La Bce che, a pochi giorni
dal voto, dà notizia (dati generalmente riservati) di possedere 103 miliardi di
titoli pubblici italiani dimostra la dura realtà di questo Paese.
Una campagna
elettorale quanto mai priva di contenuti, a dimostrazione che ormai da anni le scelte
di fondo vengono assunte altrove e non da noi, una campagna elettorale giocata sulle
tasse piuttosto che sulle riduzioni di spesa. Bastava seguire qualche confronto
politico per capire l’insignificanza della guerra delle tasse, tra chi le vuole
abolire, chi le vuole moderare e chi le vuole applicare ai nemici e calmierare
agli amici. Capita anche questo nello sconquassato sistema fiscale italiano,
non solo ci si confronta con una alta tassazione, con privilegi e detrazioni
ingiustificati, ma ormai le dichiarazioni dei redditi sono sempre meno
caratterizzate dal principio di universalità. Ci si mette poi l’incapacità o
meglio la non volontà da parte dei leader principali di comprendere che il
confronto con l’Europa riprenderà dopo le elezioni proprio dalla necessaria
riduzione della spesa pubblica, misura che a Bruxelles ritengono necessaria e
che il governo Monti non ha attuato in maniera significativa.
Interessante vedere
fisicamente qualche leader politico sobbalzare sulla sedia appena qualcuno dei
giornalisti introduceva il tema dei tagli dei costi della politica e degli
sprechi dell’apparato pubblico. C’è evidentemente un rifiuto naturale ad
affrontare il tema e si trovano sempre scusanti ed impedimenti ad operare al
riguardo.
Certo la storia viene da
lontano e la percentuale del 52% di spesa pubblica che compone il PIL in Italia
spiega tutte le dinamiche elettorali e politiche. E se non bastasse, c’è l’ha
spiegato un candidato alle regionali, che puntualmente (come questa volta) ad
ogni elezione per la quale si candida provvede subito a farsi assumere (con
alta qualifica retributiva) da una cooperativa o dal suo partito. Con le leggi opportunamente
varate negli ultimi decenni il gioco è fatto: lucra ad elezione avvenuta sui
contributi elettorali da parte dell’ente nel quale svolge il ruolo
amministrativo. E si comprende la difficoltà di parlare di riduzione della
spesa pubblica.
Così, senza vedere affrontare
questioni fondamentali per la crisi, come le regole del commercio
internazionale, le politiche comunitarie, i vincoli di bilancio e dell’euro, la
gente è stanca di pagare tasse o di sperare nella favole delle super tasse per
i ricchi. Ormai molti non abboccano più, hanno compreso che è molto meglio togliersi
di torno privilegi e megastipendi, sprechi, e mandarinati pubblici.
Questo ed altro alimenta il
cosiddetto populismo, che spesso è saggezza popolare senza le infiocchettature e
le raffinatezze dei circoli dell’Upper class. Una parte significativa di
elettorato comprende di non far parte della vasta area dei garantiti che, anche
in parti avverse, si trascina dietro stanche distinzioni simbologiche senza
appigli con la realtà (e nemmeno con la storia).
Vedremo che effetto ci sarà.

