sabato 4 dicembre 2010

Il furore dei banchieri



La situazione economica di questi tempi può essere un’utile occasione per riflettere su quelli che sono stati momenti cruciali della storia del novecento, al di là di categorie e interpretazioni che sembrano intoccabili.
La crisi di questi anni è stata paragonata a quella che emerse nel 1929 e che caratterizzò i successivi anni trenta. Quella crisi nacque come crisi del sistema bancario che aveva alimentato, soprattutto nei Paesi anglosassoni, una eccessiva “finanziarizzazione” dell’economia, ovvero una eccessiva espansione del credito per imprese, famiglie e sistema pubblico. La fine di quel ciclo (prima o pi arriva sempre)provocò disastri che coinvolsero le banche e l’economia reale.
La risposta del sistema politico tuttavia fu diversa da quella che oggi percepiamo. A partire dal presidente Rooselvet negli USA (tacciato di comunismo) agli Stati europei, in maniera più o meno accentuata, vi fu un intervento dello Stato nell’economia. In Italia, per quello che ci riguarda, si pose con la Legge bancaria una netta distinzione tra banche d’affari, che svolgevano attività di finanziamento alle grandi imprese, e le banche ordinarie che servivano famiglie e piccole imprese. Lo Stato con l’I.R.I. intervenne per rilevare gruppi industriali in dissesto e che erano entrati nella proprietà delle banche. Gli Stati, non solo in Italia, sostennero le banche ma acquisirono beni industriali e quote di proprietà delle banche stesse. L’intervento pubblico riguardò la previdenza e la sanità e vasti programmi di lavori ed opere pubbliche furono avviati.
Quello che vediamo oggi è pari nella origine della crisi, ma è del tutto differente per la sua soluzione. La crisi delle banche viene affrontata con il sostegno degli Stati, sia pure attraverso la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, non ricevendo gli Stati null’altro in cambio. Anzi, come è stato notato, le banche e la finanza utilizzano il denaro pubblico (con consequenziale aumento del debito pubblico e restrizioni alle economie in generale) per investire ancora e di più sui titoli pubblici, soprattutto di quei Stati in difficoltà (perché sono costretti ad offrire maggiori interessi).
Come è possibile che in presenza di un dibattito politico che utilizza le categorie della Destra e della Sinistra non si coglie l’evidente comunanza di azione che vede il mondo bancario come entità intoccabile? Si è passati dalla formula “ il costo del lavoro è una variabile indipendente” alla diversa formula “ bisogna tener conto dei mercati” che, tradotto, significa dobbiamo servire le banche e la finanza con i soldi dei cittadini.
Che tali temi non siano più nella disponibilità delle forze politiche è evidente, basta seguire il tenore dello scontro politico e i contenuti dell’informazione per capire che la distinzione è solo tra chi vuole servire meglio e di più i desiderata della finanza internazionale. Nei secoli passati l’Italia era terreno di scorribande e di conquiste di potentati stranieri e le signorie locali si destreggiavano per apparire come utili servitori di questo e di quell’occupante. Non sembra che le cose siano di molto cambiate in questo Paese. Né questa è l’Europa che immaginavano De Gasperi e Adenaur o De Gaulle.
Alla politica italiana è rimasta un’ultima speranza: Mario Draghi, il direttore generale del Tesoro che nei primi anni ’90 liquidò l’I.R.I., sconvolse la Lagge bancaria e privatizzò i servizi. L’uomo giusto per completare l’opera.

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