima “per merito”, i titolari di redditi alti lamentano il contributo straordinario, il lavoro autonomo l’aumento dell’aliquota (temporaneo pure questo o permanente?). Insomma queste poche situazioni danno il segno del generale vociare che si è ,come sempre, alzato e che dimostra ancora una volta che regna il caos nella disgregata società attuale.
Non basteranno le due manovre finanziarie, perché ancora una volta il sistema Italia (inutile fare distinzioni, ormai si capito bene) non vuole affrontare i nodi fondamentali dell’economia.
Alcuni mesi fa, in un trasmissione, il cinico, ma intelligente, Edward Luttwack riportava la sensazione di meraviglia che hanno ambasciatori e alti funzionari statali di paesi esteri (compreso gli Usa) rispetto ai colleghi italiani: parlava di magistrati, prefetti, ambasciatori, per le più alte retribuzioni dei nostri connazionali. Qui è una delle chiavi per capire che le furbate all’italiana non durano più di qualche settimana. Anche la BCE (con la Banca d’Italia) ha chiesto al’Italia di mettere mano ad una riduzione degli stipendi e dei salari. E noi? Prima si vara una manovra che rappresenta una cambiale da pagare ad un anno e poi una veloce correzione di rotta intrisa di contributi straordinari, tasse temporanee e precarie riduzioni di spese per il sistema pubblico.La logica è sempre quella: addà passà a nuttata e non si vuol capire che il sistema non regge.
Il decreto del Governo,tanto per essere all’altezza della situazione, ha di suo ancor di più inasprito e complicato le condizioni per svolgere attività produttive in Italia. E qui tocchiamo il cuore del problema, senza ripetere ragionamenti e dati previsionali a tutti noti. Questo Paese si avvia alla morte per inattività e questo è il motivo per cui da qui a qualche settimana il fuoco della speculazione finanziaria si accenderà ancora.
Questo Paese per cambiare marcia dovrebbe avviare un programma economico ottenendo le necessarie deroghe ai vincoli che ormai da decenni fanno si che non si possa più svolgere attività di produzione.
Solo in presenza di un programma e di una volontà precisa in tal senso è possibile invertire la rotta, insieme al riequilibrio della spesa dell’apparato pubblico, che è cresciuta sproporzionatamente negli ultimi decenni. Solo in presenza di tale obiettivo, riduzioni di diritti, contributi straordinari, patrimoniali, possono avere qualche utilità, altrimenti saranno sacrifici inutili.
La sciocca adesione di tutti i nostri governanti a qualsiasi idea proveniente da altrove, dimostra ancora una volta il limite della vera capacità di governo tenendo conto dell’interesse nazionale (perchè bisogna pure capire a favore di chi si governa). Il vincolo del pareggio di bilancio da indicare nella Costituzione è l’ulteriore laccio che la potente Germania impone (ufficialmente suggerisce) all’Italia. Il principio, naturalmente giusto, è solo un modo per ridurre la capacità piena che un Paese deve avere per espandere la propria economia. Se questo vincolo è imposto dal potente di turno (in Europa è la Germania) si tratta solo di un ulteriore catenaccio legato al piede di un concorrente per favorire la propria economia.
In mancanza di una prospettiva di rinascita economica non vi può essere speranza per milioni di cittadini e nel tempo avremo una economia sempre più depressa e la disperazione che si tradurrà in insorgenza.

mercoledì 3 agosto 2011

RAI: "Il lavoro che produce"


La notizia strana è che la provincia di Torino ha bocciato la variante in favore dell’insediamento di Ikea, come proposta dal Comune di La Loggia. Non che gli insediamenti produttivi non siano di per se buoni o che sia cattiva un’iniziativa di Ikea. Il fatto è che ce ne sono troppi e che per una volta chi doveva decidere (la provincia) ha detto no al solito intervento che rapina territorio (si trattava di mutare terreno agricolo in industriale) e che sconvolge sotto altri aspetti l’interesse a lunga scadenza dei residenti locali e non solo di loro.
Per gli amanti del progresso a qualunque costo si può sottolineare che episodi nello stesso senso ovvero di qualche rifiuto a questo modo invasivo di governare il territorio si verificano anche negli Stati uniti, in Inghilterra, in Francia…
Sappiamo ormai, per esperienza comune, che le difese rispetto alle illimitate voglie del capitalismo selvaggio si sono significativamente abbassate negli ultimi decenni con grande stupido orgoglio di tanti riformatori, di ogni colore, anche in Italia. Legislazioni di tutela del territorio, del paesaggio, di economie, di tradizioni, sono state messe da parte con metodi sbrigativi per incoraggiare gli “investimenti” con dispendi di risorse ed oggi siamo al punto di renderci conto del grande disastro che si rinviene in ogni luogo di questo Paese. Il presidente provinciale della Coldiretti di Torino ha affermato: «in questi anni sono stati consumati oltre 7 mila ettari di terreni fertili, ma il 40% dei capannoni è rimasto vuoto». Quale altra descrizione per definire il quadro della situazione?
Potremmo ricordare il disastro che provoca l’abbandono della agricoltura per la salvaguardia idrogeologica delle medie ed alte coline in relazione alle frane che periodicamente provocano danni e morte in tutta Italia.
Sembrano discorsi strani rispetto a quello che la cultura diffusa offre ai nostri giorni, tutta tesa con i mezzi di comunicazione, ad esaltare i settori, cosiddetti, terziari, rispetto all’agricoltura e alla stessa attività produttiva di trasformazione. Tant’è, questo Paese, oltre a perdere il paesaggio, l’ambiente, la qualità dei prodotti, si trova oggi in una crisi economica drammatica perché nella scala dei valori abbiamo infoltito, oltre ragione, uffici e scrivanie con stipendi da manager per i loro occupanti, lasciando in secondo piano i fondamentali dell’economia.
In questo Paese nemmeno la Rai riesce a dare la giusta importanza a chi lavora, produce, coltiva, trasforma e magari esporta, tutta presa (la Rai) a intrattenere platee senza identità e dedite agli sfizi individuali e collettivi.
Le buone economie non si reggono sulle migliaia di “manager” a centomila euro al mese dell’asl e della regione. Le buone economie ,che pure hanno bisogno di amministrazione pubblica, si reggono prima di tutto col lavoro quotidiano e sugli investimenti di chi ogni giorno trasforma, produce, realizza, coltiva, costruisce, esporta...
Bisognerebbe capire perché e come è avvenuto tutto questo: perché si sono abbandonate le campagne, perché si è pensato che tutto potesse venire dall’estero, perché si è dato fondo alla cementificazione del territorio. Ma pure la Rai si tiene alla larga, meglio il solito “dibbattito” accontenta i tifosi e non dà pensieri.

sabato 30 luglio 2011

Squali in vista!



Come era prevedibile le decisioni del Governo per ridurre il debito pubblico non soddisfano i famosi mercati. Ovviamente per mercati si intende la speculazione internazionale che padroneggia l’economia dell’area occidentale.
Ci sono già preannunci di un’ulteriore crisi nel corso del mese di agosto, quando risulta più facile provocare sbalzi dei valori finanziari con risorse contenute ed è probabile che qualcosa accadrà per l’Italia.
A quel punto si dovranno assumere ulteriori decisioni per soddisfare i mercati, ovvero la speculazione finanziaria.
Due le conseguenze. Probabilmente sarà l’occasione di cambiare il quadro politico, con qualche novità di rilievo rispetto all’assetto attuale.
Giocando un po’ con la Storia, non mi pare che siamo in prossimità dell’8 settembre, siamo piuttosto prossimi al 25 luglio, ovvero ad un momento di stacco significativo, ma non ancora innovativo della scena politica.
Le difficoltà di Tremonti emerse negli ultimi giorni possono indurre a pensare a questo scenario, un cambio del ministro dell’economia, piuttosto che dell’intero Governo con le dimissioni di Berlusconi. Molti attori della scena economica sono in movimento in questi giorni...
Insomma cambi che possano far credere che la maggioranza uscita dalle elezioni sia comunque ancora in piedi e dunque le regole sono rispettate. Un po’ tutti hanno giocato e legiferato in considerazione di questa zoppicante (incostituzionale) idea di governi e di presidenti del consiglio eletti direttamente.
Il cambio del solo ministro dell’economia permetterebbe di dare quello che i mercati vogliono: beni materiali, produttivi di reddito.
La finanza, dopo aver giocato sui titoli, oggi vuole beni veri, non carte, perché la situazione è preoccupante per tutti e solo gli sciocchi (i mercati finanziari sono animati anche da milioni di piccoli risparmiatori) possono pensare di continuare a giocare in borsa o sui titoli di stato.
Si riprenderà allora il corso delle privatizzazioni che si era interrotto da qualche anno dopo le sfavillanti operazioni degli anni’90.
In fondo questo Paese ha ancora tante cose importanti nel cassetto e molti sono in fila per acquisirle.
Insomma invece di dare una sterzata al sistema economico e bancario, invece di ricreare le condizioni per dare la possibilità di produrre al settore manifatturiero, pesantemente mortificato, ma unico capace di creare ricchezza, insieme al turismo e a poco altro, faremo cassa vendendo gli ultimi pezzi di argenteria che ci sono rimasti.
Vedremo chi plauderà a questo tipo di operazioni, politiche ed economiche.
In fondo queste sono le situazioni che dovrebbero permettere il formarsi di una coscienza politica o di orientare il voto.
Per quanto in Italia, ormai, tutto è confuso e i liquami stanno salendo paurosamente senza distinzioni di colore, qualche punto fermo conviene tenerlo a mente, altrimenti si riduce tutto a tifoserie scatenate.
Roba da italiani, eterni pallonari.

martedì 26 luglio 2011

Michele, il Caos e le figurine Panini



Contrariamente a quello che pensa Michele Serra, su La Repubblica, capire ciò che è successo e perché è successo non è facile. Ciò che non regge sicuramente è l’arrabbiato contrappunto del Serra per il fatto che non si dichiari semplicemente che l’autore della strage in Norvegia è di destra e le vittime sono di sinistra. Purtroppo per Michele negli ultimi tempi le cose si sono rese più difficili e non sempre la realtà è inquadrabile in quello schema da figurine Panini che tanta serenità produce a giornalisti politicamente corretti (correttissimi, come lui).
Per Michele forse sarebbe stato più facile scrivere il pezzo se la rivendicazione degli attentati a nome del”Islam” avesse retto, ma è stata smentita nel giro di pochissime ore. Già qui io mi farei mille domande, Michele no, gli va bene anche questa.
Michele pretende di risolvere la definizione della strage partendo dal fatto che l’autore è un “primatista bianco” e dunque le vittime sono di sinistra. Eppure se si leggono le farneticanti 1500 pagine del suo romanzone pubblicato sul WEB si ha la possibilità di collegare lo stragista ad altre culture e ad altri movimenti politici, con contraddizioni difficili da capire. Per esempio, frasi di chiara esaltazione del nazismo e di rammarico perché il nazismo non si è posto contro gli islamici!
Chi vuole può prendere conoscenza del vasto romanzone del norvegese integralmente (ci vuole stomaco) o attraverso i numerosi sunti che sono pubblicati. Le pietre del mosaico, come pretende Michele, non sono facilmente componibili se si aggiunge che nell’isola di Utoya si dibatteva della volontà del governo norvegese di riconoscere l’autonomia dello Stato palestinese e della uscita dai teatri di guerra in Medio oriente.
Il discorso diventa veramente complesso se si approfondisce la questione alla luce del “cristianismo” che pretende di accelerare la “Fine dei tempi” con le guerre senza confini e che tanta presa ha negli Usa o delle posizioni decisive che hanno intellettuali e uomini degli apparati comunemente conosciuti come “neocon”. Ambedue ambienti e movimenti che riflettono l’idea della “Città posta sulla collina” di tradizione vetero testamentaria. Un solo esempio di come è difficile capire la realtà (vale anche per Michele!) è dato dalle considerazioni espresse da David Horowitz (noto neocon) proprio in riferimento a quanto sopra scritto:«Appoggiando la richiesta di Abu Mazen di riconoscere la Palestina come Stato, il governo norvegese si è comportato come Quisling, il capo di governo filo-hitleriano che negli anni ‘30 portò la Norvegia a fianco del Terzo Reich.”
Ed allora cosa è destra e cosa è sinistra? Il governo norvegese laburista è di destra o di sinistra? e i giovani laburisti? Ed Horowitz dove lo mettiamo?
Insomma il Michele deve approfondire di più e non può pensare di trattare cose complesse con la sua semplice saccenza. Il mondo non è come la piana di Troia, di qua gli amici, di la i nemici..è tutto molto più complicato.
Siamo ad un punto della storia in cui il linguaggio e le coordinate soliti non bastano più per capire e, forse, chi realizza stragi, come quelle in Norvegia, contribuisce a confondere la realtà determinando un solo grosso risultato: il caos ove tutto è modificabile e manipolabile.

venerdì 22 luglio 2011

Non papponi, ma culi di pietra.



Non è solo la presa d’atto che una intera classe dirigente (di ogni settore) vive alla grande sulla pelle di milioni che sopravvivono, ma a colpire è la constatazione che soprattutto in Italia vi è una pletora di gente, di leader politici, che ormai sta vivendo la sua seconda stagione politica (per alcuni la terza) e si prepara a vivere la terza (o quarta).
Non papponi che vivono senza pudore, a sbafo, con indennità e stipendi che sono il prezzo della corruzione legale, ma ominicchi senza visione politica, che vivono alla giornata secondo i desiderata delle potenze finanziarie. Si capisce ormai che non sono assolutamente determinanti per il corso degli eventi, che viene deciso altrove.
E così mentre ascoltiamo moniti, suggerimenti, imbeccate, risentimenti, da chi ha vissuto alla grande la stagione del fascismo, quella del comunismo e, da un decennio e più, quella del capitalismo senza freni, ora ci toccherà osservarli, ascoltarli ed ossequiarli per quello che inevitabilmente seguirà a questa crisi, ormai senza confini, e che costringerà tanti a cambiare abitudini e modi di vivere.
Gente ormai senza niente da offrire ai cittadini, ai popoli, capaci solo di conservare con mille argomentazioni e tirate di spalle quello che ha afferrato all’insegna di una pretesa superiorità dovuta all’essere “amministratori della cosa pubblica”.
Una classe dirigente, non solo in Italia, che viene proposta e sponsorizzata da ambienti finanziari che reclamano e impongono leggi adatte all’accrescimento dei profitti, a questo si è ridotto l’impegno pubblico, senza progetto e senza capacità di guida.
Debiti che vengono coperti da altri debiti, senza che si abbia la capacità di assumere la guida della situazione e fare, non cose straordinarie, ma quello che in altri momenti di crisi hanno fatto tanti e diversi esponenti politici, in altri momenti di crisi economiche.
Dall’America di Roosevelt ai governi europei, negli anni trenta e anche negli anni a seguire, la classe politica di allora pose le basi per ripianare il disastro del’29 con una rigida regolamentazione delle attività bancarie, la nazionalizzazione di alcune grosse banche in difficoltà dovuta alle speculazioni alle quali si erano date negli anni precedenti, il sostegno alle banche rurali e di risparmio, capaci queste di dare credito a imprenditori veri. Piani economici diretti ad impegnare milioni di persone, con obiettivi mirati al benessere diffuso dei cittadini.
Tutto questo oggi non sta avvenendo, si vive alla giornata, deliberando la copertura di debiti con altri debiti. E d’altronde, cos’altro si potrebbe fare di diverso oggi in questo Paese dove lor signori (e sono tanti) stanno comodamente seduti dietro le scrivanie in attesa che qualcuno ancora dia il sangue per mantenere la Casta?
Il dramma è rappresentato dalla prospettiva che si prepara per il prossimo futuro, vedere ancora gli stessi che ci preparano una vita all’insegna dell’austerità. Fosse per il restringersi della cinghia…ma vedere ancora gli stessi che dall’alto dei vari colli ammoniscono, dirigono, suggeriscono, dopo aver indossato già tante divise, di tanti diversi colori, è francamente una beffa.
Solo in Italia c’è una classe politica fatta da culi di pietra di lungo corso, negli altri Paesi almeno hanno il pudore di ritirarsi ad ogni svolta della storia.
Da noi no, persistono, si ritengono indispensabili.

sabato 16 luglio 2011

Ritorna la Gogna



Mascariare: imbrattare, insozzare, deformare con una maschera l’onorabilità di una persona che si vuole isolare e poi abbattere. Sembra paradossale che il termine, tipico del dialetto siciliano e che vale per altri contesti, oggi possa essere usato per chi và alla ricerca di colpe. Ovviamente c’è sempre il monito da parte di chi ancora è dotato di ragionevolezza nel ricordare che le accuse vanno provate e poi bisogna attendere giudizi. Tant’è, ma assistere a spettacoli sempre più frequenti di questo genere lascia perplessi. Da alcuni giorni i mezzi di comunicazione indicano che è in corso una richiesta degli inquirenti di misure cautelari nei confronti del Parolisi per l’omicidio della moglie.
Milioni di persone, spettatori, sulle tribune attendono lo sviluppo della vicenda con il probabile spettacolo dell’ammanettamento del sospettato, indagato.
A quanto pare la civiltà della comunicazione produce anche di questi fenomeni, lo spettacolo della preda che viene stuzzicata e che viene osservata per le sue reazioni. Roba raffinata, che fa il paio con le famose “indiscrezioni” che tali non sono, essendo opportunamente veicolate, con le quali giornali e televisioni ci fanno sapere di dettagli investigativi, così, tanto per mettere poi il microfono sotto il naso dell’interessato e carpire qualche accigliamento o qualche segnale psicosomatico rilevante per l’accusa. Ovviamente, tutto questo avviene nel più rigido silenzio degli inquirenti.
E’ la civiltà che ritorna di qualche secolo indietro. Ricorda tanto la gogna dei tempi che furono. E come non soffermarsi sulle originali considerazioni degli esperti che relazionano sulle cause della morte, comodamente orientate sul presunto colpevole. Roba che ricorda tanto i temi in classe copiati male. Per esempio, i giornali a proposito delle modalità del delitto riportano, dalle perizie: “presunta tecnica militare utilizzata nel commettere il delitto", “uccisa con 32 coltellate sferrate con una tecnica militare, quella della "sentinella". Molto originale, davvero.
Per quanto la versione del Parolisi suscita qualche dubbio, siamo in attesa che lo spettacolo abbia il suo compimento.

giovedì 14 luglio 2011

A ridatece Scoccimarro!



Si racconta (sarà vero?) che un tempo nelle sezioni di partito, nelle occasioni ufficiali, anche a livello locale, il relatore (c’era anche il relatore!) esordiva con la politica estera. Certo si usciva dalla Guerra, poi c’erano le invasioni (Ungheria, Cecoslovacchia) ulteriori guerre ”regionali” come il Vietnam, il Medioriente. E con i fatti bellici si commentavano il quadro economico internazionale, lo stato della produzione, i cambiamenti tra campagna e città, il reddito.
Non si trattava evidentemente del cruccio di chi era in attesa del “crollo del capitalismo” perché analoga preoccupazione era espressa anche in altre parti politiche, infatti De Gasperi richiamava sempre l’attenzione sulla politica estera e tale preoccupazione si mantenne costante.
A crisi ormai esplosa, verrebbe facile dire che non poteva che finire così, con una classe politica che oltre ad essere segnata strutturalmente dall’insignificanza e dall’opportunismo (sono ritornati i notabili in parlamento) dimostra di essere un ceto politico che in questi anni ha delegato le grandi scelte economiche e i disegni strategici in campo internazionale alle cariatidi delle università economiche ove il mito della globalizzazione, del Mercato truccato, era divenuto testo sacro.
Mentre il Giavazzi, l’Alesina ed altri campioni della economia predatoria formavano l’opinione pubblica attraverso schermi e giornali, i nostri discutevano del Trota o dell’ultima fesseria del Borghezio o di Bondi, preoccupandosi di tanto in tanto (quando era proprio necessario) di affermare che bisognava assecondare i “Mercati”, così,…..a pappagallo.
Ed ancora oggi, quando, di ora in ora, si aggrava il contenuto della manovra economica è desolante leggere siti e blog di ruspanti politici che si propongono per il cambiamento. Troverete (se avete voglia di dare uno sguardo) il solito sciocchezzaio di paese e mai troverete una qualche considerazione sull’inquietante realtà che ci circonda: guerre, economia, per cominciare.
No, si parla, ancora, di primarie, di “compagni o di amici”, del trota, dei ministeri al nord.
Viene voglia di dire: a ridatece Scoccimarro!

mercoledì 13 luglio 2011

Il crumiro in doppio petto



Prima di tutto caddero gli islandesi
e fui contento, perché il merluzzo non mi piace.
Poi saltarono gli irlandesi
e stetti zitto, perché la pioggerellina mi sta antipatica.
Poi fallirono i portoghesi,
e fu giustizia, perché non pagano mai.
Poi incravattarono i greci,
ed io non dissi niente, perché spendevano troppo.
Un giorno vennero da noi,
e io pensai: sto bene, sarò l’ultimo della lista!

domenica 3 luglio 2011

Il popolo ha torto



L’aria saccente con la quale il Michele Serra tratta le contestazioni al percorso ferroviario del Tav in Piemonte spiega bene il clima dell’epoca presente dalle nostre parti. Non solo l’Italia, ma soprattutto questo Paese mostra di perdere le ragioni fondanti della comunità statale, nazionale, come essa si è formata nei secoli. L’elite acculturata e che fa informazione, fa tendenza, in questo Paese ha come obiettivo le esigenze e gli interessi dei ceti ricchi e usa la bonomia, la satira, per servirli. Questi cantori della modernità, che a dirla alla buona ragionano come i terroni del nord quando truccano l’accento e si adeguano ad ogni novità imposta dagli indigeni evoluti, hanno ormai accettato l’dea che qui non c’è nulla da salvare e che ogni sforzo non può che essere fatto in ragione della formazione di un grosso “combinat” europeo, ove ogni distinzione, diversità, deve essere eliminata.
In questi anni hanno coscientemente offuscato ogni notizia che rimarcava la perdita di sovranità dello Stato e ogni decisione che andasse a rompere norme, consuetudini, tradizioni capaci di tenere insieme i popoli. Se c’è disapprovazione rispetto a mega progetti di opere da parte delle popolazioni, disapprovazione che raccoglie vasti strati delle genti interessate, i cantori della modernità sanno bene da che parte stare, ovvero dalla parte dei poteri forti e usano le loro armi di persuasione e di derisione trattando i cittadini, tanti cittadini, come gli sciocchi del villaggio. Operazioni di grande raffinatezza, queste, che mirano a non trattare il problema per quello che è, con tutte le ripercussioni di tipo economico, ambientale, di valutazione degli interessi coinvolti. La sovranità non appartiene più al popolo, il popolo si mette di traverso e dunque va deriso e combattuto. Eppure proprio sul progetto Tav è da anni che si sentono cose raccapriccianti (è il caso di dire) provenienti da persone apprezzate ed autorevoli, come il già magistrato e parlamentare Ferdinando Imposimato, che, insieme ad altri, ha sollevato dubbi enormi sull’opera in questione. Sarebbe il caso di approfondire, ma i cantori del pensiero dominante ci dicono che non è il caso, sarebbe tempo perso, bisogna prendere la locomotiva della modernità! e poi si sa il popolo in questi casi ha torto.

giovedì 30 giugno 2011

Pisani: "dead man walking"


Capita di sentire notizie clamorose da Napoli che riportano non solo di una grande operazione di sequestro di beni e di arresti di persone riferibili al contesto camorristico, ma capita soprattutto di sentire di indagini a carico del capo della Squadra mobile della città devastata dalla camorra, dalla illegalità di tutti i tipi e ora dai rifiuti.
Difficile farsi un’idea di quello che è appena annunciato, ma il clamore si percepisce tutto, anche dalle parole del capo della magistratura inquirente.
Cosa colpisce? Il poliziotto arrestato in pratica era quello che in America chiamano “dead man walking” il “morto che cammina”.
Interessanti i commenti e le parole in interviste dallo stesso rilasciate nelle settimane scorse e alcuni mesi fa. Pisani, il capo della squadra mobile, aveva espresso alcune valutazioni non alla moda nel tempo del conformismo politico-giudiziario. Basta riprendere queste interviste per capire quanto è grave affermare che spesso in una grande città il fenomeno del riciclaggio del denaro sporco ha a che fare con l’esigenza di professionisti di investire soldi incassati al nero o affermare altre considerazioni non allineate col pensiero dominante.
La vulgata generale non permette espressioni di pensiero di questo tipo, ma la realtà percepita mostra che è vero. E figurarsi se nella grande città di Napoli si possono macchiare camici e colletti bianchi al posto della più confortevole attribuzione di colpe alle varie gerarchie malavitose, così come ci viene narrato da qualche anno sulla falsariga della lotta contro gli indiani del West.
La realtà evidentemente è più complessa è ragionarci sopra, come ha fatto Pisani, diventa pericoloso. Al netto di cose che non è dato sapere al momento, risultano particolarmente inquietanti le risposte e le considerazioni che si leggono nelle interviste citate. Vale la pena di ricercarle con Google e leggerle.

domenica 26 giugno 2011

Napoletaneide

C’è chi invoca e chi si offre di raccogliere i rifiuti a Napoli, da volontario. C’è chi ricorda gli Angeli del fango che accorsero a Firenze, sommersa dall’alluvione, nel ’66. Slancio inutile di generosità per i primi, paralleli improponibili per i secondi.
La verità è che il problema dei rifiuti non è un accidente di questi giorni, dura da troppo tempo per giocarlo con le solite contrapposizioni tra i tifosi dell’una o dell’altra parte. Saranno vent’anni che il problema emerge in tutta la sua gravità. Lo scenario è sempre lo stesso, con il corredo di polemiche tra le istituzioni variamente interessate, il tentativo, spesso riuscito, di spostare i rifiuti in provincia o più lontano. Nel frattempo si sono costruite brillanti carriere politiche, si sono costruiti imperi economici, ognuno ha fatto la propria parte afferrando l’osso fino a spolparlo, anche senza arrivare alla fine.
E chi si offrirebbe come volontario? E chi può pretendere oggi di fare leva sulla buona azione dei cittadini? Dopo che si è visto di tutto e dopo che si vede di tutto in questo Paese, c’è qualcuno che possa pretendere di ottenere la mano gratuitamente? E chi oggi si potrebbe proporre, come novello Angelo del fango? L’Italia di quegli anni non c’è più, troppi sono stati e sono i cambiamenti. Nemmeno il dito puntato alla solita camorra fa più presa, perché il disservizio è dovuto ad un sistema che non funziona perché ognuno degli addetti ai lavori, a qualunque livello e con qualunque qualifica, capisce che basta fare un pò di sabotaggio per ottenere sempre di più.
La buona volontà dei singoli non può mai essere sganciata da un concreto progetto di azione pubblica, da un disegno di società. Dopo vent’anni di ritardi, di mancata realizzazione di quanto occorre per organizzare un servizio necessario, siamo alla declamazione dei no, siamo al punto zero, di nuovo. Una città che merita capacità di decisione soprattutto su temi e problemi ormai antichi resta impantanata nei rifiuti, come già avvenuto tante volte.
L’esperienza insegna che alcune cose sono proprio inutili per chi deve amministrare, soprattutto quando si affrontano le prime difficoltà: prendersela con chi c’era prima, prendersela con la camorra o con la “Spectre”, prendersela con gli altri che non collaborano. Ci sarà un po’ di tutto questo, ma non è che il modo migliore di risolvere i problemi sia quello di alimentare e di alimentarsi con le illusioni degli intellettuali e con le frenesie della plebe, tagliando fuori tanta parte della rappresentazione politica dell'intera popolazione. La storia di Napoli ha già vissuto esperienze dello stesso genere, pare che oggi si replica.
Speriamo bene.

sabato 18 giugno 2011

Napoli non è una cartolina



A Napoli c’è chi ha realizzato la Tangenziale. Correvano gli anni ’60.
Bassolino, nonostante tutto, ha realizzato un sistema di metropolitana che ha eguali solo in città europee. Altre amministrazioni hanno ideato e realizzato il Centro direzionale.
Ci sono amministrazioni e generazioni politiche che lasciano qualcosa di concreto e utile nell’arco della loro attività, nonostante circostanze e aspetti criticabili.
Risulta difficile annotare qualcosa per la quale sarà ricordata l’ultima amministrazione partenopea.
Attenzione, è chiaro che la capacità di un’amministrazione non deve essere sottolineata solo nella realizzazione di opere pubbliche. Anzi, molte volte c’è sperpero di calcestruzzo ad uso degli amici. Gli esempi sono tanti.
Molto può fare un’amministrazione nella organizzazione dei servizi sociali, dell’istruzione, dell’ambiente o del turismo e prima di tutto per lo smaltimento rifiuti.
Superati gli entusiasmi della vittoria elettorale le amministrazioni che si insediano devono porsi alcuni grandi obiettivi. Quali per la città di Napoli?

Sembra che l’interminabile, stantio, dibattito sulla visione urbanistica della Città debba concludersi sempre allo stesso modo: Napoli è una cartolina e non deve essere toccata.
Questa visione non è più proponibile perché causa guai immensi alla Provincia (in termini di esodo dei cittadini napoletani) e alla stesa Città.
Occorre invertire la rotta e iniziare a pensare che tanti quartieri degradati di Napoli non hanno più nulla da offrire ai suoi abitanti e a i possibili turisti che si avvicinano alla Città. Ci sono interi quartieri di città europee, e che tanti italiani visitano, che sono stati costruiti da zero dopo i devastanti bombardamenti della II guerra mondiale. Distinguere tra i pochi palazzi preesistenti e i palazzi ricostruiti risulta difficile.
I quartieri Spagnoli, sui quali si dibatte da almeno un secolo, tranne pochi edifici, sono il simbolo della rovina edilizia e umana di Napoli. Abbatterli per ricostruire un quartiere efficiente e architettonicamente compatibile con via Toledo sarebbe cosa meritoria.
La politica dovrebbe dare risposte convincenti in questa direzione.
La stessa questione dei rifiuti ha al centro della discussione la difficoltà di individuare luoghi per le strumentazioni (qualsiasi) che oggi si ritengono necessarie per il ciclo di smaltimento. Perché non prendere esempio da altri stati e città dove hanno osato realizzare isole artificiali per insediare aeroporti o centri turistici? Napoli ha una lunga linea di costa e qualche punto, non paesaggisticamente rilevante, si presta allo scopo.
Sarebbe bello immaginare il congiungimento tra il porto e piazza Municipio. Se ne era parlato, ma pare che l’idea sia stata messa da parte. Sarebbe bello immaginare la discesa di turisti, ma anche di cittadini, dai vaporetti e dalle navi senza essere travolti dalle macchine di via Acton.
In Giappone c’è un tempio costruito duemila anni fa, in legno. I tanti pezzi che lo compongono vengono sostituiti periodicamente da pezzi nuovi. Sembra antico nell’insieme, ma è nuovo nelle sue componenti. La città che si rinnova è così: antica, ma impercettibilmente nuova.

martedì 14 giugno 2011

Una lezione per tutti



E’ bastato un referendum e soprattutto i quesiti sull’acqua e i servizi per capire, dopo anni di ubriacatura, che in questo Paese la gente non ne può più del pensiero unico che impone privatizzazioni e liberalizzazioni truccate.
La lezione vale per molti, per tante parti della politica italiana e forse ci aggancia a quello che sta succedendo in altri paesi, ove i morsi della crisi si avvertono più ferocemente, ove le ganasce dei tagli e delle decurtazioni dei redditi stanno provocando rivolte e manifestazioni di massa.
Erano anni ed anni che in Italia il linguaggio della politica era intriso dell’economicismo del sistema di potere che sottrae risorse, forza produttiva e speranza a cittadini, giovani, imprese; il tutto applicando le regole della globalizzazione, che tanto favoriscono il capitale e la finanza e tanto impoveriscono le persone.
Se e come il risultato referendario riguarda direttamente Berlusconi, riguarderà sicuramente anche buona parte dei suoi oppositori, comprese le nuove forze di centro, tutti inclini a votare leggi ad uso dei Poteri forti, come si usa dire.
Senza l’imbarazzo di nomi e simboli, per una volta gli elettori hanno dato un segnale importante su temi significativi e la speranza è che i partiti rinnovino, programmi, linguaggi, obiettivi.
La storia, anche quella recente di questo Paese, insegna che scalzato un re non vengono per forza premiati i suoi oppositori, tanto meno i congiurati e se cade un fronte politico non sempre vive giorni tranquilli l’altro. Accadde con la caduta del Muro di Berlino: tutti a pensare ad un interminabile dominio democristiano e poi le cose andarono diversamente.
C’è da vedere in tutto questo come reagirà il fronte del liberismo dominante. In fondo i cittadini hanno abrogato leggi italiane, ma sulla privatizzazione dei servizi l’Europa ha già detto la sua…..vedremo.

domenica 12 giugno 2011

La vera posta in gioco



“I referendum sull'acqua e sul nucleare (a parte quello sul legittimo impedimento) indicano obiettivi più ampi di quello che troveremo letteralmente sulla scheda.” Era il 14 maggio e scrivevo così quando non era ancora avviata la campagna referendaria.
Il confronto avviato sui temi dell’acqua, soprattutto, ha messo in luce proprio quello che sottolineavo, ponendo in luce imbarazzi e difficoltà sul significato vero di questi quesiti. Dopo anni ed anni di politiche economiche che hanno visto una convergenza senza confini politici sul mantra delle privatizzazioni, questa dei referendum costituisce un’occasione unica per riflettere e ripensare su quello che è accaduto.
L’esito dei referendum sull’acqua sarà decisivo per rimodulare programmi politici, alleanze, obiettivi. Senza gli ostacoli costituiti da nomi e simboli, i cittadini hanno oggi e domani la possibilità di segnalare tutto il malcontento che serpeggia nella società su politiche che dimostrano di essere solo strumentali agli interessi delle grandi imprese e del mondo finanziario.
Quello che si propagandava da parte di tante forze politiche nel corso degli anni’90 ed oltre circa le magnifiche virtù di una economia in cui il mercato avesse più spazio rispetto all’iniziativa pubblica, ha avuto esiti del tutto deludenti e ormai tragici per quegli stati ove la strada intrapresa è stata simile.
Si diceva: con le privatizzazioni e con il mercato che entra nella gestione dei beni pubblici si avrà una riduzione del debito pubblico, una migliore gestione, tariffe più basse.
Il riscontro rispetto alle aspettative è del tutto negativo: il debito pubblico, nonostante l’introito delle dismissioni, continua a crescere, la gestione dei servizi non ha portato a grossi miglioramenti in riferimento al rapporto entrate/uscite dei titolari delle concessioni, le tariffe volano.
Il mondo che gestisce le reti e i beni pubblici e le sue connessioni con la politica mostra più di prima incrostazioni immorali o illegali.
Certo il tema della distribuzione dell’acqua è un tema complesso, per i costi e per l’essenzialità del bene in questione, ma questo, insieme agli altri servizi, possono essere regolati in modo da evitare le conventicole localistiche (che i privatizzatori temono) ed evitare la piena devoluzione alle grosse finanziarie internazionali di beni e reti essenziali.
Lunedì si saprà se una parte sufficiente di italiani ha inteso effettivamente qual è la posta in gioco con questi referendum.

domenica 5 giugno 2011

Chi è convinto dei 4 sì ?


Non per fare il guastafeste, ma è meglio dire adesso di certe impressioni, sperando ovviamente di essere smentito.
Dopo la sbornia elettorale con le sue molteplici chiavi d’interpretazione e che ha visto l’affermazione degli outsiders De Magistris e Pisapia, siamo ad un momento fondamentale. Domenica e lunedì, per i referendum, scopriremo veramente di che pasta è fatto il Pd, Partito democratico, e se oltre il colore e la bandiera vi è qualcosa, ai suoi livelli dirigenti, che faccia riferimento ai valori declamati da ogni entusiasta militante di quella parte politica.
La mia sensazione è che Bersani ed altri hanno obtorto collo pronunciato il favore per i 4 sì ma avvertono la difficoltà di impegnarsi veramente su quei temi. C’è l’impressione di una scarsa partecipazione e di uno scarso impegno sui temi referendari, soprattutto sull’acqua, ma anche per quello relativo al nucleare.
Le ragioni sono evidenti. La questione acqua non è solo una grande questione sulla quale sono puntati interessi di imprese e di ambienti delle burocrazie politiche, è proprio il quesito privatizzazione sì - privatizzazione no a creare problemi al Partito democratico. Le privatizzazioni sono il sale della politica europea, rispetto alla quale mai c’è stato un segnale di riflessione da parte dei leader del Pd.
Per chi avesse dimenticato, ricordo che la nascita di quel partito è stata imposta da Prodi nel pieno della fase di privatizzazioni che venivano adottate a tutto spiano negli anni passati dal centro sinistra al governo. Dire oggi, domenica, un no (sostanziale) ad un processo di privatizzazione con enormi ricadute economiche significa contraddire la ragione sociale di quel Partito, significa rinnegare rapporti, attese, alleanze, significa in altri termini una svolta in materia di politica economica così come determinata in questo Paese da 15 anni.
I segnali ci sono tutti, basta seguire un po’ di rassegna stampa e le dichiarazioni di tanti esponenti politici per capire che l’appuntamento con i referendum sta creando enormi mal di pancia.
Se (ma spero di no) il risultato sarà negativo sarà ancora più evidente il mutamento culturale e politico che caratterizza la sinistra maggioritaria in questo Paese e la comune attenzione di tanta parte del ceto politico nazionale (di ogni colore) a servire gli interessi e i desideri del mondo economico.
Spero invece che la novità delle ultime elezioni comunali dove sono emerse decisioni e convergenze non perfettamente riconducibili ai principali partiti politici possa ripetersi nell’occasione dei referendum. Sarebbe il segnale evidente che dopo tutto tanta gente non si è assuefatta al Pensiero unico che domina le sorti della politica di questo Paese.
La situazione di crisi che attraversa l’Italia rende normale e doverosa una manifestazione di dissenso rispetto allo stato presente. Meglio un voto che i forconi.