sabato 11 febbraio 2012
Ci manca Dickens
Il calendario delle emozioni proposto da Google offre tante occasioni di contrizione, di sedgno, di esaltazione, per piccoli e grandi uomini. Sono le liturgie dei tempi moderni, che vengono ben accolte perché costano poco, non ci si muove dalla sedia, basta cliccare e condividere, copia-incolla, battere il petto e recitare con devozione.
C’è una ricorrenza che è passata invece sotto silenzio, a me pare, anche sulla stampa ed in televisione e riguarda il bicentenario di Charles Dickens, scrittore inglese dell’ottocento, noto per l’attività di romanziere e di giornalista.
Dickens descrisse la realtà dei suoi tempi, né più né meno osservando i mutamenti dovuti all’irrompere della prima industrializzazione, all’urbanizzazione e soprattutto alla povertà provocata dalla egemonia assunta dai nuovi ricchi imprenditori.
Dickens non fu l’unico, né in quel tempo né dopo. Avviò il genere definito “romanzo sociale” che illustrava le contraddizioni, le ingiustizie provocate dalla volontà dei ceti ricchi a danno di vasti strati di popolazione, volontà non mediata dalla politica e portatrice di una concezione della vita secondo la quale la ricchezza è manifestazione della Capacità e addirittura della Grazia di chi ne beneficia, mentre la povertà è conseguenza della Colpa innata.
Da Dickens, a Zolà, a Ignazio Silone, a tanti altri, la letteratura, ma anche il giornalismo che prende il largo come fonte di conoscenza, nell’ottocento e nel novecento presentano un sapere che sempre più tiene conto della condizione dei poveri e dei ceti svantaggiati rispetto alle storture e alla sete di ricchezza di chi ha potere.
E’, quello, il tempo in cui la politica si esprime attraverso leader e pensatori in direzione di un cambiamento radicale della realtà o verso una moderazione delle spinte più egoistiche dei “padroni”.
Ci manca Dickens, perché saprebbe illustrare bene, con la capacità del romanziere, situazioni che non si differenziano molto dai suoi tempi. L’obbligo di privilegiare i ricchi perché capaci di creare crescita da distribuire a tutti, il mantra della quadratura dei conti, dogma da rispettare a danno della dignità di vita delle persone.. tante cose ricordano oggi i suoi tempi. Mancano persone e parole capaci di descrivere la satolla insufficienza con la quale molti guardano con indifferenza alla povertà degli altri, che avvenga in Grecia o in Irlanda o magari in Italia.
Dickens, Zolà, Silone, come tanti leader e pensatori politici parlavano della ingiustizia tra gli uomini e delle storture della società, tra quelli che erano messi bene e quelli che dovevano arrangiarsi e hanno scritto e hanno lottato per riforme e per rivoluzioni senza frenarsi di fronte a remore furbescamente manifestate dai benpensanti di allora e cioè che la denuncia letteraria o l’azione politica fosse manifestazione di invidia sociale (“istigazione all’odio tra le classi”, un reato). I grandi cambiamenti della storia non tengono conto di questi piccoli sentimenti. I ragazzi di Dickens e i cafoni di Silone non avevano tempo per queste remore, né i riformisti e i rivoluzionari si accomodavano al tavolo dei “padroni” col cappello in mano.
Buona parte delle “teste pensanti” di oggi hanno l’irrefrenabile voglia di essere ed apparire conformi al credo prevalente e mentre la realtà cambia drammaticamente per milioni di persone e per interi paesi, i nostri guardano dall’altra parte perché vogliono essere ricevuti a corte o rimanerci. Non c’è spazio per le tragedie di sempre e che pure si ripetono. La povertà la fame, il predominio dei forti sui deboli, persone o stati..roba vecchia, non fa tendenza. E vai con la legalità, con il merito, con la capacità, con la crescita…e così via. Tutte cose buone e giuste, ma mai che mettessero sul tavolo ingiustizia, disuguaglianza, prevaricazione, dignità.
Sono i sacerdoti dell’Ordine prevalente, ne sono tanti, hanno la pancia piena e non si guardano attorno.
Ci mancano Dickens, Zolà, Silone…davvero.
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