martedì 21 maggio 2013

Il sen. Zanda e la legge Rocco



Il senatore Zanda legge troppo in ciò che espressamente prevede l’art. 49 della Costituzione, ovvero:”Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Qui diversamente da tanti altri articoli della Costituzione non si intravede una riserva di legge, né un indirizzo per il legislatore ordinario in materia di organizzazione dei partiti politici. D’altronde se a settant’anni quasi dalla promulgazione della Carta i tentativi sul punto non hanno sortito effetto ci sarà una ragione. La questione è che quella norma prevede il criterio democratico come metodo di affermazione delle posizioni ideali, politiche, espresse dai singoli movimenti politici. Non altro. La voglia di mettere in riga chi dà fastidio è naturale che prenda chi pro tempore esercita potere, ma passare dai desideri ai fatti (ai disegni di legge) non è da tutti, infatti a nessuno era venuto in mente di farlo nei decenni della Repubblica. A Zanda si!.....sarà che è figlio di un ex Capo della Polizia?!, mà! evidentemente la voglia d’ordine gli è rimasta appiccicata addosso.
A proposito di ordine conviene dare un’occhiata alla legge del 3 aprile 1926, n. 563(legge Rocco).
La lettura integrale della citata legge è interessante e mette in luce una cultura tutta tesa a ordinare il conflitto sociale, volontà prima del Corporativismo in auge all’epoca. Colpisce dalla lettura della legge la voglia di “amministrativizzare” i movimenti sindacali, che al di là di quello che in situazioni “normali” possono esprimere in termini di collaborazione per la soluzione del conflitto sociale, sono di per sé plurali e conflittuali.
Non può essere diverso ovviamente per i movimenti politici, terreno sul quale si muove Zanda.
Ecco alcune righe della legge Sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro, ove al Capo I (Del riconoscimento giuridico dei sindacati) si dispone (art.1) la procedura di riconoscimento delle associazioni sindacali, prevedendo come condizione l’esistenza di alcuni requisiti, tra l’altro: “ Che, oltre gli scopi di tutela degli interessi economici e morali dei loro soci, le asso­ciazioni si propongano di perseguire e perseguano effettivamente scopi di assistenza, di istruzio­ne e di educazione morale e na­zionale dei medesimi. Che i dirigenti dell’associazione diano garanzia di capacità, di moralità e di sicura fe­de nazionale.”
Il riconoscimento prevede l’intervento di ministri competenti, del Consiglio di Stato e culmina con un decreto reale.
Interessante risulta leggere che “Gli statuti debbono contenere la determinazione precisa degli scopi delle associazioni, del modo di nomina degli organi sociali e le condizioni per l’ammissione dei soci, fra le quali la buona condotta politica, dal punto di vista nazionale.”Soprattutto: “art. 5. Le associazioni legalmente riconosciute hanno personalità giuridica e rappresen­tano legalmente tutti i datori di lavoro, lavoratori, artisti e professionisti della categoria, per cui sono costituite, vi siano o non vi siano iscritti, nell’ambito della circoscrizione territoriale, dove operano.”
La legge si preoccupa di determinare un rigido schema di organizzazione: “Art. 7. Ogni associazione deve avere un presidente o segretario che la dirige, la rappre­senta ed è responsabile del suo andamento. Il presidente o segretario è nominato od eletto con le norme stabilite dallo statuto… Lo statuto deve stabilire l’organo a cui spetta il potere disciplinare sui soci e la facoltà di espellere gli indegni per condotta morale e politica.”
Seguono i controlli: “Art. 8. I presidenti o segretari sono coadiuvati da Consigli direttivi eletti dagli iscritti all’associazione, con le norme stabilite dallo statuto. Le associazioni comunali, circondariali e provinciali sono soggette alla vigilanza del pre­fetto e alla tutela della Giunta provinciale amministrativa, che la esercitano nei modi e secondo le norme da stabilirsi per regolamento. Le associazioni regionali, interregionali e nazionali sono soggette alla vigilanza e alla tutela del Ministro competente.”
Per finire, in assenza dei requisiti: “Art. 9.quando vengano meno le condizioni richieste dai precedenti articoli per il riconoscimento, con decreto Reale, su proposta del Ministro competente, di concerto col Ministro dell’interno, sentito il parere del Consiglio di Stato, il riconoscimento può essere revocato.”
E per chi non si adeguava?:“Art. 12. Le associazioni di datori di lavoro, di lavoratori, di artisti e professionisti non ri­conosciute, continuano a sussistere come associazioni di fatto.”
Insomma, per il Beppe Grillo, allora come ora c’è sempre la soluzione finale: attaccarsi al tram, arrangiarsi.

domenica 5 maggio 2013

L'eco della Storia



Francesco Moranino (19201971) partigiano e politico italiano, organizzatore e comandante delle formazioni garibaldine comuniste nel Biellese durante la Resistenza. Fu protagonista, nell'estate del 1944, di quella che è conosciuta come strage della missione Strassera.
Emanuele Strassera, agente dell'OSS, era stato inviato in Liguria dagli angloamericani con il compito di coordinare la lotta partigiana. Contattò Francesco Moranino ed arruolò partigiani. Cinque partigiani della "missione Strassera", sospettati di essere in realtà spie nazifasciste, furono fucilati il 26 novembre 1944 in località Portula, attirati in un'imboscata, e due delle loro compagne uccise.
Nel dopoguerra i familiari dei cinque partigiani fucilati e delle due donne uccise svolsero delle indagini e raccolsero delle prove che presentarono alle autorità. Furono fatte delle indagini ufficiali che orientarono le responsabilità sul deputato comunista: Moranino fu pertanto accusato dell'eccidio della "Missione Strassera" e delle due donne. Nel 1953, sotto il governo Pella, Moranino fu incriminato per fatti avvenuti durante la Resistenza, ritenuti non compresi tra i reati amnistiati dal ministro Togliatti nel 1946.
Il 27 gennaio 1955, durante il governo Scelba, la Camera dei deputati, con una maggioranza di centrodestra, votò l'autorizzazione a procedere nei confronti di Moranino su richiesta della Procura di Torino. Quella di Moranino fu la prima autorizzazione all'arresto di un parlamentare concessa dalla nascita della Repubblica e fino al luglio 1976 rimase anche l'unica. Moranino riparò all’estero.
Il 22 aprile 1956, il processo, svoltosi in contumacia a Firenze, si concluse con la definitiva condanna all'ergastolo per sette omicidi.
Si legge nella sentenza: «Perfino la scelta degli esecutori dell'eccidio venne fatta tra i più delinquenti e sanguinari della formazione. Avvenuta la fucilazione, essi si buttarono sulle vittime depredandole di quanto avevano indosso. Nel percorso di ritorno si fermarono a banchettare in un'osteria e per l'impresa compiuta ricevettero in premio del denaro.». La sentenza di condanna all'ergastolo fu confermata dalla Corte d'Assise d'Appello nel 1957. Moranino si sottrasse alla cattura espatriando clandestinamente in Cecoslovacchia dove divenne direttore dell'emittente radiofonica in lingua italiana Radio Praga e strinse contatti con gruppi estremistici italiani.
Nel 1958, il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, decretò la commutazione della pena in dieci anni di reclusione. Moranino, da Praga, si rifiutò di tornare, finché il 27 aprile 1965 venne poi definitivamente graziato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.
Rientrò in Italia solo in seguito ad amnistia nel 1968
Fin qui le vicende di Moranino che lo coinvolsero in fatti di sangue nella tormenta della guerra e della resistenza. La storia narra di ministri che varano nell’immediatezza dei fatti(1946) amnistie (Togliatti), autorizzazioni a procedere dei parlamentari (procedura ora inesistente) Presidenti della Repubblica che concedono grazie e commutano pene (Gronchi, Saragat), il tutto in anni difficili, quando i sentimenti e risentimenti per le tragedie della guerra erano ancora vivi e tanta gente faticava a sopravvivere. Sa di politica forte, capace di decidere, autonoma nel valutare fatti e di saper condannare, ma anche capace di voltare pagina, non prona ad altri poteri e non succube di opinioni pubbliche.
Basterebbe a volte rileggere la storia per comprendere quanto sono risibili le “muinelle” che riempiono giornali, televisioni e web, oggi quando si è di fronte alla normalità italiota fatta di furbi, vendicatori della poltrona, fustigatori della sera.
Il cavaliere del Bunga Bunga non meritava tanto clamore e tanta attenzione, conflitti o non conflitti d’interessi, bastava dichiarare una verità semplice e cioè che un signore che è titolare di un forte potere economico non può acquisire il potere politico. C’è chi per pruderie moderniste non ha voluto dirlo e dunque ancora è lì a marcarlo, aspettando che qualche Corte lo tolga di torno.
Fine della storia? Con Giorgio Napolitano presente in Parlamento dal 1953 non è detta.
Ai cultori della materia resteranno gli strali di Travaglio.

martedì 30 aprile 2013

L’eco della Storia


“Giovanni Passannante (Salvia di Lucania, 1849- Montelupo Fiorentino, 1910). Nel 1878 fu autore di un attentato fallito alla vita di re Umberto II nel mentre la famiglia regnante, assieme al primo ministro Benedetto Cairoli, era in visita a Napoli. In seguito al fallito omicidio del re, Passannante, sanguinante per le ferite alla testa, non venne accompagnato in ospedale per essere medicato e subì altre sevizie.Affermò di aver agito da solo, di aver escogitato l'attentato due giorni prima e negò di appartenere ad alcuna organizzazione politica. L'attentato provocò nella regina Margherita un forte shoc, tornata alla reggia, si sentì male ed esclamò: «Si è rotto l'incantesimo di Casa Savoia!». Il giorno dopo il re fu visitato da numerosi esponenti della nobiltà e della politica meridionale, che espressero rincrescimento per il fatto che Passannante fosse un loro corregionale. Il poeta Giovanni Pascoli, in seguito, verrà arrestato per aver manifestato a favore degli anarchici che erano stati a loro volta tratti in arresto per i disordini generati dalla condanna di Passannante. Durante il loro processo, il poeta urlò: «Se questi sono i malfattori, evviva i malfattori!».
La notizia dell'attentato fece il giro d'Europa ed anche in questo caso vi furono opinioni opposte. il tedesco Koelnische Zeitung auspicò che l'attentato servisse come monito allo stato italiano per comprendere meglio i bisogni del ceto subalterno; l'inglese Daily News vide nel malcontento e nella miseria i fattori che spinsero l'anarchico ad armarsi mentre il Satana di Cesena (che verrà soppresso con l'accusa di propaganda contro il re e le istituzioni) non lo considerò un assassino ma un «infelice affascinato» dei mali che turbarono la società del tempo. La sera stessa dell'attentato Giuseppe Zanardelli, allora ministro dell'Interno, informò tutte le prefetture del regno sull'accaduto. Il prefetto di Potenza ricevette l'ordine di perquisire l'abitazione dei parenti e di chiunque avesse avuto rapporti con Passannante, inviando i carabinieri a Salvia. Nella casa dell'anarchico furono trovati una stampa de La Marsigliese e una copia del giornale La Nuova Basilicata datato 1871 contenente notizie sulla Comune di Parigi. Vennero perquisiti tutti i luoghi riconducibili all'attentatore ma i carabinieri annotarono, nel loro rapporto, di non aver trovato nulla di criminoso. Giovanni Parrella, sindaco di Salvia, si recò a Napoli per porgere le sue scuse e chiedere perdono ad Umberto I. Fu, in seguito, ricevuto dai consiglieri del monarca che, per ottenere la clemenza, gli imposero il cambiamento di nome della città d'origine dell'anarchico, rinominandola con l'attuale nome Savoia di Lucania. Il sindaco accettò senza discutere e il comune cambiò toponimo con regio decreto il 3 luglio 1879.
L'intera famiglia dell'attentatore fu dichiarata folle e suo fratello Giuseppe, risultato affetto da alienazione mentale, fu internato nel manicomio criminale di Aversa. Numerose persone furono interrogate e tacciate di essere in combutta con l'anarchico ma i regi carabinieri e i giudici non riuscirono a trovare testimonianze concrete. Dopo la condanna Passannante fu portato nel carcere a Portoferraio, rinchiuso in una cella di isolamento. La cella era piccolissima, umida, buia, senza servizi igienici e posta sotto il livello del mare. Il pavimento, in terra battuta, permetteva l'infiltrazione di acqua marina, provocando nell'ambiente condizioni di insalubrità.Attaccato ad una corta catena di 18 chilogrammi, che gli consentiva di fare solo due o tre passi. Mostrò sempre un atteggiamento calmo e impassibile, anche se in alcune occasioni si lasciò andare al pianto. Sottoposto ad esami psichiatrici, risultò sano di mente.
Nel 1908 divenne cieco, si spense nel manicomio all'età di 60 anni. Il referto del manicomio di Montelupo Fiorentino, spedito nello stesso giorno al comune di Savoia di Lucania, riportò una broncopolmonite come causa del decesso. Dopo la morte il cadavere, in ossequio alle teorie dell'antropologia criminale dell'epoca, miranti ad individuare supposte cause fisiche alla "devianza", fu sottoposto ad autopsia e decapitato. Per anni del suo corpo non si hanno più notizie,mentre il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati nel manicomio di Montelupo Fiorentino per poi essere portati alla Scuola Superiore di Polizia associato al carcere giudiziario "Regina Coeli" di Roma. Il 23 febbraio 1999 il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per la traslazione dei resti di Passannante da Roma a Savoia di Lucania, che avverrà solamente otto anni dopo. La sepoltura venne però effettuata senza rito e il giorno precedente a quello stabilito, alla sola presenza del sindaco Rosina Ricciardi, di un giornalista e di una sottosegretaria del presidente della regione Basilicata, scortati da alcuni carabinieri e agenti della Digos che avevano trasportato i resti da Roma.
La decisione fu giustificata per ragioni di ordine pubblico.” (by Wikipedia)

domenica 28 aprile 2013

Vecchi furbi e giovani miopi



A Governo fatto risultano poco comprensibili i mugugni e le ire di chi si pone su posizioni che piegano al pessimismo o all’opposizione parlamentare. Sono comprensibili le aspettative non gratificate, succede sempre, soprattutto per chi pensava di coprire quel migliaio di posti della politica, a tutti i livelli, che si liberano dopo un risultato chiaro, vincente, senza equivoci. Si comprenderebbero dubbi in relazione ai fatti importanti che decidono della vita di milioni di noi e che puntualmente vengono ignorati, ma non è così.
Per esempio si potrebbe partire da dichiarazioni autorevoli che espongono in maniera chiara quello che ancora ci aspetta in termini di sacrifici imposti da lontano e dei quali non si parla: (Reuters, 22 aprile) “La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato lunedì che i membri della zona euro, se vogliono veramente superare il blocco dato dalla crisi del debito e vogliono il ritorno degli investitori stranieri, si devono preparare a cedere alle istituzioni europee il controllo di alcuni settori della politica.” La Cancelliera ha poi aggiunto: «Dobbiamo essere pronti ad accettare che in alcune aree di influenza, l’Europa abbia l’ultima voce in capitolo. Altrimenti non saremo in grado di proseguire nella sua stabile edificazione». Questa è la posta in gioco, che molti cominciano ad avvertire, ma della quale i politici, vecchi e soprattutto nuovi non parlano.
Eppure c’è chi, vecchio o nuovo, ma sopratutto lucido e intelligente, come Soares afferma (ad Antena 1): «Il Portogallo non sarà mai in grado di pagare i propri debiti, per quanto possa continuare ad impoverirsi. Se non è possibile pagare, l’unica soluzione è non pagare. Quando l’Argentina era in crisi non pagò. E che cosa è successo? Non è successo niente”.
Chi è Mario Soares?: appartenente al Partito Socialista Portoghese, Militante socialista, più volte espulso dal paese, tornò in patria nel 1974 alla caduta della dittatura.È stato due volte Primo Ministro del suo paese, dal 1976 al 1978 e dal 1983 al 1985. Nel 1986 è stato eletto Presidente della Repubblica, ruolo che ha ricoperto fino al 1996 .È stato europarlamentare fino al 2004.
L’ex premier socialista ed ex presidente del Paese ha detto che il governo portoghese è diventato un servo del cancelliere tedesco Angela Merkel «Nel loro desiderio di fare contenta la Signora Merkel, hanno venduto tutto e rovinato questo paese. In due anni questo governo ha distrutto il Portogallo».
Inutile sottolineare che l'informazione in Italia non ha ripreso queste dichiarazioni.
Ecco, sarebbe bello distinguersi su temi di questo livello, sulla concentrazione della ricchezza in mano ai pochi a danno delle masse e  che le politiche europee favoriscono, sulla impossibilità di fare impresa in Italia dove il dominio burocratico, reso ancor più vessatorio dalle normative europee, impone crisi e fallimenti. Ci si potrebbe dividere sulla ingiustizia sociale che è nascosta ed è alimentata dalla crisi finanziaria in corso, qui i Italia, come in altri paese europei. Niente di tutto questo, da noi resta interessante per distinguere i vecchi dai nuovi questo eterno gioco di società, dove il nuovo veste l’aspetto dell’ultimo tweet senza senso e senza colore.
Insomma l’uno vale l’altro perchè tutti accettano il quadro com’è, tranne dividersi e discutere della cornice, tra vecchi furbi e giovani miopi.

domenica 21 aprile 2013

Fatti non nomi



Tra le macerie, rimane in piedi la Costituzione che ancora una volta dimostra di essere, anche nella parte relativa all’organizzazione dello Stato, uno strumento saldo ma opportunamente modellabile alle necessità.
L’ingorgo istituzionale che si è creato e che ha dato occasione alle sconcertanti vicende di questi giorni è stato frutto dell’incapacità di una classe politica (di buona parte di essa) di esprimere cultura di governo.
La normalità vuole che fatte le elezioni, si formi un governo. Questo non è avvenuto per le note contrapposizioni tra le parti politiche maggiori del nuovo Parlamento. Non è colpa della Costituzione ma di chi aveva più carte in mano l’aver scaricato il problema sulla concomitante elezione del Presidente della Repubblica. Prova di incapacità.
La Costituzione non vieta la rielezione di un Presidente, ma è significativo che per la prima volta si giunga a questo per tappare una falla che rischiava derive pericolose inneggianti addirittura ad una novella “marcia su Roma”(con Rodotà e Vendola in testa ai manipoli?). Sarebbe il caso per qualche rivoluzionario, nell’epoca del dominio dei banchieri, di ricordare che i rivoluzionari del novecento non esitarono a formare governi di coalizione con altri partiti all’inizio della loro avventura politica, per assicurarsi successivamente il dominio politico.
Questo per i rivoluzionari, ma per i democratici nemmeno va tanto bene. Qui si vuole governare da soli non avendo i numeri, ciò, per chi si reputa democratico, è una grande contraddizione.
La speranza è che passata la sbornia dei nomi in competizione si arrivi al più presto al cuore dei problemi e che le nuove forze politiche si cimentino sulle gravi storture che sono presenti nella società: l’ingiustizia sociale che si consolida sempre più a favore di una larga casta a danno di milioni di persone che non sanno a quale santo votarsi.
Il Grillo, che non vuole immischiarsi nelle responsabilità di governo, è stato votato da milioni di persone per combattere i privilegi e le fortune irragionevoli di questi tempi di crisi, non per fare “muina” su questo o quell’esponente della Casta: lì il portafogli dell’uno vale quello dell’altro.
Finita la ricreazione delle crisi politiche, delle elezioni, della formazione del governo, ritorneranno i problemi di sempre e si capirà effettivamente chi ha qualcosa di nuovo e di concreto da proporre. Che sia riformatore, rivoluzionario o democratico conteranno i fatti e non i nomi.

lunedì 15 aprile 2013

W la rivoluzione



«Assai dotato, costante e intelligente, Ul'janov è sempre stato in testa alla sua classe e alla fine del corso ha meritato la medaglia d'oro come allievo più degno per l'esito, il profitto e il comportamento». Così il direttore del ginnasio, al termine degli studi superiori del rivoluzionario russo. Il futuro capo dei bolscevichi si laureò in giurisprudenza a Pietroburgo. Poteva divenire un tranquillo avvocato, benestante e rispettato, magari un funzionario imperiale. Invece, sappiamo come finì e come fu travagliata la sua vita.
Esempio estremo? Passiamo in Italia e nei giorni in cui si elegge il nuovo Presidente della Repubblica viene in mente Sandro Pertini, che di lauree ne aveva due, eppure si diede ad una vita difficile e pericolosa, per passione politica.
Due esempi, tra i molti, che spiegano quanto le passioni della politica possono mettere a repentaglio vita, relazioni, destini già segnati e come risulta difficile oggi il confronto con chi segue analogamente i passi dell’impegno pubblico.
Non me ne voglia, ma il confronto corre subito con il magistrato Ingroia, perché solo a lui negli ultimi tempi è balenato in testa di usare la parola “rivoluzione” e gli esiti prodotti nella contesa elettorale con gli strascichi di questi giorni mostrano quanto fuori luogo sembrava quella parola, ma addirittura chi la usava.
Antonio (Ingroia) dopo aver avviato indagini con l’intenzione di riscrivere la storia, se ne va in Guetamala, passa per i palchi di tutta Italia (perché candidatosi ovunque) per ritornare a Palermo. Il nostro potrebbe sovraintendere alla riscossione delle imposte nella ricca regione di Crocetta, ma non gli va di rinunciare alla magistratura. Se la prende con il Csm che evidentemente non lo accontenta. Il nostro non vuole correre i rischi della politica, vuole tenersi stretto il ruolo nello Stato e mai potrebbe rinunciare al paracadute del rientro nei Tribunali. Antonio è italiano, è furbo, attento, come quelli che non rinunciano alla “maglia della salute”, nemmeno d’estate.
Bisogna prendere esempio da Antonio, altro che il grande padre russo e il presidente partigiano (sei condanne, due evasioni). Antonio ci mostra la via: oggi la “rivoluzione” la si fa a carico dello Stato, o magari dell’Onu.