
La crisi è passata, si diceva nelle scorse settimane. Non è vero, come si legge negli ultimi giorni. Dopo la Grecia spunta l’Irlanda e il Portogallo non sta tanto bene. Tra i Paesi malati ci sono la Spagna e dunque l’Italia. Mentre ci trastulliamo con le sciocchezze della politica e della televisione, dove la formula del reality viene largamente usata per distrarre le masse, un economista di vaglia come Paolo Savona (già ministro nel governo Ciampi!) propone l’ uscita dell’Italia dall’euro.
I segnali di aggravamento della crisi sono evidenti, basta ascoltare o leggere le dichiarazioni, tra i tanti, degli stessi commissari europei. Van Rompuy: "Siamo in una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per sopravvivere con la zona euro, perché se non sopravviviamo con la zona euro non sopravviveremo con l'Unione europea ". La situazione è talmente seria che si comincia ad accusare la troppa democrazia delle istituzioni pubbliche, perché ritenuta un ostacolo per il perseguimento degli obiettivi economici .
Savona propone di uscire dall’euro per dare competitività ai prodotti italiani e riprendere dunque il controllo della moneta, oggi delegato alla BCE. Segue la necessità di ripudiare il debito, almeno quello in mano straniera. Insomma propone di ripercorrere la strada scelta dall’Argentina, quando alcuni anni fa dette picche al Fondo monetario internazionale. Prende atto che il sistema non funziona: dopo aver permesso alle banche di elargire mutui a privati ed enti a mani piene, oggi i governi prestano soldi alle banche che a loro volta investono in titoli pubblici, piuttosto che stimolare la crescita. Un circuito perverso.
Il ripudio del debito è stato evocato già da diverso tempo dal Ministro Tremonti, il quale risulta apprezzabile quando si pronuncia sul piano della riflessione culturale, per esempio quando ricorda la funzione del Giubileo nell’Antico testamento (ovvero, la rimessione periodica del debito).
Quali sono le difficoltà per percorrere la strada indicata da Tremonti e da Savona?
Le difficoltà sono note e subite mostrabili da parte dei cultori dell’Europa dei banchieri (sono la stragrande maggioranza in Italia) ma la più evidente è quella non dichiarata. La preoccupazione non è per le ristrettezze in cui ricadrebbe la popolazione, ormai adusa a rinunciare al superfluo e ad altro, vista la crisi. La vera difficoltà è data dalla irrinunciabilità ai privilegi della Casta, che in questo Paese è vasta.
Nella scorsa trasmissione di Santoro registi ed attori si sono fatti riprendere dinanzi alla Fontana di Trevi, a Roma, per invocare benefici fiscali e finanziari per il cinema. Il tempo concesso per questa manifestazione è stato notevolmente più esteso di quello concesso ala solita manifestazione di operai sui tetti di una fabbrica. Basterebbe questo raffronto per comprendere che è difficile immaginare vie di uscita da questa crisi perché le rinunce e i sacrifici oggi riguarderebbero i ceti dirigenti, di ogni ambiente, i quali sono pronti a fare barricate per difendere il loro stato. Loro lo sanno fare, sanno usare radio, televisione, internet, non hanno bisogno di scendere per strada, non rischiano i manganelli e sanno farsi beffa di tutti perché sono coscienti che in un Paese dove si produce sempre di meno conta chi tiene in pugno lo scettro del comando pubblico. Altro che mercato!
P.s.: Il popolo non andrà sulle barricate nemmeno la prossima settimana perché è già pronto il tema di “dibbattito”: la Carfagna minaccia le dimissioni..le curve opposte dei tifosi prendono posto per affrontarsi. Attendono il gong di Ballarò!
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