giovedì 17 febbraio 2011

La Repubblica delle Bollette



Non sarà come in Egitto e Tunisia o in altri paesi del “Terzo mondo”. In Italia la situazione è diversa, c’è la democrazia.
Abbiamo costruito negli anni un sistema equamente bilanciato con porte girevoli in cui buona parte della popolazione vive di garanzie e privilegi pubblici, una parte vive di sussidi e una parte, purtroppo minoritaria, che si arrangia. Il tutto è legato e si sostiene in forza della compassione internazionale circa lo stato delle cose in casa nostra e la impossibilità di dichiarare il fallimento del sistema Italia: troppo grosso il debito pubblico, ne pagherebbero le conseguenze i creditori e gli speculatori internazionali.
Come si vive in un sistema così fatto? Bisogna attrezzarsi per mettersi al riparo, essere in tutto o almeno in parte protetti dalla spesa pubblica. In fondo lo si nota sempre più spesso. Il lavoratore precario, il grand commis, l’amministratore pubblico ad alta indennità, si tengono per mano; guai a parlare male degli alti stipendi delle Caste perché il primo sostenitore e difensore di questi ultimi è il lavoratore socialmente utile o il bidello precario, perché avvertono di far parte dello stesso Sistema: se cadono i primi corrono rischi anche gli ultimi.
Non sarà dunque come in Egitto o Tunisia perché lì il rincaro dei prezzi dei beni alimentari ha portato alle estreme conseguenze di una rivolta, qui la spesa pubblica è “più democratica”, corre per mille rivoli e accontenta molti con troppo e molti altri con poco, in ogni caso li accontenta: è appunta democratica.
Basta passare per le strade di un paese e si leggono di continuo manifesti pubblici che avvertono delle provvidenze più diverse: “bonus” bebè, per l’elettricità, per il gas, per il latte, per il canone di locazione, corsi a pagamento per gli indultati (ex carcerati) finanziamenti per le veline, per il caseificio…e così via.
E chi dovrebbe protestare? Rimangono quelli che, restando fuori dal giro, si inventano giorno dopo giorno un lavoro e si costringono a tenere in piedi attività sempre più oggetto di vessazioni sotto forma di esazioni fiscali, di adeguamenti alle famigerate direttive europee, di bollette, di tributi inventati giorno per giorno solo per fare cassa e sostenere le Caste e non per altre ragioni.
Chi protesta di fronte ai continui rincari di tutto ciò che è obbligatorio o necessario? Il massimo che si riscontra è il lamento e la conseguente provvidenza in forma di riduzione parziale per le categorie a basso reddito, che porterà l’interessato a salire le scale dell’amministrazione per ottenere compassione.
Una società liberale, come era stato annunciato dopo tangentopoli, è quella in cui la maggior parte dei cittadini riesce a vivere di vita propria, rimanendo come residuale l’intervento del sistema pubblico per limitati casi di necessità.
Quello che si vede in giro nulla ha che fare con una società liberale, né con un sistema di mercato, rettamente inteso.
Una situazione di questo tipo, dove nessuno contesta la gestione generale della cosa pubblica, nemmeno di fronte alle continue e aumentate richieste di pagamento per servizi, tributi ed ogni altro onere necessario per vivere, dimostra che la furbizia o la rassegnazione hanno preso il posto di ogni altra manifestazione del concetto di cittadinanza.
Equamente divisi si continuerà con questo andazzo, augurandosi solo di essere dalla parte giusta per vincere alla roulette della Repubblica delle Bollette.
I furbi e i rassegnati non hanno la convenienza, né la forza, per fare rivolte. L’Egitto è lontano, qui c’è la democrazia.

lunedì 14 febbraio 2011

Giuliano Ferrara? No.



Giuliano Ferrara? No."Nicola Bombacci, romagnolo e socialista massimalista con Mussolini. Segretario del Partito socialista conobbe Lenin durante la Rivoluzione sovietica, fondò il Partito comunista a Livorno nel 1921. Allontanatosi dai comunisti aderì al fascismo solo alla fine, quando negli anni di Salò espresse la sua notevole capacità oratoria."

venerdì 11 febbraio 2011

Lazzari



Le celebrazioni sono anche un momento per ripensare i fatti e le scelte a suo tempo compiute. Quelle per l’Unità d’Italia (dal 1861) sollecitano un problema che anche in questi anni ed addirittura in questi giorni è sempre stato presente nella storia di questo Paese, tra i meno esplorati o forse sottovalutato, trattandosi di panni sporchi, da non mostrare nelle vetrine ufficiali.
Mai si è voluto fare i conti con gli esiti di quella che tecnicamente fu una guerra di occupazione, ovvero l’occupazione del meridione e del centro Italia, allora autonomi stati rispetto a quello del regno del Piemonte.
Occorre subito dire che l’anelito all’Unità d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, veniva da lontano, era diffuso, e dunque, sia pure avvenuta in maniera controversa, la sua realizzazione non può essere messa in discussione.
Nacque però immediatamente una “Questione meridionale”, dovuta all’approccio totalmente diverso rispetto al sistema precedente nell’organizzazione sociale ed economica delle nuove terre conquistate: la leva obbligatoria per famiglie di contadini, assolutamente difficile da sopportare; la privatizzazione delle terre demaniali, sulle quali i contadini trovavano sostentamento con una regolazione civica secolare; lo spossessamento di beni della Chiesa che pure davano conforto a strati poveri delle aree interne.
Mentre si compiva una feroce repressione, con un esercito di 120 mila soldati e con l’innesco di una vera e propria guerra civile, con migliaia e migliaia di arresti e fucilazioni, per sfuggire alle severe leggi di guerra e alle angherie della borghesia meridionale, delle imprese settentrionali (ed estere) che ammassavano le nuove ricchezze, milioni di meridionali facevano le valigie e partivano “per terre assai luntane” imbarcandosi sui “bastimenti”, come recita una famosa canzone napoletana.
Mai si è parlato approfonditamente di questi effetti e delle cause che le produssero. Molto si ritrova in racconti popolari, romanzi e soprattutto nelle canzoni d’epoca.
Non fu questo un fenomeno circoscritto ad anni particolari, ha avuto seguito nei decenni del ‘900 e con sé reca una ulteriore Questione che ancora si strascina in questo Paese e che riguarda la possibilità, necessità, l’opportunità, di rappresentanza politica dei cosiddetti “Lazzari”. La storiografia ufficiale, il cinema, la cultura diffusa hanno sempre rappresentato quei fenomeni, di ribellione e poi di abbandono, come espressione di un mondo arretrato, di cafoni, di “africani del Meridione”, di “Lazzari”, come si sentiva dire anche da esponenti autorevoli della cultura e della politica.
In Italia questo problema c’è e riemerge periodicamente ad ogni passaggio della vicenda sociale e politica.
Chi e come rappresentare ceti poveri economicamente o culturalmente è una questione che si trascina dalla fondazione dello stato italiano. Se caliamo un velo su quello che è stato il fascismo, possiamo dire che la Questione si è posta nel dopoguerra ed è stata affrontata con notevoli energie da parte dei partiti di massa, partiti sicuramente dotati, al di là di strategie ed obiettivi particolari, di culture sicuramente “popolari” e si può dire che al netto di ogni nefandezza che reca con sé l’azione politica di ogni tempo e colore, lo sforzo in quel senso è stato visibile.
Con lo sfascio della “I Repubblica” la Questione emerge in tutta la sua enorme evidenza perché non sembra che i partiti come oggi strutturati, in balia come sono di star del momento, possano essere luoghi di rappresentanza dei veri interessi dei ceti popolari di questo Paese.
Quando partiti ed organizzazioni politiche mutano la loro ragione sociale in funzione degli interessi della parte ricca, evoluta, di questo Paese e finiscono per essere il riferimento della “Upper class” raffinata, colta che ha a cuore i cosiddetti “diritti individuali” e che si pone l’obiettivo di sanzionare i “comportamenti”, vuol dire che poco spazio rimane, sostanzialmente, per i tanti che affrontano le difficoltà materiali della vita, di quelli che al contrario sono esposti alle incertezze del tempo, del Mercato e della Globalizzazione.
La storia si ripete, ancora oggi c’è chi non vuole dare rappresentanza ai ceti popolari: sono minoranze organizzate della cultura, dell’economia, dell’informazione, che si ergono come giudici supremi a dispetto delle regole della democrazia.
Il fascismo cadde per un voto contrario a Mussolini ad opera del Gran consiglio, qui gli intellettuali con la erre moscia vogliono il cambio di regime con la sommossa popolare, come fossimo in Egitto. Lì però la sommossa è nata per il rincaro del pane, qui dovrebbe nascere perché ai nostri raffinati intellettuali dispiacciono certi “comportamenti”.
Se la lettura dei fatti è esatta dispiace prendere atto che il Cavaliere riesce, ancora oggi e nonostante tutto, ad essere riferimento per gli interessi popolari diffusi, quegli interessi che le minoranze colte ed organizzate di questo Paese non vogliono che siano rappresentati.

domenica 6 febbraio 2011

Appena ieri



Se si vuole ripercorrere la storia della politica degli ultimi tempi non si può prescindere da luoghi e persone che hanno in modo deciso caratterizzato il corso degli avvenimenti. In questo revival Bologna ci sta tutta, con Prodi, Andreatta, l’associazione Il Mulino, la sinistra, i cattolici democratici, i socialisti e perché no la musica e poi scrittori, giornalisti, alla Edmondo Berselli, capace quest’ultimo di dare pennellate emozionali sulle radici e sulle speranze.
Erano gli anni in cui Forattini sintetizzava quella realtà disegnando Prodi in veste da parroco.
Poi è cambiato tutto, i banchieri hanno preso il posto delle cooperative e delle case del popolo, la finanza ha preso il sopravvento e tutti a dire che questo è il Progresso.
Ed oggi che le speranze si sono attenuate e tutto gira intorno ad happening emozionali che si svolgono tra Palasport, ville brianzole e sciarpe viola conviene riascoltare cose più semplici, con musica mai dimenticata e parole piene di speranza.

sabato 5 febbraio 2011

La Patrimoniale....e te pareva!



Ci risiamo.
Quando parla Giuliano Amato significa che le cose si fanno serie e serie le cose sono non esclusivamente per i successivi interventi di economisti ed esponenti politici, preoccupati questi ultimi di giocarsi l’argomento solo in vista di elezioni. Il fatto è serio perché i Grand commis (i veri padroni) dell’Europa hanno già deciso: occorre ridurre drasticamente l’indebitamento pubblico degli Stati. La soluzione segue la semplicità dei ragionieri europei(BCE): trasferire parte del debito statale ai propri cittadini. In Italia significa accollare ad ogni cittadino, secondo alcuni calcoli, 30 mila euro.
Semplice. Cosi ragionano le divinità della Nuova Religione Europea.
La patrimoniale in Italia si risolverebbe solo in un prelievo straordinario (così come già avvenne nel ’92 proprio con il Presidente del Consiglio Amato) e dopo pochi anni si ripresenterebbe di nuovo il problema.
Taglierebbe ogni possibilità di evoluzione sociale per milioni di giovani, per mancanza di risorse personali e familiari.
Non scalfirebbe più di tanto le storture di un sistema economico sociale che negli ultimi anni ha gettato sul lastrico milioni di imprese e di lavoratori con la scusa della Globalizzazione e del Mercato e che ha regalato la più grande crescita di redditi a qualifiche e categorie, non solo del privato, ma soprattutto del pubblico. Il Marchionne della Fiat che guadagna 400 volte il salario di un operaio, il Catricalà che cumula i 500 mila euro annui da presidente Antitrust e i 9 mila euro netti al mese come giudice del Consiglio di Stato, il Faziofabio a 2 milioni annui per fare pubblicità a libri e film…. Chiunque può continuare il discorso, gli esempi sono tanti.
Se proprio manovre economiche devono essere assunte si parta da una riparametrazione di stipendi pubblici alla luce delle diverse condizioni economiche ed anche in considerazione che in Italia il posto pubblico si conserva a vita (altro che Mercato).
Si continui con un effettivo controllo della spesa pubblica erogata dagli enti di ogni livello, dando una scossa ai giudici della Corte dei conti che in questo Paese dormono (guadagnando parecchio) e danno tanto spazio, a volte improduttivamente, ai pubblici ministeri.
Se manovre straordinarie si debbono assumere si riconsideri l’enorme, crescente, spesa militare connessa a scelte di politica estera non coerenti con l’art. 11 della Costituzione.
E se proprio si vuole fare un discorso serio per l’evasione fiscale, oltre ad incrementare i controlli sulla spesa (redditometro e “spesometro”) a carico di qualunque cittadino, si passi a far emergere una volta e per tutte i cumuli di soldi in contanti che persone di ogni categorie tengono nascosti in cassaforte, cassette di sicurezza o sotto il materasso (in Italia, soprattutto, ed anche all’estero).
Questi soldi (sicuramente tanti)per “riciclarsi in soldi puliti”, dovrebbero essere investiti in titoli dello Stato e vincolati (diciamo) per 10 anni, a tasso zero. Ne conseguirebbe un enorme sollievo per la finanza pubblica.
Chissà se Amato ed altri hanno mai pensato a soluzioni diverse da quelle solite e per le quali se vincono un’elezione ne perdono in seguito altre quattro.

martedì 1 febbraio 2011

La nostra "rivoluzione"



Se i tumulti, le rivolte del nord africa sono autentiche espressione di un malessere di ceti impoveriti dalla crisi internazionale e non rivolte di palazzo ben costruite, come pure si sussurra, presto si potranno vedere cose analoghe su quest’altra sponda del Mediterraneo. Vi sono già segnali che qualcosa di simile si voglia provocare in Italia o in altre nazioni europee. Il Belgio da molti mesi è senza governo, i paesi iberici sono nel pieno di una crisi finanziaria.
Da noi si corre un rischio, ovvero il paradosso di veder provocare sommosse non per la crisi economica che sempre più stritola il ceto produttivo e i lavoratori a basso prezzo e con diritti sempre più limitati, ma per conservare i vantaggi di ceti e protagonisti di questo Paese sempre più malato.
Appare evidente che segnali di raccolta in piazza e propositi di colpi di mano vengano dai ceti abbienti ed esponenti dello star system, conduttori televisivi ad alto ingaggio, finanzieri d’assalto, grand commis.
Che questi signori possano fare davvero la “rivoluzione” o tentare il colpo di mano è nel novero delle cose possibili: hanno le leve del potere economico e soprattutto della comunicazione, strumento fondamentale in una società non più influenzata da culture politiche, ma dalla capacità di produrre emozioni, eventi, spettacolo. In una situazione del genere basta lavorare, sapientemente, con televisioni ed internet (face book ed altri) per accendere la miccia.
Ancora una volta assistiamo così a conflitti che si ripetono nella storia di questo Paese ove periodicamente una minoranza organizzata riesce a comprimere i veri interessi dei ceti produttivi e dei lavoratori di ogni settore, pur di conservare gli enormi privilegi che negli anni ha accumulato, al riparo di ogni limitazione propagata per tutti gli altri. Sono anni ed anni che la televisione, tra una partita di calcio e l’altra, un giorno si e l’altro pure, ammansisce le masse di cittadini convincendola che purtroppo il Mercato, la Cina, la Globalizzazione, impongono di stringere la cinghia.
Dunque il paradosso è che mentre in Tunisia, in Egitto ed altrove le masse depauperate dalla crisi e da sistemi ingiusti (le loro Caste) si ribellano, qui da noi sentiamo suonare la tromba da parte dei soliti noti, ricchi e stragarantiti, che chiamano a raccolta i tanti cittadini “per difendere la democrazia”.
Vedremo, sarà interessante capire quanti operai di Marchionne seguiranno i Faziofabio a 2 milioni di euro all’anno.

sabato 29 gennaio 2011

E' il Passato che ritorna?



“Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice aveva preso in considerazione l'idea di mandare un certo numero di palestinesi in America Latina, per trovare una soluzione parziale ai milioni di profughi impossibilitati a tornare in quella che considerano la loro terra”. Questo ed altro emerge dai Palestinian Papers,i documenti segreti divulgati dalla tv panaraba Al Jazeera.
E’ il Passato che ritorna?
A partire dalla fine 1800 nacquero analoghe discussioni che impegnarono governi di tutta Europa e che si protrassero nei decenni successivi del ‘900, discussioni che erano stabilmente presenti nell’agenda degli incontri tra capi di stato e di governo (allora non c’erano i G7, ma gli incontri avvenivano egualmente). Questione sollecitata da parte significativa della diaspora ebraica in Europa e che vedeva da parte dei governanti di allora le più fantasiose soluzioni, con proposte di emigrazione in Madagascar, Uganda ,Argentina, Etiopia,Siberia.
La tragica storia del ‘900 che ha riguardato stati e persone, con decine di milioni di morti e con confini geografici continuamente in movimento, pare che nulla abbia insegnato ai governanti e ai popoli di oggi.
A partire dalla Jugoslavia e fino alle ex repubbliche sovietiche spesso si è rinfocolato quelle che erano sedimentate coesistenze di popolazioni, con diversità linguistiche,religiose, di tradizioni, ciò comportando uno svilimento di tutta quello che era il fondamento dei principi giuridici unanimemente assunti in sede sovranazionale, miranti a politiche di pacifica convivenza di parti diverse all’interno di comunità nazionali.
Se non fossero i principi assunti in sede Onu e di altre organizzazioni a limitare questi disegni perversi che mirano ancora oggi a comporre e scomporre comunità e confini, dovrebbe almeno la cultura diffusa che ha formato lo spirito europeo a porre un freno a queste nefaste politiche di stampo manipolatorio. Eppure sembra che oggi tutto quello che nei secoli ci ha influenzato sul piano culturale, a partire dal cristianesimo, all’umanesimo, dal romanticismo, all’illuminismo, sembra del tutto inutile.
Ancora oggi vediamo politiche di stati e governi assecondare progetti di evacuazione e di separazione avallando sentimenti basati sulla logica della continuità e omogeneità del sangue.
E dove è la novità in tutto questo? Come non pensare che si tratta del Passato che ritorna, con le sue deportazioni, i suoi muri, i suoi reticolati?
E nel mentre il sistema generale dell’informazione fa finta di non vedere e non sentire, le moltitudini di persone, specie quelle che si ingozzano di informazione, volgono la testa altrove per non vedere e non sentire.
Così avvenne nella tragedia della Guerra, prima e durante. E dopo fu chiesto a quei tanti cittadini comuni il perché di tanta indifferenza.
Oggi la questione si ripropone e tra qualche decennio si riproporrà la stessa domanda ai tanti di oggi:”perché eravate indifferenti?”.

mercoledì 26 gennaio 2011

I faraoni



E noi dovremmo votare per Cozzolino, figlioccio d Bassolino e continuatore di Jervolino(una sequela che sembra una dinastia dei faraoni di un tempo)?
Mentre si discute di federalismo fiscale, che nella mente dei leghisti dovrebbe costringere le amministrazioni pubbliche a regolare i conti tra entrate ed uscite guardando al pareggio di bilancio, senza aspettative di sostegno da parte delle casse dello Stato, mentre la crisi economica imperversa ancor di più rispetto all’anno appena passato, mentre in Europa si stampano soldi a copertura dei debiti nazionali e a carico dei cittadini, noi dovremmo votare per Cozzolino, ex assessore alle Attività produttive della Regione Campania!
Cosa rimane del ventennio bassoliniano che ha governato la Regione e Napoli? Non tutto è da buttare, sicuramente il sistema di trasporto su ferro è cosa importante, ma per il resto dovremmo ricordare il governo di Bassolino per la miriade di supermercati che ha sconquassato il retroterra di campagna della provincia di Napoli, che ha prodotto crisi in ogni settore economico, che ha sperperato soldi tra inefficienze per lo smaltimento dei rifiuti e gli incarichi milionari alle migliaia di consulenti amici e amici degli amici. Oggi in televisione c’era Mario Guida decano dei librai napoletani che lamentava l’invadenza delle catene commerciali anche per la vendita dei libri. In Inghilterra già hanno aperto l’angolo del farmacista e dell’avvocato nei supermercati!
Bassolino e Cozzolino appaiono, anzi hanno dimostrato, come è possibile modificare pensiero, cultura e opere pur di affermarsi come gestori della cosa pubblica. Di quello che era un pensiero e una cultura rivolta alla salvaguardia degli interessi dei ceti sociali più deboli rimane solo la voglia di occupare poltrone per spendere soldi, magari coltivando le solite clientele che, una volta di qua una volta di là, stanno sempre lì a corteggiare i padroni del vapore. Come era prevedibile, a Napoli 45 mila cittadini in una domenica di gennaio si muovono per votare alle primarie e tra questi vi sono molti sollecitati da esponenti del centro destra. Perché meravigliarsi, non è mica la prima volta che accade? E’ il risultato scontato di idee bolognesi applicate al disastro napoletano.
E dunque anche in tempi di ristrettezze economiche e di autonomia gestionale delle amministrazioni locali noi dovremmo essere governati da chi ha fatto dello spendere i soldi pubblici la propria missione di vita?
C’era o c’è da sperare in qualcosa di diverso, coltiviamo la speranza che con Mancuso o con Ranieri si riparta su binari diversi. Il film di Cozzolino & Bassolino lo conosciamo bene, a partire dai miliardi inutili per l’Italsider, non ha mai avuto pause.
Pochi giorni fa si leggeva sul “Guardian”quanto segue:
Città da Detroit a Madrid stanno lottando per pagare i creditori, compresi i fornitori di servizi di base come la pulizia delle strade. La scorsa settimana, l’agenzia di rating Moody's ha messo in guardia circa un possibile declassamento per la città di Firenze e Barcellona, e ha tagliato il rating dei Paesi Baschi nel nord della Spagna. Lisbona è stato retrocessa dall’agenzia rivale Standard & Poor's all'inizio di quest'anno, mentre i prestiti di Napoli e Budapest sono sul punto di essere classificati “junk”.
Ecco, appunto, oltre lo sciocchezzaio sul regolamento delle primarie bisognerebbe tener presenti questi fatti per scegliere bene.

sabato 22 gennaio 2011

La Casta è vasta



Dispiace associare le primarie a Napoli per la scelta del candidato per le prossime elezioni del sindaco e le quotidiane notizie di malfunzionamento e di gestione personalistica delle amministrazioni napoletane.
Basta andare alle notizie ultime per capire che in questa nostra terra il primo problema non si chiama Gomorra ma si chiama La Casta, perché è la seconda a generare la prima o a darle giustificazione di esistere.
Lo strumento delle primarie fu voluto dall’ala prodiana al momento della fondazione del partito ritenendo che in questo modo si potessero scavalcare le intese tra i soggetti forti che provenivano dalle organizzazioni dei partiti confluiti nel nuovo soggetto politico.
La stessa scelta di permettere il voto anche ai non iscritti al partito dimostra la fondatezza dell’intento dei prodiani, ovvero di Parisi ed altri.
La verità dei fatti dimostra ormai che le primarie hanno esiti diversi in relazione alla consistenza del partito nell’area in cui si volgono e la presenza come forza di maggioranza nelle amministrazioni interessate alla consultazione.
Se a Milano, ove la presenza del Pd nelle amministrazioni locali è collocata nella minoranza, le primarie sono occasione per esiti anche non pronosticati (vedi la prevalenza di Pisapia) non avviene la stessa cosa nelle aree ove il partito guida le amministrazioni.
Nell’area intorno a Napoli dopo la perdita della Regione e della Provincia le primarie per la scelta del candidato sindaco perla Città capoluogo sono un’ occasione per verificare eventuali novità rispetto alle esperienze passate, quando la presenza piddina nelle amministrazioni era massiccia e di conseguenza vedevamo la calata di tutti gli iscritti appartenenti alle varie amministrazioni, con le loro clientele e truppe cammellate, partecipare al voto, ove per truppe cammellate si intendono anche gli appartenenti agli altri partiti che partecipano alle primarie del Pd per i più diversi motivi.
In un’area ove la spesa pubblica è forte e l’incidenza della politica e dell’amministrazione è visibile in ogni aspetto della vita quotidiana è ancora possibile una partecipazione vasta a differenza di altre aree del Paese. Bisognerà vedere se i quadri e i dirigenti delle amministrazioni pubbliche risponderanno alla chiamata o si disporranno in questa occasione in ombra per potersi meglio muovere in relazione ai mutati scenari politici campani.
Non deve dispiacere riflettere su queste cose a chi (e sono tanti) vive la politica come passione, perché è chiaro che in momenti di transizione come quelli che attraversiamo, nelle stanze del potere ci si guarda intorno e si fiuta il vento, così come accade sempre alla fine di un regno o all’arrivo di un nuovo padrone. In Italia è sempre così e come sempre la più svelta a mutare percorso è sempre La Casta che soggiorna a corte.
Ad ogni modo ci sono candidati degni di considerazione: dall’austero Umberto Ranieri al magistrato Libero Mancuso e chissà che quest’ultimo non replichi la vittoria del Pisapia a Milano!Sarebbe un fatto nuovo per una città dove il voto è una risorsa e non lo si spreca facilmente senza una garanzia di ritorno.

martedì 18 gennaio 2011

Oltre il quotidiano



Alexander Solženicyn nel 1978 tenne ad Harvard un discorso di cui questo è un frammento:“Quello che fa paura, della crisi attuale, non è neanche il fatto della spaccatura del mondo, quanto che i frantumi più importanti siano colpiti da un’analoga malattia. Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che spirituale: non l’ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l’intero cammino della nostra vita diventi l’esperienza di un’ascesa soprattutto morale, che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell’intraprenderlo. Inevitabilmente dovremo rivedere la scala dei valori universalmente acquisita e stupirci della sua inadeguatezza ed erroneità”.
Lo scrittore russo fu messo sugli scudi finché rimase recluso nelle galere e nell’esilio sovietico ma fu dimenticato ben presto quando in Occidente iniziò a riflettere sul Mondo libero. Le parole sopra riportate sono significative del pensiero da lui espresso al riguardo su di un mondo che presunto libero reca in sé mali egualmente gravi come quelli che aveva conosciuto nel mondo comunista.
Proprio il concetto di felicità che molti intellettuali odierni indicano come quello meglio caratterizzante della società libera risulta fallace se si pensa alle storture della società, improntata alla crescita insensata dei consumi e alla concentrazione delle ricchezze. Su questi aspetti delle moderne società occidentali le statistiche danno ragguagli sempre più coerenti che illustrano un ritorno a rapporti sociali che pensavamo tipici di epoche passate.
Quello che spetta oggi a chi intende partecipare in qualche modo alla vita pubblica è di riappropriarsi di un linguaggio che includa termini quali uguaglianza-disuguaglianza, giustizia-ingiustizia, progresso-conservazione; termini relegati da un po’ di tempo nell’antiquariato del pensiero e che invece sono tutt’ora straordinariamente attuali e moderni.
La prima grande vittoria che il pensiero dominante ha ottenuto è propria quella del linguaggio. Quante volte sentiamo esprimere il termine “liberale” per una società ed un’economia che non lo sono affatto. Quante volte sentiamo contrabbandare il termine “riformista” per situazioni o obiettivi che nulla hanno a che fare con una reale e giusta volontà di cambiare lo stato presente delle cose?
L’inconsistenza e la fallacia del linguaggio caratterizzano bene la situazione della politica in Italia ove ognuno si dichiara liberale, ognuno è riformista, ma di fatto molti contribuiscono a sorreggere un sistema che evidenzia sempre di più disuguaglianze ed ingiustizia e che di liberale, in termini sociali ed economici, ha ben poco.
Siamo in un passaggio significativo per comprendere quanto sia fragile ed ingiusto un sistema che molti avevano annunciato come quello capace di dare maggiori opportunità a tutti e quello capace di dare benessere e felicità a chiunque, proprio come annunciavano i profeti del comunismo.
Solženicyn in fondo aveva capito presto che dietro la nobile facciata il Mondo libero che l’aveva accolto presentava gravi storture, diverse, ma altrettanto gravi di quelle presenti nel mondo in cui aveva vissuto e averlo gridato fu la ragione dell’oblio che cadde su di lui.

venerdì 14 gennaio 2011

Un Paese disordinato


Ancora una volta a dividersi su Berlusconi, in conseguenza di una sentenza della Corte costituzionale che rappresentata l’ennesima puntata della vicenda di un uomo che non dovrebbe essere leader politico, né capo del governo, perché già titolare di un forte potere economico. In un Paese ordinato non si discuterebbe dei fatti personali di un leader politico, gli si rinfaccerebbe la sua totale incompatibilità con l’esercizio del potere… altro che conflitto d’interessi!
In ogni caso la Corte, non essendo un normale Tribunale, si è posta in qualche modo la necessità di considerare possibili forme regolate dalla legge di salvaguardia delle funzioni pubbliche di governo. In altri stati ciò è previsto ed è difficile oggi non prevederlo in Italia, visto che sono saltati gli equilibri tra le istituzioni e si corre il rischio, per tanti, di esercitare il governo tra un’udienza e l’altra.
In Paesi ordinati forme di tutela per chi esercita funzioni pubbliche sono espressamente previste: chi non ha presente i tanti casi, per esempio, in cui i presidenti degli Usa sono stati giudicati da commissioni speciali, piuttosto che nelle aule di un tribunale?
Nei Paesi dove vigono sistemi elettorali maggioritari e dove vi sono forme di elezione diretta del capo del governo (in maniera esplicita o per prassi) l’unico modo per cambiare la guida del governo è quello di sciogliere la legislatura. In Gran Bretagna Blair propose l’intervento armato in Iraq avendo buona parte della sua maggioranza parlamentare contro e attingendo a piene mani ai voti dell’opposizione, dopo di che la legislatura continuò normalmente. Chi ha voluto fortemente o ha accettato furbescamente l’indicazione del capo del governo sulla scheda elettorale non può un giorno si e l’altro anche andare alla ricerca di occasioni per stravolgere la maggioranza.
In un paese ordinato (ma il discorso non riguarda solo l’Italia) la presunta sinistra si darebbe da fare per eliminare le tante distorsioni nelle retribuzioni pubbliche, gli sprechi e le ingiustizie che si propongono sulle ali della globalizzazione o in nome del Mercato sempre e solo a carico degli sprovveduti e dei deboli.
In un paese ordinato la destra darebbe esempio di morigeratezza e di attaccamento a valori fondamentali tra i quali vi è anche la parsimonia nell’agire pubblico,.
Tutto questo in Italia non avviene, non c’è perché in fondo va bene così a molti, se non a tutti, né potrebbe essere altrimenti, perché a destra e a sinistra non ci sono culture politiche, ma solo circoli d’interessi a caccia di carriere a carico delle casse pubbliche. Del resto, avendo buttato a mare l’armamentario della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero umanitario socialista non si comprende come si possa rispondere da parte del PD ai numeri e agli ultimatum di Marchionne. Se da questa parte c’è il nulla e dall’altra c’è un pensiero elaborato ed organizzato la partita è persa già dall’inizio.
Mentre il Sudamerica ed il Nord africa si mobilitano e mostrano di avere capacità di risposta alle angherie dello sfruttamento organizzato sul piano internazionale, qui da noi tutto si assorbe e tutto si digerisce nella mucillagine già individuata dal prof De Rita, ove una strana alleanza si è formata tra i rappresentanti numerosi della Casta ed il bidello precario, una nuova classe sociale che è presente solo Italia, ove il precario a basso costo sa di essere sulla stessa barca del grand commis ad alto prezzo e insieme si tengono per mano.
Senza bussola e senza culture l’Italia mostra di essere solamente un Paese disordinato e a questo punto vale il consiglio di sempre: si salvi chi può.

lunedì 10 gennaio 2011

Il più bravo è Lui: Chicco



Laureato in filosofia, dal 1980 al 1987, è stato Segretario Nazionale di Legambiente. Eletto alla Camera dei Deputati per due legislature, nelle liste del Pci e del Pds. Dal 1994 al 1996 è stato Presidente del consiglio di amministrazione di Acea, Azienda Comunale Energia e Ambiente del Comune di Roma. Dal 1996 al 2002 è stato Presidente di Enel e membro del Consiglio di Amministrazione di Wind. Durante la sua presidenza, Enel è stata parzialmente privatizzata con un IPO del valore di 15 miliardi di euro ed è stata fondata Wind, il terzo operatore mobile italiano.
È stato membro del Consiglio di Amministrazione del gruppo Riello. E’stato membro dello European Advisory Board di The Carlyle Group (Private Equity), presidente del consiglio di amministrazione di S.T.A. S.p.A. (Agenzia per la Mobilità del Comune di Roma) e Presidente del Kyoto Club. Dal 2005 al 2009 è stato Presidente della società Roma Metropolitane, società del Comune di Roma che realizza le nuove Linee Metropolitane della Capitale. È stato inoltre membro dell’Expert Advisory Committee dello European Carbon Fund Attualmente è Managing Director di Rothschild, Presidente di Telit Communications Plc , Consigliere Indipendente di Idea Capital Funds, Vice Presidente della Intecs S.p.A. e Presidente di EVA, Energie Valsabbia, società che sviluppa e costruisce impianti idroelettrici e solari.
Questo significa saper campare! C’è anche il lato privato del Chicco, ma di questo ognuno può essere edotto restando dietro il computer e consultando i siti specializzati in materia.
Quello che colpisce di certi personaggi è la capacità di avere due, tre vite, di sfolgorare con l’eskimo e con il frac, il tutto restando se stessi, è ovvio. Sarebbe facile a questo punto parlare di sinistra al caviale, ma non è questo il punto, né ci interessa il colore, questi personaggi arricchiscono tutti i campi della politica e della “intellighenzia” in Italia.
E’ vero che la classe dirigente oggi al potere in questo Paese si è incontrata nel suo cammino, con tanti altri dirigenti politici di altre nazioni che oggi sono in pensione, mentre i nostri sono inossidabilmente in piedi e in attività. Di certo però non si tratta di uomini alla Churchill o De Gaulle o Adenaur, per non dire De Gasperi o Berlinguer. Sono di altra pasta.
Sono passati all’attività politica cominciando nei freddi inverni di Torino presso i cancelli della Fiat o per i sottoscala del movimento studentesco del ’68 o per le prime associazioni ambientaliste, in ogni caso hanno capito, strada facendo, come si campa. Basta adattarsi al cambiamento, anche perché loro i cambiamenti non li hanno mai provocati, li hanno sempre assecondati. Sono i “gestori della cosa pubblica”.
Se si passa a qualche vegliardo di questa Repubblica (non nominabili, sarebbe lesa maestà) vediamo che sono stati giovani fascisti, adulti comunisti ed oggi capitalisti e sono ancora lì a dettare le regole e ad indicare la strada maestra a tutti gli altri. Sempre pronti a cambiare campo sei mesi prima che i “muri” crollano. Sono passati dalle mance dei genitori alle indennità milionarie (in euro) e comunque s’incazzano se qualcuno prova a contraddirli, perché, si sa, sono nati classe dirigente e sanno cosa significa la fatica di gestire gli affari della Nazione.
Mettiamoci sugli attenti, in fondo Gorbaciov, Reagan, Blair Schroder, Zapatero, Clinton e Bush (finiamola qui) sono solo dei dilettanti, non sanno cosa significa durare e dire da un decennio all’altro tutto e il contrario di tutto.
Bravi loro, sia detto senza ironia, mica è facile e poi accadesse, come accade, a comuni mortali che si possono incontrare nella vita quotidiana, quanti improperi e malignità calamiterebbero, invece sono riveriti e ammirati. Non si parla che di loro, molti vivono aspettando l’ultima dichiarazione, l’ultimo lancio di agenzia che propone la loro ultima mossa vincente…,che strazio quando non si sentono d’estate…che malinconia!
Il più bravo di tutti però, bisogna ammetterlo, è lui, il bravo Chicco Testa. È passato dall’antinuclearismo al nucleare, dalla classe operaia alla Rotchild, dalle indennità dell’Enel alle stock options di Acea. Dall’eskimo al frac,dal panino al caviale. Con sguardo autorevole e sicurezza estrema ha risolto tutti i problemi, nemmeno delle elezioni lui ha bisogno, le tribune politiche? roba da lasciare agli amici che lo supportano e poi vuoi dire oggi sedere al tavolo con i Rotchild? E chi se ne frega più del Veltroni e del Rutelli: …pussa via..chi te conosce..direbbe Alberto Sordi. E’ proprio vero: con la Commedia all’italiana il Cinema aveva capito tutto di questo Paese.

venerdì 7 gennaio 2011

O Marchionne o Bossi

Manco il tempo di assorbire il nuovo capitolo proposto dall’amministratore della Fiat Marchionne e l’attualità conferma lo stato di gravità in cui versa il Paese. Dicevamo che qualcosa di nuovo emergeva dalla proposta su Mirafiori e cioè che il metodo Fiat ormai si impone in tutto il suo comparto produttivo in Italia. Non si tratta dunque solo di Pomigliano, per la quale la classe dirigente di questo Paese non ha speso più di una parola (si sà, sono napoletani e scansafatiche gli operai di quella fabbrica).
La preoccupazione per la proposta globale di Marchionne balza in evidenza, perché si comincia a capire che la realtà produttiva imposta dalla globalizzazione tanto osannata in questi anni (solo per gli altri, però) dalla politica italiana sarà regola anche all’interno dei nostri confini. La Fiat dice che ormai non è più necessario aprire fabbriche in Polonia o Romania, possono essere aperte o riaperte qui perché le stesse condizioni possono essere qui applicate.
Tutto ciò determina alcune cose. La prima è che una grande azienda come la Fiat quando assume delle svolte sul piano delle relazioni sindacali sarà seguita dall’intero settore produttivo e dunque da tutto l’apparato economico nazionale. La Fincantieri (a capitale misto) già mostra di seguire il metodo Marchionne lasciando in questi giorni la Confindustria. La seconda è che, in un paese normale il diverso determinarsi del contenuto economico dei rapporti di lavoro nel settore produttivo non può non avere influenze nel settore pubblico.
In questi giorni, e contemporaneamente alle vicende Fiat, non mancano notizie di diverso tenore riguardanti assunzioni di migliaia di precari da parte della Regione Sicilia e di centinaia di stagisti e dunque ulteriori precari impegnati in attività di “volontariato”. In Italia il volontariato è diventata l’ultima occasione per dare fondo ai vizi nazionali.
Sono state pubblicate da alcuni giornali le cifre degli stipendi degli alti magistrati e narrate le manovre per arrotondarli all’insù. Notizie queste che si associano alla lamentela dei magistrati onorari che pure accusano qualche taglio, anche se si tratta quasi sempre di funzionari dello Stato che già godono di laute pensioni e con ulteriori incarichi remunerati.
Ciò che provoca stupore nell’intrecciarsi di queste notizie, di queste vicende, è dato dal fatto che non si riesce a cogliere alcun segno di sdegno, di recriminazione e di lotta da parte di chi agisce per i lavoratori della Fiat. Come è possibile tutelare al meglio i lavoratori Fiat (ed in seguito i lavoratori di gran parte del settore produttivo nazionale) senza dire alcuna parola sui tanti casi di spesa facile, di sprechi, di arricchimenti stipendiali senza causa e senza giustificazione?
Perché le forze politiche,che pure hanno a riferimento i lavoratori, non pongono mente alle storture che il governo del denaro pubblico provoca tra i lavoratori in generale?
Quando i riformisti parlano di riforme a cosa fanno riferimento? Quando Fassino avalla il metodo Marchionne per gli operai Fiat, dovrebbe prendere atto che quello che non và sono i due (lauti) stipendi che lui e la moglie incassano da cinque o sei legislature.
E’politicamente scorretto dire queste cose?
Se le forze politiche che tanto declamano per i 150 anni dell’Unità d’Italia non avvertono che qualcosa deve cambiare, daranno l’avallo a chi vuole separare i destini delle varie regioni di questo Paese.
Insomma in quest’anno o a Marchione o a Bossi qualche risposta bisognerà darla.

martedì 4 gennaio 2011

Battisti, Ocalan...e Abu Abbas

Viene in mente di dire che la politica è la grande lavatrice della storia, oppure si può ricordare il più noto richiamo di Giovanni Spadolini sul “primato della politica”. Se si parte da qui risultano incomprensibili gli isterismi diffusi da stampa e da altri mezzi d’informazione sul caso Battisti, la cui estradizione è rifiutata dal Governo Brasiliano, vecchio e nuovo.
Sul caso dell’ex terrorista italiano si sono pronunciati il Presidente uscente ed il subentrante, entrambi ex guerriglieri di quel Paese, all’epoca della dittatura militare, gente che evidentemente non si ferma dinanzi a sentenze, ma che ha quel riflesso di vita vissuta che porta a non osannare ciò che le istituzioni civili richiedono o le folle reclamano.
Discorso difficile, soprattutto di questi tempi in Italia, in cui una concezione di legalità formale ha preso posto di quel sentimento di legalità sostanziale che pure ha caratterizzato la storia politica di questo Paese. Evidentemente in Brasile ragionano diversamente e così in Francia ed altrove. Del resto anche noi abbiamo avuto a che fare con Ocalan ed Abu Abbas…..
Se l’idolo delle folle è il Travaglio che legge di decreti e di sentenze, ma che resta in silenzio quando centinaia di bambini e di donne e di vecchi vengono liquefatti nei bombardamenti di Gaza, risulta davvero difficile affrontare situazioni così delicate, dove, sia detto chiaramente, solo i parenti delle vittime hanno diritto di parlare.
In casi di estradizione è la politica e la diplomazia che devono muoversi con le dovute cautele, sapendo, soprattutto per quanto riguarda la politica che i passaggi della storia vanno vissuti con la durezza e la clemenza che via via sono necessari.
Quello che capita oggi tra Italia e Brasile più che l’ennesima occasione di distrazione di massa per gli italiani, fa venire in mente il far west, ove più che la legge e i tribunali, dominava la folla che richiedeva il linciaggio. Sempre più questa primordiale abitudine umana si affaccia alla nostra vista, che riguardi singoli o che riguarda popoli, il linciaggio è ritornato di moda.

venerdì 31 dicembre 2010

Te Deum laudamus



A quest’ora dell’ultimo giorno dell’anno si può celebrare l’inno di ringraziamento per i mali correnti dei nostri tempi. Così come un tempo si enunciavano lodi per il buon raccolto di grano o uno scampato pericolo, oggi, laicamente, leviamo lodi per non essere stati raggiunti dalla cartella pazza, dall’avviso per la tassa rifiuti, dall’accertamento di questo o quel tributo. Almeno per gli accertamenti che si prescrivono in annualità, per questo che giunge a conclusione, è finita. Poi si vedrà, per il momento: lodi, lodi,lodi.
Per i Maestri dei Bamboccioni sembrerà strano ed anche blasfemo, ma così come avvenne alla fine dell’Impero Romano dobbiamo rivolgerci alla sfera spirituale per trovare uno stato di grazia almeno per un giorno. Il monachesimo infatti nacque anche per sfuggire alle angherie del fisco al servizio della classe equestre, sempre più esoso.
Poi si vedrà, tra pochi giorni ricominceremo col canone Rai (è sempre la prima tassa, anche se modesta; ma se si pensa a certi ingaggi….).
I Maestri dei Bamboccioni e i soloni della legalità a carico degli altri non vivono la condizione dei tanti che anche in questo Paese debbono fare i conti con un fisco vorace che tutto mangia e tutto stritola pur di mantenere in buone (a volte floride) condizioni la Casta che decide. I Maestri che incitano i Bamboccioni e che affermano che “pagare le tasse è bello” non si collocano sul Mercato, vivono al riparo dalle tempeste e pretendono le gabelle, una, due volte, anzi tre, come pretendevano dal Troisi proiettato nel Medioevo.
E’ di questi giorni la disavventura raccontata dal costituzionalista Michele Ainis che si è visto rifiutare un mutuo dalla banca perché il suo immobile era oggetto di un’ipoteca accesa dall’Equitalia per tasse (per poche migliaia di euro) non pagate e di cui non era stato avvisato. Le disavventure che vivono i cittadini e le imprese sono tante e non c’è spazio per sicurezza alcuna basata sul comportamento corretto, perché sanzioni ,anche per violazioni formali, fioccano comunque. Né c’è tregua per la crisi economica che imperversa, i gabellieri moderni pretendono tutto, compresi interessi e sanzioni. Roba da usura.
Con la partecipazione degli agenti sull’utile della riscossione e la “esternalizzazione dei tributi” c’è poco da sperare, molti ci guadagnano. L’ultimo affare, l’ultimo assalto alla diligenza pubblica, la famigerata “esternalizzazione dei tributi” sta dando già i suoi frutti e così le glorie della gestione dei rifiuti a Napoli saranno replicate dalle nuove glorie della tassazione sui rifiuti e su gli altri tributi.
Cosa ne sanno i Maestri dei Bamboccioni e i faraoni posti al vertice della piramide burocratica delle cinghie che si stringono e dei redditi che si assottigliano? La Casta non mostra smorfie di dolore, né pietà: quello che è suo è suo e non c’è crisi che tenga.
Sarà il cappio troppo stretto al collo del mondo produttivo a minare le fondamenta della piramide?
Chissà, nel frattempo si sentono strani scricchiolii per l’accordo Fiat. Il Marchionne dal maglioncino blu ha suonato la campana: la Polonia e la Serbia sono arrivate in Italia.
Il Mercato si allarga…la Casta trema!

lunedì 27 dicembre 2010

La notte della politica



Dalla cronaca:
“Il capogruppo Pd al Senato ha informato i colleghi che in considerazione dell’approssimarsi delle festività natalizie saranno comprati oltre 100 pc multi-touch utilizzando i contributi che ogni gruppo parlamentare riceve dallo Stato.” “Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini. Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito”.
Dal dibattito politico:
qualcuno trova irritante che una notizia, come la riduzione del 61% dei finanziamenti su Napoli, sia ridotta a chiacchiericcio ed afferma “Togliere oltre 300 milioni alla città di Napoli significa farla morire.”
Cosa dovremmo fare, incazzarci come tifosi per la perdita di soldi che la riforma federalista provocherà alla città di Napoli o ad altri comuni (per la verità non solo meridionali)?
Cosa dobbiamo ricordare?: i 700 mila euro che la regione Campania sta per spendere coi soldi pubblici per permettere ai suoi funzionari di acquisire il biennio specialistico all’Università per ottenere qualifiche dirigenziali? E gli studenti, le forze politiche, dove sono in questo caso? Il nemico è la Gelmini, mentre qui nessuno dice niente. E chi ha detto qualcosa quando il Comune di Napoli ha speso 750.000 euro per Eltohn John a Piedigrotta? Chiunque può arricchire il quadro degli sprechi con esempi presi dalle cronache degli ultimi mesi ed anni.Mentre Napoli è invasa dai rifiuti.
Và sottolineato pure questo protagonismo delle assemblee elettive (Parlamento e consigli locali) nell’alimentare la spesa pubblica (che pure dipende dalle entrate tributarie) in contrasto con il primo compito dei parlamenti che sono nati proprio per regolare e respingere decisioni di spesa dei sovrani, ovvero dei governi. C’è una rincorsa patologica dunque tra esecutivi e legislativi a chi spende di più
Non è che si può continuare a lungo con questo modo di argomentare e di agire in politica, che vede, ad onta della crisi economica, lo Stato come il gestore di risorse a richiesta dei più forti che si autogovernano. Perché di questo si tratta. I più forti oggi sono quelli che, posti in qualche modo nelle leve pubbliche, hanno la capacità di condizionare le scelte e l’erogazione delle risorse pubbliche. Mica sono gli operai e contadini di un tempo. Mica sono i precari di un mondo del lavoro senza garanzie. Certamente non centrano i 18 imprenditori suicidi in quest’anno. Tutta gente per altro non presente nei luoghi della politica.
Nemmeno di fronte ad una crisi di sistema oggi la politica in Italia riesce a cambiare linguaggio, indirizzi, pensiero e di fronte alla evidente difficoltà di tanti, agisce (tutta insieme) come le classi alte dell’ Ancien Regime, capace, come Maria Antonietta, di invitare i derelitti a mangiare brioches al posto del pane, mentre si assegna privilegi, titoli e regali.
Se non si possono assaltare i bancomat, perché sono sacri e nemmeno utilizzare i forconi, perché antiquati, chi comincerà a invocare nuove parole? Quando finirà la notte di questa politica?

mercoledì 22 dicembre 2010

E' Natale



E' nato come film di Natale (1947) ma molti si chiedono cosa altro significa. Il capolavoro del siculo-americano(Frank Capra) può essere spiegato solo dalla canzone di un pugliese (Domenico Modugno). Basta vedere e ascoltare.

domenica 19 dicembre 2010

Mettere le mutande alla protesta


Questi che seguono sono frammenti delle biografie di personaggi che hanno fatto la storia dell’800 e del ‘900.
Lenin “Il 7 dicembre 1895, mentre lavorava al primo numero del giornale illegale Causa operaia (Rabocaja Gazeta), venne arrestato e, dopo un anno di carcere, condannato a tre anni di esilio a Susenskoe, in Siberia (1897-1900).
Mazzini “Nel 1830 viene arrestato e rinchiuso nella Fortezza di Savona.”
Garibaldi “Il 24 settembre 1867 fu arrestato a Sinalunga su ordine del governo mentre stava preparando la marcia verso la capitale.”
Mussolini “È espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 è arrestato come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni, e poi espulso il 30 giugno; il 9 aprile 1904 viene incarcerato per 7 giorni a Bellinzona a causa di un permesso di soggiorno falso. Nel frattempo riceve anche una condanna a un anno di carcere per renitenza alla leva militare.”
Togliatti “il 21 settembre 1923, venne arrestato insieme con Tasca, Vota, Leonetti, Gennari, Mario Montagnana, Teresa Noce e Caterina Piccolato.Denunciati per «complotto contro la sicurezza dello Stato», furono assolti in istruttoria dopo tre mesi di carcere preventivo passati a San Vittore.”
De Gasperi “L'arresto di De Gasperi avvenne nella stazione di Firenze l'11 marzo 1927. L'ex Segretario del Partito Popolare era in viaggio verso Trieste, con la moglie. Accusato di "tentato espatrio clandestino", fu rinchiuso prima nel carcere fiorentino delle Murate poi trasferito a Roma, a Regina Coeli.”
Berlinguer “Nel gennaio del 1944 la fame spinse la popolazione a saccheggiare i forni della città e Berlinguer fu accusato di esserne stato uno degli istigatori. Fu quindi arrestato e trattenuto in carcere per tre mesi, dopo i quali fu prosciolto dalle accuse e liberato.”
Capanna “Il 25 marzo è di nuovo la Cattolica a conquistare l’attenzione, per via di una manifestazione davanti alla basilica di Sant’Ambrogio in cui Capanna viene arrestato e successivamente espulso dall’ateneo.”
Evidentemente per cambiare le cose a volte c’è bisogno di assumere iniziative e comportamenti che non sono accettati dall’ordinamento vigente. Ma è lo stesso ordinamento vigente che a sua volta nasce, è nato (spesso) da un rivolgimento di quello preesistente. In Italia l’Assemblea costituente (Pertini, Nenni…) era composta da una buona percentuale di ex galeotti.
Sicuramente all’epoca dei personaggi indicati non c’erano i bancomat (ed è un male colpire i bancomat,come era un male assaltare i forni ai tempi di Berlinguer)ma mettere le mutande alla protesta come propone qualcuno oggi è davvero risibile. Nemmeno mettere il bavaglio alla protesta è cosa nobile: la protesta del 14 dicembre aveva uno spettro di rivendicazione e di sdegno più ampio, così come quelle di Atene, Londra e altrove.
I signori del politicamente corretto non possono pretendere di aizzare la folla e guidarla contro un unico obiettivo. La protesta di oggi va ben oltre il ricambio del perfido Berlusconi, si rivolge contro un sistema non giusto, come spesso è accaduto in altri momenti della storia.
A qualcuno dispiace?...Pazienza.

giovedì 16 dicembre 2010

Americani a metà.


Capita che su una pagina di Facebok si apra una discussione sull’attività dell’amministrazione comunale e si parli del segretario comunale che guadagna 130.00 euro, in un paese di 31 mila abitanti.
Capita di vedere un servizio del telegiornale dove, con i relatori, discutono (ad occhio) trecento persone: dirigenti dello Stato, di Agenzie dello Stato, di varie altre amministrazioni pubbliche, anche generali. Il tema è quello dell’evasione fiscale, argomento ricorrente nella discussione politica in Italia.
Se potessimo fare la somma dei redditi di quegli alti dirigenti pubblici arriveremmo (assegnando a ciascuno almeno 100.000 euro) ad un totale di 30 milioni di euro. Quante tasse di falegnami, di salumieri, di geometri, di insegnanti e di operai, occorrono per pagare 30 milioni di euro per trecento dirigenti pubblici convenuti per parlare di “evasione fiscale”?
L’evasione fiscale esiste e riguarda ogni categoria: l’insegnante che fa lezioni private, il tecnico del comune, il medico ospedaliero, per dire dei casi più comuni. Ci sono sistemi più sofisticati di evasione e di elusione. Riguardano anche questi gli autonomi, le imprese e i lavoratori pubblici.
La sciocca considerazione che sentiamo ogni volta nei dibattiti politici e cioè che occorre combattere l’evasione fiscale ci fa dimenticare quello che succede in questo Paese.
Da un certo punto in poi è successo che il differenziale che esisteva tradizionalmente tra lavoro pubblico e privato si è rovesciato. In cambio del “posto fisso” il lavoratore pubblico riceveva un reddito contenuto, rispetto ad un pari qualifica del settore privato. Perché?Ovvio, perché nel privato ci sono rischi e costi che chi lavora nel settore pubblico non sopporta.
E’ successo che nel percorrere i soliti indirizzi di stampo anglosassone i dirigenti e funzionari dell’amministrazione pubblica in Italia sono diventati tutti “manager” con conseguente aumento dei redditi. Ancora una volta però le riforme si fanno a metà, ancora una volta facciamo gli americani a metà, perché il concetto stesso del “posto fisso” nei paesi di lingua inglese non esiste.
Succede allora che il settore pubblico da qualche anno, soprattutto a partire da certe qualifiche,è diventato una “casta” che esercita potere, lucra alti redditi e mantiene però l’intoccabilità del posto di lavoro, come fossimo ai tempi dell’impiegato di De Amicis. Il discorso qui svolto ovviamente non vale per le tante forme di lavoro precario che stanno contagiando anche il settore pubblico, con scarsa sicurezza e reddito basso.
Quello che non và dunque è il mantra stancante che viene ripetuto da certa parte politica che divide la società in onesti ed evasori.
La crisi che stiamo attraversando manifesta l’insopportabilità di questa situazione. L’enorme onere dell’amministrazione pubblica, a partire dai costi del personale e delle sue qualifiche più alte, non è più sostenibile, perché se tutto viene dalla Cina si arriva alla conclusione che non c’è più trippa per gatti.
Il salumiere poteva sostenere il segretario comunale quando quest’ultimo “costava” 60 milioni di lire, non oggi che “costa” 130 mila euro.
Viene da considerare ancora una cosa, che certi stipendi, emolumenti ,del settore pubblico assumono, a mio parere, valore corruttivo, se non tangentizio.
Certi alti redditi, i cumuli di lauti stipendi, con contorno di auto blu e altri privilegi, sono moneta di scambio perché l’esercizio del potere pubblico sia convenientemente adeguato ai poteri collaterali. Il parlamentare con alti emolumenti, il grande dirigente, il funzionario che cumula stipendi, gettoni, indennità, entra in un vortice di interessi che sicuramente poco hanno a che fare con le garanzie di buon andamento e di imparzialità imposti dalla Costituzione.
Sarebbe il caso, a questo punto, che chi intende fare politica in nome del popolo capisse finalmente dove si situano le cause di sfruttamento e di impoverimento dei lavoratori. Invece di scimmiottare gli americani e di levarsi il cappello dinanzi a Lor Signori, converrebbe tenere a mente (a tacer d’altri) il Berlinguer che sottolineava il valore dell’austerità.
P.s.: va da se che pagare le tasse per intero su stipendi da nababbo non risolve il problema. Tutti vorrebbero pagare le tasse sui redditi di Lor signori. L’importante è averlo quel reddito.

martedì 14 dicembre 2010

Rivoluzioni colorate



Resta sempre necessaria la premessa: Berlusconi non può detenere il potere politico perché è già titolare di un forte potere economico. Ricordato questo elementare principio non scritto di una democrazia sostanziale, si può fare qualche considerazione sugli avvenimenti di questi giorni e ore.
L’aveva preannunciato Luttwack circa un anno fa che Berlusconi non era più gradito alla guida del Governo italiano, confidando invece in Fini, e in questi giorni, dai messaggi di wikileaks, si ha avuto la conferma che l’ambasciatore Usa in Italia si muoveva conformemente per dare una spallata al Governo, dando anche qualche aiutino a politici dell’ex maggioranza.
La decisione di andare al voto in Parlamento per verificare l’esistenza di una maggioranza è elemento di chiarezza che ha un solo precedente, quando Romano Prodi in due occasioni lasciò il Governo in conseguenza di un voto di fiducia che non raccolse la maggioranza. In un sistema politico che tutti vogliono chiaro e lineare in relazione al’esito del voto dei cittadini, non sembra che tali decisioni siano da respingere.
In oltre sessant’anni di vita della Repubblica italiana le tante crisi sono state di natura extraparlamentare, ovvero le dimissioni del Presidente del consiglio non erano dovute ad un dibattito e ad un voto parlamentare. Dobbiamo rimpiangere le crisi extraparlamentari? E perché?
Le ragioni evidentemente sono diverse.
La paura della conta: Fini non era sicuro dei voti in Parlamento e soprattutto voleva trattare un ricambio alla guida del centrodestra rimpiazzando il cavaliere. Ogni altro scenario era ed è solo tattica (CLN fino a Vendola o terzo Polo).
Il Pd non può pretendere di sovvertire il risultato elettorale e teme le scelte da prendere soprattutto in campo economico. Anche l’Udc è dello stesso parere e dunque la sostituzione di Berlusconi con un voto negativo per lui era solo un passaggio per avviare il solito Governo tecnico, magari presieduto da un illustre grand commis.
Lo scenario politico all’approssimarsi del dibattito in Parlamento e nel giorno del voto si è arricchito di manifestazioni imponenti, colorate e organizzate come mai in Italia era avvenuto in occasione, non di dibattiti su materie specifiche, ma di appuntamenti prettamente politici come il voto di fiducia. Qual è la vera posta in gioco?
Ora che la partita è finita (?) sembra di osservare un campo di battaglia in cui poco vi è di spontaneo e molto appare di etero diretto. Non è una novità, in questo Paese è successo spesso e succederà ancora.

sabato 11 dicembre 2010

Rottamatori


Ma perché meravigliarsi se Marchionne lascia la Confindustria? Si tratta dell’esito finale di una linea del tutto coerente di un’impresa che pienamente vive la cosiddetta “globalizzazione” con tutte le sue implicazioni, così come già la vivono altre grosse imprese multinazionali.
Sarà anche che Marchionne ha poco degli italiani, avendo vissuto all’estero, sarà che membri importanti della famiglia Agnelli non sono più presenti al comando del Gruppo, di fatto queste sono le conseguenze di un fare impresa che non ha più come riferimenti il territorio, lo Stato, la comunità, le organizzazioni sociali. Si tratta di fare impresa avendo come obiettivo solo il massimo profitto, a prescindere da ogni altra implicazione.
Chi applaudiva la “globalizzazione” non considerava che per il capitale è facile, basta un clic sul computer e si spostano soldi e titoli, più difficile è spostare operai,impiegati, famiglie.
Nemmeno il capannone costituisce più un problema perché nel mondo produttivo, senza confini, c’è sempre un governo, che preso per la gola, ti finanzia la nuova fabbrica e dunque puoi abbandonare la vecchia a marcire.
Anche le istituzioni sovranazionali alimentano questi percorsi. In questi giorni si ha notizia della Comunità Europea che finanzia a condizioni di favore la nascita di aree industriali in Cina…proprio in Cina!
Del resto il caso Pomigliano d’Arco è sorto proprio perché la Serbia e la Polonia(con soldi dell’Europa e dunque anche degli italiani) agevola produzioni in quei Paesi in condizioni che sono ben diverse da quelle che hanno conosciuto i dipendenti Fiat in Italia. Contraddizioni? No, si tratta della naturale evoluzione di un ideologia (questa sì, dato che le altre sono scomparse) che per ampliare sempre più la sua capacità di fare profitto a beneficio degli azionisti e dei dirigenti non tollera, anzi distrugge, ogni cosa che costituisce un limite.
La”globalizzazione” non tollera limiti, di lingue, di normative, di usi, di tradizioni, e con le buone o con le cattive apprende, conquista, distrugge. Ha una carica deflagrante che si rivolge contro chiunque o qualunque cosa sia di ostacolo. Anche il contratto nazionale di lavoro è un ostacolo, occorre che il lavoratore sia solo e legato da un contratto individuale con l’azienda. Tanti contratti, poca rappresentanza generale, scarsa tutela. Già succede con le forniture di servizi: telefoni, elettricità ed altri.
Ma prima ancora di essere un fatto economico il pensiero che è alla base di questo grande evento è un fatto culturale; ha vinto e stravince perché la sua attuazione è stata accompagnata da una grande ed estesa operazione di convincimento o di adeguamento alle novità che portava. Operazione che và avanti da anni e che ha prodotto un sentimento significativo per molti e cioè la ineluttabilità del fenomeno. Quante volte si è sentito dire: “nulla si può fare”?
La sconfitta è propria in questo e cioè che oggi, a differenza di altri momenti in cui logiche di questo tipo si sono presentate, manca qualsiasi capacità di reazione. Di fronte ai danni della prima industrializzazione di fine ottocento sono nate in campi diversi, del pensiero, della politica, strutture, culture, azione capaci di tenere testa alle estreme conseguenze che reca la logica del profitto. Oggi no, tutti hanno applaudito ed applaudono, a partire da chi aveva ed ha rappresentanza politica.
Quello che succede in questi giorni nella politica italiana è caratterizzato proprio da una rincorsa tra molti che si propongono di servire meglio la logica del profitto.
Una vera rottamazione dovrebbe partire proprio da qui, dalla capacità di indicare percorsi diversi da quelli che sono stati seguiti da un’intera classe politica, che negli anni si è piegata ad ogni volontà dei poteri economici. D'altronde si è imbecilli a qualunque età e ne abbiamo ampiamente prova.

mercoledì 8 dicembre 2010

L'assalto al Palazzo!


«Il mio stipendio - dice Catricalà - è paragonato a quello del primo presidente della Corte costituzionale ed è di 500 mila euro e rotti. Ha avuto per l' anno prossimo la decurtazione del 10 per cento e io penso che sia giusto...». Ma Catricalà - fa notare Report - si porta a casa anche i 9 mila euro netti al mese in qualità di fuori ruolo dal Consiglio di Stato.
Di fronte a queste notizie, che riguardano in misura o qualità tante persone in Italia, verrebbe voglia di dire: finalmente abbiamo trovato il Palazzo da assaltare. Perché la “Rivoluzione”, che da ultimo richiedeva Monicelli (sarà stato vero suicidio?) nella storia ha avuto sempre un Palazzo, un luogo d’assaltare o occupare: il Palazzo d’Inverno per Lenin, Roma per il Mussolini della Marcia, la Bastiglia per i francesi, ancora Roma per Garibaldi.
Non è che uno può fare lo scioperetto di sabato, col panino al seguito, senza dare fastidio a nessuno, ma solo provocando un po’ di traffico. Che tempi! Non ci sono più gli scioperi e le manifestazioni di una volta.
Uno vorrebbe che se proprio si vuole esprimere sdegno con una scalata, si scalasse magari il balcone del Palazzo importante e dunque cari Bersani, Di Pietro e Vendola, invece di scalare i tetti della facoltà di architettura, potevate scalare il Palazzo dell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, a Roma, dove, come abbiamo sentito, Catricalà prende doppio stipendio, a tacer di altri emolumenti; il tutto ovviamente legalmente. E sì! in questa nostra Repubblica le cose si fanno per bene, mica come nella I Repubblica, oggi si organizza tutto secondo Legge.
I nostri amici, Bersani ed altri, ci avrebbero se non altro risparmiato la comparsata dell’illustre al successivo Ballarò, dove il medesimo abbozzava su alcune sue ricette per attuare il Mercato, il fatidico Mercato che vale sempre per tutti gli altri e mai per gli ospiti del Palazzo.
Chissà perché nemmeno di fronte ad una crisi così grave i Nostri assaltano i Palazzi giusti, si perdono… Valli a capire!

domenica 5 dicembre 2010

Elenchi



Da Wichipedia: “Germania anno zero è un film del 1948 diretto da Roberto Rossellini e girato tra le macerie della Berlino dell'immediato dopoguerra. Il giovane Edmund vive con il padre gravemente malato, la sorella e il fratello, tutta la famiglia pesa sulle spalle del ragazzo.
Un giorno incontra un suo vecchio maestro, un ex nazista che ormai non ha più l'abilitazione ad insegnare; il viscido docente lo affascina con le sue teorie secondo cui “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere”. Edmund torna a casa e di nascosto avvelena il padre che esala l'ultimo respiro. Torna dal maestro per confessare il suo parricidio ma questi, terrorizzato e temendo di essere coinvolto, gli dà del pazzo e dell'assassino.
Il ragazzo, sconvolto, non ha il coraggio di tornare a casa, e nel suo vagabondare sente il suono di un organo uscire da una chiesa. Edmund si arrampica allora su un campanile pericolante da cui vede trasportare via la salma del padre. Senza più speranze, prostrato dal rimorso, si butta allora nel vuoto.”

sabato 4 dicembre 2010

Il furore dei banchieri



La situazione economica di questi tempi può essere un’utile occasione per riflettere su quelli che sono stati momenti cruciali della storia del novecento, al di là di categorie e interpretazioni che sembrano intoccabili.
La crisi di questi anni è stata paragonata a quella che emerse nel 1929 e che caratterizzò i successivi anni trenta. Quella crisi nacque come crisi del sistema bancario che aveva alimentato, soprattutto nei Paesi anglosassoni, una eccessiva “finanziarizzazione” dell’economia, ovvero una eccessiva espansione del credito per imprese, famiglie e sistema pubblico. La fine di quel ciclo (prima o pi arriva sempre)provocò disastri che coinvolsero le banche e l’economia reale.
La risposta del sistema politico tuttavia fu diversa da quella che oggi percepiamo. A partire dal presidente Rooselvet negli USA (tacciato di comunismo) agli Stati europei, in maniera più o meno accentuata, vi fu un intervento dello Stato nell’economia. In Italia, per quello che ci riguarda, si pose con la Legge bancaria una netta distinzione tra banche d’affari, che svolgevano attività di finanziamento alle grandi imprese, e le banche ordinarie che servivano famiglie e piccole imprese. Lo Stato con l’I.R.I. intervenne per rilevare gruppi industriali in dissesto e che erano entrati nella proprietà delle banche. Gli Stati, non solo in Italia, sostennero le banche ma acquisirono beni industriali e quote di proprietà delle banche stesse. L’intervento pubblico riguardò la previdenza e la sanità e vasti programmi di lavori ed opere pubbliche furono avviati.
Quello che vediamo oggi è pari nella origine della crisi, ma è del tutto differente per la sua soluzione. La crisi delle banche viene affrontata con il sostegno degli Stati, sia pure attraverso la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, non ricevendo gli Stati null’altro in cambio. Anzi, come è stato notato, le banche e la finanza utilizzano il denaro pubblico (con consequenziale aumento del debito pubblico e restrizioni alle economie in generale) per investire ancora e di più sui titoli pubblici, soprattutto di quei Stati in difficoltà (perché sono costretti ad offrire maggiori interessi).
Come è possibile che in presenza di un dibattito politico che utilizza le categorie della Destra e della Sinistra non si coglie l’evidente comunanza di azione che vede il mondo bancario come entità intoccabile? Si è passati dalla formula “ il costo del lavoro è una variabile indipendente” alla diversa formula “ bisogna tener conto dei mercati” che, tradotto, significa dobbiamo servire le banche e la finanza con i soldi dei cittadini.
Che tali temi non siano più nella disponibilità delle forze politiche è evidente, basta seguire il tenore dello scontro politico e i contenuti dell’informazione per capire che la distinzione è solo tra chi vuole servire meglio e di più i desiderata della finanza internazionale. Nei secoli passati l’Italia era terreno di scorribande e di conquiste di potentati stranieri e le signorie locali si destreggiavano per apparire come utili servitori di questo e di quell’occupante. Non sembra che le cose siano di molto cambiate in questo Paese. Né questa è l’Europa che immaginavano De Gasperi e Adenaur o De Gaulle.
Alla politica italiana è rimasta un’ultima speranza: Mario Draghi, il direttore generale del Tesoro che nei primi anni ’90 liquidò l’I.R.I., sconvolse la Lagge bancaria e privatizzò i servizi. L’uomo giusto per completare l’opera.

martedì 30 novembre 2010

IL Conformista



In epoche passate i lavoratori della terra e delle officine di paese la domenica mettevano il vestito buono e compravano il quotidiano importante (a Napoli lo chiamavano “u Matin”, ovvero “Il Mattino”) e tutto quello che era contenuto o non era citato nel giornale valeva come verità assoluta per la settimana a venire. Molto di questo comportamento vale ancora oggi, per dire che antropologicamente è difficile cambiare. Il conformismo degli attegiamenti e delle opinioni ha campo facile con mezzi di comunicazione più pervasivi del quotidiano di un tempo e dunque ciò che prevale nella vulgata comune è un blob dove molti si tirano addosso frasi e pensieri lanciate da opinionisti a gettone e intellettuali anch’essi a pagamento.
Su questioni cruciali possono accadere miracoli ovvero che da parte di persone profondamente impegnate in studi escano fuori con dichiarazioni assolutamente spiazzanti, come nel caso del rabbino Adin Steinsaltz, presente in questi giorni a Roma per illustrare la sua traduzione del Talmud. Fra gli argomenti che si sono susseguiti nel dibattito si è parlato anche di Shoah e Steinsaltz a tale proposito ha affermato che “la religione della Shoah è una religione immorale, essere perseguitato non mi rende né più giusto né sapiente, voglio essere ebreo grazie al Signore e non perché sono stato perseguitato”. Vaglialelo a dire a chi vende emozioni facili in televisione.
Si può essere colpiti, rimanendo in argomento, anche da romanzi, oggi dimenticati, come il voluminoso “La Storia”, di Elsa Morante, il quale racconta la vicenda di una famigliola ebraica nell’Italia degli anni ’30 e poi nel corso della Guerra e negli anni della ricostruzione. Disperazione, penuria di mezzi, minacce, negli anni che hanno visto la morte, secondo le più diverse stime di 50-70 milioni di persone nella sola Europa. Il Romanzo, intitolato, non a caso, “La Storia”, racconta come l’essenza del male può concentrarsi nella vicenda della singola persona come espressione dell’Umanità intera. Useppe, il figlio della protagonista, muore e la sua morte vale quanto quella di tutti gli altri che hanno avuto termine nella carneficina della Guerra.
Quando si leggono e si ascoltano cose intelligenti fa piacere, quanto dispiace leggere e ascoltare prediche conformistiche che oggi vanno per la maggiore.

sabato 27 novembre 2010

Come eravamo



Altri tempi!
Mentre crollava la I Repubblica le nuove leve rinnovate si legittimavano reciprocamente (si prega di ascoltare i due interlocutori dopo la lunga premessa di Mentana).
Mentre ogni altra posizione politica veniva relegata a frangia marginale in quella tornata elettorale, Occhetto e il Cavaliere si mostravano come leader del finalmente raggiunto Bipolarismo: il “Lib-Lab” tanto sognato. Conservatori e progressisti, ma tutti fondamentalmente liberali, ovvio.
Cosa è successo nel frattempo? Perché ad un certo punto(subito dopo quelle elezioni, per la verità) il clima di reciproca stima ha lasciato il passo alla successiva guerriglia politica? Discorso lungo.
Conviene invece porre mente al fatto che contemporaneamente, in quei mesi e poi sempre più negli anni a venire, si metteva in vendita il grosso patrimonio pubblico del Paese, si avviavano le truffaldine privatizzazioni dei servizi, si costruiva il castello della II Repubblica che oggi tutti guardano con sfiducia.
La sensazione che si avverte è che da allora in poi la contesa politica ha riguardato semplicemente il confronto tra diversi direttori d’orchestra, mentre lo spartito era comune.
La stessa sensazione che si ha oggi quando si intravvede dietro la polemica quotidiana un gioco di posizionamento per mostrarsi più capaci di privatizzare e regalare ai soliti noti quello che ancora rimane delle risorse e delle garanzie pubbliche. Il meglio della commedia dell’arte: Arlecchino e Pulcinella che si scannano per far ridere i padroni.

mercoledì 24 novembre 2010

Soldi!



Può essere questa la ragione perchè tutto sembra irrisolvibile?

martedì 23 novembre 2010

“Les armes nucléaires américaines en Europe bientôt rassemblées en Italie”



“Les armes nucléaires américaines en Europe bientôt rassemblées en Italie”. Questo il titolo di un sito d’informazione (“La Tribune”). Non ci vuole molto per tradurre e comunque basta fare una ricerca per cogliere qualche altra fonte che descrive la questione in italiano.
In pratica, la Nato ha discusso circa la dislocazione e la conservazione delle bombe nucleari in Europa e si è deciso da parte dei rappresentanti dei diversi Stati (per l’Italia governa Berlusconi) che le duecento bombe atomiche presenti in vari depositi europei debbano concentrasi in uno solo Stato. Pare che il Cavaliere si è detto pronto ad accogliere le duecento bombette per ammassarle alle altre 80 che “clandestinamente” già si trovano da tempo in Italia.
Clandestinamente significa che: 1) non ci sono informazioni ufficiali in proposito 2) nessuna parte politica (maggioranza o opposizione) ne parla 3) i principali mezzi d’informazione non ne fanno cenno.
Sarebbe interessante che su questo argomento ci fosse un accenno (non dico una puntata intera) nelle tante trasmissioni che ci impegnano sulle sciocchezze quotidiane.
Sarebbe interessante che il Faziofabio ed altri, che meritoriamente si occupano di rifiuti organici, differenziati e pericolosi, parlassero anche di questi pericolosi ed eterni rifiuti….ma chissà forse ne parleranno tra venti anni, quando avranno il permesso di parlarne e quando sarà politicamente corretto parlarne.
Se ne potrebbe parlare sui tanti canali internettiani che ospitano discussioni.
Ma che!? Sta settimana (l’abbiamo capito) si parla di Carfagna!!!
E vai col dibbattito!

domenica 21 novembre 2010

Uscire dall'euro




La crisi è passata, si diceva nelle scorse settimane. Non è vero, come si legge negli ultimi giorni. Dopo la Grecia spunta l’Irlanda e il Portogallo non sta tanto bene. Tra i Paesi malati ci sono la Spagna e dunque l’Italia. Mentre ci trastulliamo con le sciocchezze della politica e della televisione, dove la formula del reality viene largamente usata per distrarre le masse, un economista di vaglia come Paolo Savona (già ministro nel governo Ciampi!) propone l’ uscita dell’Italia dall’euro.
I segnali di aggravamento della crisi sono evidenti, basta ascoltare o leggere le dichiarazioni, tra i tanti, degli stessi commissari europei. Van Rompuy: "Siamo in una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per sopravvivere con la zona euro, perché se non sopravviviamo con la zona euro non sopravviveremo con l'Unione europea ". La situazione è talmente seria che si comincia ad accusare la troppa democrazia delle istituzioni pubbliche, perché ritenuta un ostacolo per il perseguimento degli obiettivi economici .
Savona propone di uscire dall’euro per dare competitività ai prodotti italiani e riprendere dunque il controllo della moneta, oggi delegato alla BCE. Segue la necessità di ripudiare il debito, almeno quello in mano straniera. Insomma propone di ripercorrere la strada scelta dall’Argentina, quando alcuni anni fa dette picche al Fondo monetario internazionale. Prende atto che il sistema non funziona: dopo aver permesso alle banche di elargire mutui a privati ed enti a mani piene, oggi i governi prestano soldi alle banche che a loro volta investono in titoli pubblici, piuttosto che stimolare la crescita. Un circuito perverso.
Il ripudio del debito è stato evocato già da diverso tempo dal Ministro Tremonti, il quale risulta apprezzabile quando si pronuncia sul piano della riflessione culturale, per esempio quando ricorda la funzione del Giubileo nell’Antico testamento (ovvero, la rimessione periodica del debito).
Quali sono le difficoltà per percorrere la strada indicata da Tremonti e da Savona?
Le difficoltà sono note e subite mostrabili da parte dei cultori dell’Europa dei banchieri (sono la stragrande maggioranza in Italia) ma la più evidente è quella non dichiarata. La preoccupazione non è per le ristrettezze in cui ricadrebbe la popolazione, ormai adusa a rinunciare al superfluo e ad altro, vista la crisi. La vera difficoltà è data dalla irrinunciabilità ai privilegi della Casta, che in questo Paese è vasta.
Nella scorsa trasmissione di Santoro registi ed attori si sono fatti riprendere dinanzi alla Fontana di Trevi, a Roma, per invocare benefici fiscali e finanziari per il cinema. Il tempo concesso per questa manifestazione è stato notevolmente più esteso di quello concesso ala solita manifestazione di operai sui tetti di una fabbrica. Basterebbe questo raffronto per comprendere che è difficile immaginare vie di uscita da questa crisi perché le rinunce e i sacrifici oggi riguarderebbero i ceti dirigenti, di ogni ambiente, i quali sono pronti a fare barricate per difendere il loro stato. Loro lo sanno fare, sanno usare radio, televisione, internet, non hanno bisogno di scendere per strada, non rischiano i manganelli e sanno farsi beffa di tutti perché sono coscienti che in un Paese dove si produce sempre di meno conta chi tiene in pugno lo scettro del comando pubblico. Altro che mercato!
P.s.: Il popolo non andrà sulle barricate nemmeno la prossima settimana perché è già pronto il tema di “dibbattito”: la Carfagna minaccia le dimissioni..le curve opposte dei tifosi prendono posto per affrontarsi. Attendono il gong di Ballarò!

mercoledì 17 novembre 2010

Faziofabio e Lele Mora




Quanto sarebbe stato facile per Madre Teresa di Calcutta dare il viatico ai tanti bisognosi, derelitti, nel corpo e nella mente, invece che dare aiuto e conforto? Cosa distingue la misericordia verso le sciagure altrui e le soluzioni semplici basate su ovvie e banali considerazioni di ordine individuale che vengono offerte e imposte a tutti? Quali sono i fondamentali di una cultura che riduce l’uomo a oggetto materiale, che usa e viene usato e che nel momento del bisogno va accantonato perché non utile, anzi dannoso per la vita degli altri?
Viviamo in un mondo sempre di più caratterizzato dalla cultura del consumo, dei beni, dell’ambiente, della vita stessa. I mezzi d’informazione espongono una concezione della vita ove tutto è possibile e ogni limite può essere varcato, ove la sofferenza stessa è relegata come intralcio e non come una delle possibili e reali circostanze della condizione umana.
C’è chi giorno per giorno si fa carico della sofferenza altrui e chi la vive con accettazione del male proprio e di quello degli altri.
C’è chi considera il malato come risorsa da spremere, per il profitto che genera. E c’è chi si preoccupa se il malato diventa costoso. Nei paesi anglosassoni (USA, Inghilterra) ove il sistema sanitario è regolato sull’ esborso procapite per costose polizze di assicurazione è nata tempo fa (ma il discorso ha anche altre sfaccettature) l’avvio di una campagna di simpatia verso la liberalizzazione, più o meno accentuata, dell’eutanasia.
La banalizzazione dell’effetto morte attraverso la sapiente organizzazione di spettacoli incentrati su casi particolari tende ad ottenere l’obiettivo di “profittizzare” rendere compatibile i costi con i ricavi dell’assistenza verso il malato grave.
In fondo tutto si collega nel mondo dominato dal capitalismo selvaggio. La precarietà del lavoro, la precarietà dei legami familiari, la precarietà del rapporto di cittadinanza tra individuo e comunità, non può che recare anche questo effetto. Come è concepibile in un mondo dominato dai Lele Mora e dal Bungabunga la dimensione della sofferenza?
Che il Faziofabio, con la sua furbesca banalità, offra il suo aiuto per queste campagne “culturali” non meraviglia più di tanto. Lui e Lele Mora parlano la stessa lingua…e si danno una mano.

domenica 14 novembre 2010

Argomenti essenziali



Il Sole 24 Ore riportava già nell’ottobre 2006,gli importi, in euro e al lordo, dei vertici delle forze dell’ordine e delle forze armate in Italia. Non è facile avere cifre aggiornate da allora, ma in ogni caso sono cifre significative di quello che è un fenomeno che è presente per tutte le qualifiche alte dell’amministrazione pubblica in Italia.
Vediamo: Capo della Polizia 650.000 - Comandante Generale Arma Carabinieri 380.000 -Comandante Generale Guardia di Finanza 390.000 -Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria 500.000 -Direttore Generale Corpo Forestale Stato 360.000 -Capo Stato Maggiore 380.000.
Queste cifre fanno il paio con le cifre, anche più alte, che riguardano dirigenti delle grandi imprese private e di quelle pubbliche. In questi giorni sono all’attenzione di tutti gli stipendi delle vedette della RAI. Sappiamo quello che succede nelle regioni e negli altri enti locali e nelle altre amministrazioni pubbliche.
L’introduzione dell’euro doveva servire anche a confrontare facilmente il costo di beni e servizi nei paesi europei, permettendo una più razionale valutazione di costi e benefici. In Italia evidentemente non si coglie quest’ utilità nel dibattito sulle cose dell’economia e soprattutto sui costi dell’amministrazione pubblica.
Altra considerazione: in questi anni vi è stata una crescita degli emolumenti per le qualifiche alte dell’amministrazione pubblica, così come avvenuto nel settore privato, a danno di tanti altri che hanno visto sempre più precarizzato il rapporto di lavoro e da un certo punto in poi gli stipendi. Il dibattito dunque dovrebbe sottolineare queste particolarità della modernità dei nostri tempi. Niente, di questo non si parla.
Dai giornali di aprile 2010 si legge: “Siamo pagati decisamente troppo per un lavoro che è anche vocazione e che avremmo svolto, se non gratis, certamente anche con emolumenti più bassi. E' questa la sostanza della lettera che sir Norman Bettison, il capo della polizia del West Yorkshire, uno dei massimi ufficiali degli agenti di Sua Maestà. Secondo cui il compenso di 213 mila sterline - circa 241 mila euro - con l'aggiunta dei relativi pacchetti pensionistici è troppo elevato.”
A quanto pare in questo Paese non si discute delle cose essenziali e non si utilizzano gli argomenti fondamentali per affrontare la realtà.
P.s. : per chi attende l’uomo della provvidenza alla guida del Governo, ovvero il gran commis Mario Draghi, si tenga presente che il Governatore di via Nazionale, Mario Draghi, percepisce circa 450 mila euro: il francese Noyer non supera i 142 mila, mentre il tedesco Weber raggiunge appena i 101 mila.
In ogni caso meno dei 750.000 di Ciampi. Con buona salute!