sabato 11 dicembre 2010

Rottamatori


Ma perché meravigliarsi se Marchionne lascia la Confindustria? Si tratta dell’esito finale di una linea del tutto coerente di un’impresa che pienamente vive la cosiddetta “globalizzazione” con tutte le sue implicazioni, così come già la vivono altre grosse imprese multinazionali.
Sarà anche che Marchionne ha poco degli italiani, avendo vissuto all’estero, sarà che membri importanti della famiglia Agnelli non sono più presenti al comando del Gruppo, di fatto queste sono le conseguenze di un fare impresa che non ha più come riferimenti il territorio, lo Stato, la comunità, le organizzazioni sociali. Si tratta di fare impresa avendo come obiettivo solo il massimo profitto, a prescindere da ogni altra implicazione.
Chi applaudiva la “globalizzazione” non considerava che per il capitale è facile, basta un clic sul computer e si spostano soldi e titoli, più difficile è spostare operai,impiegati, famiglie.
Nemmeno il capannone costituisce più un problema perché nel mondo produttivo, senza confini, c’è sempre un governo, che preso per la gola, ti finanzia la nuova fabbrica e dunque puoi abbandonare la vecchia a marcire.
Anche le istituzioni sovranazionali alimentano questi percorsi. In questi giorni si ha notizia della Comunità Europea che finanzia a condizioni di favore la nascita di aree industriali in Cina…proprio in Cina!
Del resto il caso Pomigliano d’Arco è sorto proprio perché la Serbia e la Polonia(con soldi dell’Europa e dunque anche degli italiani) agevola produzioni in quei Paesi in condizioni che sono ben diverse da quelle che hanno conosciuto i dipendenti Fiat in Italia. Contraddizioni? No, si tratta della naturale evoluzione di un ideologia (questa sì, dato che le altre sono scomparse) che per ampliare sempre più la sua capacità di fare profitto a beneficio degli azionisti e dei dirigenti non tollera, anzi distrugge, ogni cosa che costituisce un limite.
La”globalizzazione” non tollera limiti, di lingue, di normative, di usi, di tradizioni, e con le buone o con le cattive apprende, conquista, distrugge. Ha una carica deflagrante che si rivolge contro chiunque o qualunque cosa sia di ostacolo. Anche il contratto nazionale di lavoro è un ostacolo, occorre che il lavoratore sia solo e legato da un contratto individuale con l’azienda. Tanti contratti, poca rappresentanza generale, scarsa tutela. Già succede con le forniture di servizi: telefoni, elettricità ed altri.
Ma prima ancora di essere un fatto economico il pensiero che è alla base di questo grande evento è un fatto culturale; ha vinto e stravince perché la sua attuazione è stata accompagnata da una grande ed estesa operazione di convincimento o di adeguamento alle novità che portava. Operazione che và avanti da anni e che ha prodotto un sentimento significativo per molti e cioè la ineluttabilità del fenomeno. Quante volte si è sentito dire: “nulla si può fare”?
La sconfitta è propria in questo e cioè che oggi, a differenza di altri momenti in cui logiche di questo tipo si sono presentate, manca qualsiasi capacità di reazione. Di fronte ai danni della prima industrializzazione di fine ottocento sono nate in campi diversi, del pensiero, della politica, strutture, culture, azione capaci di tenere testa alle estreme conseguenze che reca la logica del profitto. Oggi no, tutti hanno applaudito ed applaudono, a partire da chi aveva ed ha rappresentanza politica.
Quello che succede in questi giorni nella politica italiana è caratterizzato proprio da una rincorsa tra molti che si propongono di servire meglio la logica del profitto.
Una vera rottamazione dovrebbe partire proprio da qui, dalla capacità di indicare percorsi diversi da quelli che sono stati seguiti da un’intera classe politica, che negli anni si è piegata ad ogni volontà dei poteri economici. D'altronde si è imbecilli a qualunque età e ne abbiamo ampiamente prova.

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