mercoledì 17 novembre 2010

Faziofabio e Lele Mora




Quanto sarebbe stato facile per Madre Teresa di Calcutta dare il viatico ai tanti bisognosi, derelitti, nel corpo e nella mente, invece che dare aiuto e conforto? Cosa distingue la misericordia verso le sciagure altrui e le soluzioni semplici basate su ovvie e banali considerazioni di ordine individuale che vengono offerte e imposte a tutti? Quali sono i fondamentali di una cultura che riduce l’uomo a oggetto materiale, che usa e viene usato e che nel momento del bisogno va accantonato perché non utile, anzi dannoso per la vita degli altri?
Viviamo in un mondo sempre di più caratterizzato dalla cultura del consumo, dei beni, dell’ambiente, della vita stessa. I mezzi d’informazione espongono una concezione della vita ove tutto è possibile e ogni limite può essere varcato, ove la sofferenza stessa è relegata come intralcio e non come una delle possibili e reali circostanze della condizione umana.
C’è chi giorno per giorno si fa carico della sofferenza altrui e chi la vive con accettazione del male proprio e di quello degli altri.
C’è chi considera il malato come risorsa da spremere, per il profitto che genera. E c’è chi si preoccupa se il malato diventa costoso. Nei paesi anglosassoni (USA, Inghilterra) ove il sistema sanitario è regolato sull’ esborso procapite per costose polizze di assicurazione è nata tempo fa (ma il discorso ha anche altre sfaccettature) l’avvio di una campagna di simpatia verso la liberalizzazione, più o meno accentuata, dell’eutanasia.
La banalizzazione dell’effetto morte attraverso la sapiente organizzazione di spettacoli incentrati su casi particolari tende ad ottenere l’obiettivo di “profittizzare” rendere compatibile i costi con i ricavi dell’assistenza verso il malato grave.
In fondo tutto si collega nel mondo dominato dal capitalismo selvaggio. La precarietà del lavoro, la precarietà dei legami familiari, la precarietà del rapporto di cittadinanza tra individuo e comunità, non può che recare anche questo effetto. Come è concepibile in un mondo dominato dai Lele Mora e dal Bungabunga la dimensione della sofferenza?
Che il Faziofabio, con la sua furbesca banalità, offra il suo aiuto per queste campagne “culturali” non meraviglia più di tanto. Lui e Lele Mora parlano la stessa lingua…e si danno una mano.

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