martedì 31 maggio 2011

Elezioni e "osservazioni"



A Milano e a Napoli hanno vinto gli outsiders, quelli che non dovevano vincere perché non indicati a vincere o perché impostisi alle aree partitiche organizzate. Hanno vinto altresì i moderati che non trovavano (più) corrispondenza nel berlusconismo o leghismo che ad onta del tempo che passa mai hanno compiuto quelle riforme che hanno fin dal primo momento promesso. Quando persone come Piero Bassetti (a Milano) e Antonio d’Amato (a Napoli) in maniera aperta, pubblica, attaccano il candidato del centrodestra significa che evidentemente una buona parte del ceto produttivo non ne può più e confida anche nell’uomo nuovo, pur di cambiare pagina.
Le elezioni appena celebrate dimostrano che il cambio di sistema che ormai riguarda questo Paese, a partire dall’organizzazione della politica, è ormai avanzato e non basteranno i prossimi “comitati centrali” dei partiti che si terranno nei prossimi giorni a ristabilire collocazioni, gradi e gerarchie. Si può osare anche a dispetto degli apparati di partito (De Magistris si è scontrato anche con Di Pietro!) e dunque i riti d’interpretazione che in questi giorni tengono i leaders politici nazionali sono solo aria fritta. E non potrebbe che essere così, dato che il problema da molti avvertito, con molti rimpianti, di una mancanza di protagonismo delle forme tradizionali di organizzazione politica non dipende (solo) dalla qualità degli uomini, ma dalla vera assenza di piattaforme, di culture, capaci di dare identità politica certa e significativa in un mondo dove sulle grandi questioni c’è un’ampia e conforme convergenza.
Non dico che i sindaci di Milano e Napoli potranno solo regolare gli orari dei tram (sarebbe estremamente riduttivo) ma è chiaro che sulle questioni fondamentali di politica estera ed economica non potranno incidere più di tanto. Pisapia avrà da affrontare gli esiti dei contratti relativi all’Expo, dove le mandibole affamate degli immobiliaristi ormai avvezzi all’”urbanistica contrattata” aspettano il loro ritorno di utili. De Magistris avrà da contrattare con le caste che rendono il sistema rifiuti ingovernabile. Tutto però in un quadro di regole che rendono le amministrazioni pubbliche serventi rispetto agli interessi forti. Insomma qui oltre alla moschea non ci saranno grandi novità rispetto allo sfascio che c'è in giro.
Oggi il Governatore della Banca d’Italia ha tenuto le ultime “osservazioni finali” e non mi sembra che sia andato oltre le solite disamine della situazione economica corrente e oltre le solite ricette e tutti i partecipanti all’assemblea (di ogni colore politico) hanno battuto le mani.
Ecco dove si decidono le vere questioni e da lì bisognerebbe ripartire per dare una svolta a questo Paese, affrontando le grandi questioni con un’idea di società, che al momento i partiti non hanno ed è solo per questa ragione che si è avuta la mescola del voto in questo turno elettorale.
A questo punto ben vengano sindaci nuovi che potranno, come spero, risolvere le questioni di quartiere, in attesa di altre svolte più significative.
C’è solo la speranza che la si finisca di considerare i municipi cittadini come tante merchant bank ove si contrattano gli affari, almeno su questo aspettiamo novità.

martedì 24 maggio 2011

Allegria!



24 maggio 2011
”La grande recessione del 2008-2009 porterà a una perdita permanente del Pil a fine 2010 di 140 miliardi che è prevista crescere a 160 miliardi nel 2013. Le stime sono contenute nel Rapporto 2011 della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica. E per rispettare i vincoli Ue, l'Italia dovrà ridurre il debito di circa 46 miliardi l'anno.”
“Domenica sera il programma di Rai3 Report ha riportato in primo piano l’antica questione dei cosiddetti ‘fuori ruolo’ tentando di stringere all’angolo quel piccolo esercito di fortunati che, pur mettendo da parte l’impegno di legge, continua a percepire il compenso dal ministero della Giustizia. Consiglieri del Tar, presidenti di sezione del Consiglio di Stato, membri della Corte dei Conti ma anche semplici giudici ordinari che possono sommare allo stipendio base cifre variabili dai 50 mila euro (cifra stabilita per gli assistenti dei giudici costituzionali) ai 100 mila per funzioni dirigenziali assunte all’interno di ministeri e amministrazioni varie, per arrivare a cifre che superano i 300 mila euro annui quando ci sono in ballo poltrone particolarmente generose.
E avanti così, senza sosta, da quando nell’anno 2000 l’allora ministro della funzione pubblica Franco Bassanini decise che i manager pubblici dovevano esser pagati quanto quelli privati, senza per questo imporre agli uomini di Stato la rinuncia allo stipendio durante il periodo dell’aspettativa.
“Un sacco di volte abbiamo già chiesto, anche a Palazzo Chigi, una legge che vieti il cumulo, che elimini la doppia retribuzione. Questi sì che sarebbero tagli considerevoli, sprechi eliminati”. Parola di Lidia Sandulli, presidente di sezione del Tar Lazio. Che prosegue senza troppa speranza: “Per ora nessuno ci ascolta, perché il sistema riguarda naturalmente tutti i dipendenti pubblici. E dunque sono tante le categorie che grazie a questo meccanismo possono sommare due retribuzioni lavorando per un solo datore di lavoro, che poi sarebbe lo Stato. Si tratta di soldi pubblici, che sborsa Pantalone, quindi che problema c’è?”.”
Ormai basta riferire di quello che riportano i diretti interessati o i pochi giornalisti (Gabanelli) che si occupano di cose vere in questo Paese per capire la grande iniquità che caratterizza quest’epoca.
Nel mentre il giornalismo di massa propone argomenti da avanspettacolo, maturano tutti gli elementi per portare l’Italia in bancarotta con le ovvie conseguenze che il sistema finanziario impone agli stati con conti disastrati. E così, dopo l’Irlanda, il Portogallo e la Grecia, probabilmente arriverà il turno dell’Italia, che sarà costretta a privatizzare quel poco che ancora resta di patrimonio pubblico e con ricadute significative sui servizi pubblici che ancora residuano (previdenza, sanità, istruzione).
Resta la morale di sempre e cioè che il Paese è governato da tempo da una classe dirigente che mentre imponeva povertà (su imposizione degli ambienti finanziari) godeva e viveva, vive bene e allegramente, a spese dei produttori e degli operai.
Roba da determinare sollevazioni.....e invece non succederà niente perche in questo Paese è vero che il ceto dirigente è composto da furbi, ma ci sono milioni di altri cittadini che attendono il loro turno per entrare nel giro dei furbi.
In fondo è il Paese di Arlecchino e qui vere rivoluzioni non ci sono mai state.

venerdì 20 maggio 2011

Non siamo scarti: lettera a Tremonti



Paolo Mieli ha suonato la campana. Dopo che Santoro ed altri suoi ospiti hanno concordato che con le elezioni comunali “il tappo è saltato” il Mieli ha detto molto chiaramente che a questo punto si può senz’altro attendere il “casus belli” ovvero che qualcuno accenda la miccia.
Che sia accettabile o meno questa espressione non è il caso di discutere, dato che ormai è chiaro da diverso tempo che l’Italia si trova in un clima “pre insurrezionale”. C’era stato qualche assaggio già per il 14 novembre scorso con le manifestazioni che circondarono il Parlamento riunito per un voto di fiducia al Governo. Le campagne stampa, le azioni giudiziarie, che pure accendono interminabili discussioni dimostrano che ci sono da tempo tentativi per disarcionare il cavaliere di Arcore. A questo punto v’è da capire se effettivamente andiamo incontro a tempeste organizzate o ad elezioni “liberatrici”.
C’è da considerare solo un fatto per chi mai ha votato il cavaliere, c’è da capire se i tanti che lamentano il disastro italiano si sono resi conto che le cause della crisi che si presenta in tanti aspetti, a partire dall’economia, ai rapporti sociali, sono da ricercare in ambiti che vanno molto oltre la disputa tutta paesana che il sistema di informazione nostrano ci porge quotidianamente.
E’ tutto il mondo occidentale che è in crisi, per ragioni che tanta parte della politica italiana fa finta di non capire o che non conosce e tanti che si sbracciano in questi giorni per la disputa elettorale mostrano appunto di non sapere o di non voler sapere.
Un esempio lo si vede in questo filmato, ove situazioni drammatiche dovute al cambio epocale che viviamo, vengono rappresentate per la gioia di chi pensa che la crisi sia dovuta ai governanti pro tempore e che non sia presente essa in tanti altri paesi ove governano forze politiche di altro colore.
Le dimostrazioni di protesta in questi giorni, in Spagna, mostrano una piattaforma di rivendicazioni e di lotta che trascende il teatrino solito delle forze politiche contrapposte.
C’è da sperare che molti capiscano che la svolta in Italia non passa per l’alternativa tra Pisapia e la Moratti e che di ben altre scelte e lotte ha bisogno questo Paese per rimettere al centro giustizia, benessere ed eguaglianza.

sabato 14 maggio 2011

Referendum: obiettivi più vasti.

I referendum sull'acqua e sul nucleare (a parte quello sul legittimo impedimento) indicano obiettivi più ampi di quello che troveremo letteralmente sulla scheda.

Non è la prima volta che quesiti referendari assumono un valore "programmatico" oltre l'effetto, proprio, di abrogazione di norme vigenti.

Cosa significa cancellare norme che impongono la scelta del nucleare o quelle della privatizzazione dell'acqua? Significa, a mio modo di vedere, dire un NO' (mediante il SI') a scelte dettate in sede internazionale su sollecitazione di grossi gruppi finanziari al fine di ricavare enormi profitti dalla gestione di fonti di energia e di un alimento fondamentale.

Chi in questi anni ha colto le enormi ingiustizie del liberismo selvaggio avrà sicuramente chiaro il significato "programmatico" e "simbolico" dei referendum previsti.

Il buon esito di essi (mediante l'affermazione del SI') non può che imporre un ripensamento su tanti altri temi e sull'intera agenda politica attinente all'ambiente, all'energia, all'economia e ai servizi sociali.

Al di là delle adesioni o non adesioni di questa o quella parte politica, bisognerebbe considerare da parte di quelli che hanno riserve sulle introduzioni di scelte "liberistiche" che sono avvenute e avvengono in Italia, bisognerebbe considerare che questa dei referendum è un'occasione (ultima?) per richiamare al principio di precauzione che deve innanzitutto riguardare la gestione di politiche fondamentali per ogni persona ( l'ambiente e l'alimentazione).

Ecco, questa è un'occasione per capire davvero chi è di destra e chi è di sinistra, chi è conservatore e chi è riformista.

Non sempre sono state chiare le definizioni politiche in questi anni e contraddizioni emergono ogni giorno.

Si potrebbe cominciare dai referendum per chiarirci le idee e per dare precedenza ai contenuti piuttosto che alle bandiere.

mercoledì 11 maggio 2011

E' il passato che ritorna



ANSA 6 maggio 2011 ore 11,24: “Tel Aviv, 6 mag. Sull’esempio dell’uccisione di Osama Bin Laden, e confortato dalle reazioni favorevoli della comunità internazione, Israele potrebbe colpire il leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah. Lo dice l’ex capo dell’intelligence militare Aharon Zeevi-Farkash. «Non siamo una superpotenza e non tutto quello che è lecito per gli USA viene consentito anche a noi – spiega -. Tuttavia c’è un cambiamento graduale nelle regole della guerra al terrorismo, e si è aperta più libertà di manovra»”.
E come ai tempi del Colosseo, i cittadini del mondo occidentale, evoluto e ricco (?) guardano dalle gradinate o dalle poltrone la guerra moderna, che mette al riparo i suoi soldati, e colpisce con tecnologica precisione il nemico di turno.
Il nemico di turno: quello che giorno per giorno viene messo nel mirino perché dà fastidio, non si adegua e non collabora. Si comincia con le sanzioni sempre più pesanti che gli organismi internazionali applicano ai malcapitati di turno, seguono i bombardamenti mirati con le bombe cosiddette intelligenti. Quelle bombe che dovevano snidare Saddam in Iraq e che invece hanno provocato, secondo l’ Organizzazione mondiale della Sanità 151mila morti per cause violente, tra il 2003 e il 2006 (molti di più secondo gli studi di riviste internazionali).
“Se questo è un uomo”, “Se non ora quando”, “Give peace a chance” quanti slogan libri e film abbiamo visto negli anni, che esaltavano l’umanità degli uni contro la disumanità degli altri. Quella geografia degli orrori e dei buoni sentimenti è ancora attuale? I buoni sono sempre gli stessi? e i cattivi, anche?
E tutto quello che costituiva il diritto internazionale, le consuetudini di guerra, le convenzioni, dove sono andati a finire? Ne tengono ancora conto i governanti che danno il via alla mattanza quotidiana, scavalcando confini, ordinando omicidi e distruggendo abitazioni?
Quando l’obiettivo, confessato, di operazioni di guerra è l’annientamento del patrimonio abitativo, produttivo, degli edifici che ospitano l’istruzione e la sanità, siamo ancora nell’ambito delle operazioni di polizia internazionale, che giustificano i killer moderni?
E quando torneremo alle consuetudini più nobili come il saccheggio e l’assedio?
Sarà superficiale ricordarlo, ma queste guerre che vediamo in televisione non iniziano con la dichiarazione di guerra, né si concludono con la firma della resa. Non mettono nemmeno i cittadini in condizione di regolarsi con i nemici in casa o quando sono fuori casa (il libico che mi passa accanto per le strade è un nemico o un ospite?).
La velocità dei cambiamenti e la cultura della volontà di dominio in nome degli interessi economici e per volontà di Dio (anche questo capita con la nuova cultura dell’Impero: la guerra come espressione del Destino manifesto) non tollera più queste finezze e noi nemmeno le ricordiamo. E’ il passato che ritorna.

venerdì 6 maggio 2011

"Noi siamo gli attori della storia"


Come ammoniva un consigliere di Bush, rivolto a Ron Suskind, del New York Times: “La gente come lei vive in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà”. Dove ci si illude “che le soluzioni emergano dal giudizioso studio di una realtà comprensibile. Oggi il mondo non funziona più così. Noi siamo un impero. E mentre agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi giudiziosamente studiate quella realtà, noi agiamo di nuovo, producendo nuove realtà, che voi potrete studiare. Noi siamo gli attori della storia. E a voi, a tutti voi, resta di studiarla”.
E questo lo riporta "Limes", rivista diretta da Lucio Caracciolo. Sarà credibile?


Nei giorni in cui si accavallano avvenimenti eclatanti e che mettono in dubbio convinzioni, conoscenze, storia comune, serpeggia in tanti (come si legge in giro) il dubbio stesso sulla fondatezza delle notizie. Mentre il sistema o i sistemi (meglio essere generici) rompono confini, distruggono alleanze, oltraggiano diritti secolari, sopraggiunge la spietata realtà mostrata e urlata dai sardi in televisione. Facendo onore alla tradizione di quel popolo (si parla non a caso di “sardità”, da tanto tempo) operai, commercianti, artigiani, irrompono in televisione, nella solita trasmissione, con i soliti esponenti della politica che non decide, e mostrano qual è lo stato delle cose: drammatico, per le conseguenze della crisi economica.
Intorno al conduttore televisivo facce bianche che capiscono che non hanno nulla da dire e nulla da proporre, perché le solite ricette (tipo: metti quel fondo quà o lo sposti di là) ormai non incantano più nessuno. Il pastore sardo che accusa il fatto di sapere macellati tre milioni di agnelli,mentre in Sardegna se ne macellano un milione e gli altri vengono dalla Romania, mostra di sapere quello che i governanti fanno finta di non sapere e cioè che le modifiche delle regole del commercio internazionale producono anche di queste sconcezze. Basta cioè che qualunque prodotto, alimento, che viene dall’estero, viene lavorato in Italia, sia pure in minima parte, ed ottiene il “made in Italy” e dunque compete con chi in questo Paese deve fare i conti con regole, adempimenti e fisco sempre più esoso. Il culmine arriva quando un’assemblea numerosa di lavoratori di tutte le categorie, tra il pianto di alcuni e le urla dei più arrabbiati, invoca i “forconi” contro la classe politica nel suo complesso. A quel punto le facce dei politici in studio diventano preoccupate.
Eppure nemmeno di fronte a questi temi sembra ci sia attenzione da parte di tanti che si ostinano a vedere le cose come terreno di contesa tra portatori di bandiere ormai senza colori e portatori di pensiero debole, ovvero di chi ritiene che una aggiustatina qua, una là, fatta da questa parte politica rispetto a quell’altra, sia capace di risolvere i problemi.
Sembrano temi diversi, eppure hanno fili comuni. Chi crede ciecamente alla cronaca ufficiale, per come è confezionata da quelle poche agenzie di stampa che fanno “ le notizie”, crede altrettanto ciecamente a dibattiti e parole d’ordine che ormai anche un eroico, ma semplice, pastore sardo sa come fasulle.
Il pastore sardo ha vinto (ancora una volta) con il suo buon senso rispetto ai tanti che seguono e si accodano a mutamenti che stravolgono sempre di più, giorno dopo giorno, regole, vita, confini, limiti. Di fronte a tanta passività mostrata dal ceto dirigente di questo Paese, i sardi mostrano di conoscere un’antica ricetta e cioè che i cambiamenti si contrattano e non si subiscono.
Aggiungerei: le notizie si approfondiscono e non si bevono.

domenica 1 maggio 2011

Le Caste ringraziano



Quello che succede a Napoli e che succede in Italia in questi giorni è emblematico della situazione di sfilacciamento dell’agire politico contemporaneo. A Napoli ci si mena per esigenze di scenografia, ripercorrendo rituali e gesti di altre epoche che nulla hanno più a che fare con il contesto, il clima, le scelte attuali. Appare ancora più incredibile l’amplificazione che i mezzi di comunicazione danno ad episodi che dovrebbero essere piuttosto condannati per la loro insignificanza rispetto ai termini e alle bandiere usate: cosa significa essere fascisti oggi, oppure comunisti?
Nel mentre si iniziano guerre su guerre, per ragioni evidentemente di egemonia economica e militare, abbiamo intere aree politiche che nulla hanno da dire in proposito, se non dare luogo al solito teatrino della mozione più furba o più intelligente da presentare in parlamento, come dipendesse da loro quello che si deve fare o non si deve fare in nord africa. Per il resto zero. Nulla emerge di quello che fu l’attenzione (per ragioni anche economiche) verso i paesi arabi e l’intelligenza partecipativa alle alleanze occidentali. Non si odono voci che si richiamino alle parole di La Pira o di Danilo Dolci o di Mattei o di Pertini e di tanti altri che in questo Paese sapevano bene di far parte di un’area politico-militare ma sapevano anche coltivare rapporti con altre dirigenze politiche o altre tradizioni e civiltà.
In questi giorni il dibattito interno nel maggior partito della sinistra, il Pd, è preso dai temi imposti da Scalfarotto e Concia, ovvero quelli attinenti ai cosiddetti “diritti individuali”. Ecco, nel giorno del primo maggio, che giunge nel pieno del disastro economico e militare di questi mesi, il tema più discusso in quell’ambito ” è altro”, come si usa dire. Viene voglia di rileggere le biografie di Oscar Wilde, di Rimbaud e di tanti altri che i diritti individuali li hanno vissuti fino in fondo, vivendo il bello della trasgressione con consapevolezza, così come le avventure umane di ogni individuo richiedono per assumere valore universale. No, qui i nostri vogliono la pensione, magari il reddito di cittadinanza e quote riservate; vogliono trasgredire, ma fino ad un certo punto, vogliono la sicurezza che la società può produrre per sostenere voglie individuali. Insomma non c’è niente di eroico in tutto questo ed il tema, i temi di questo tipo prendono sempre più tempo e diventano sostanza di partiti che si definiscono politici.
E’ tutto questo che ci distanzia dai movimenti politici di massa, che sono ormai un ricordo, che ci distanzia dalle popolazioni che nel mondo si ribellano e che distanziano i movimenti di protesta di oggi in Italia rispetto a quelli di anni passati. Assistiamo a pantomime di guerriglie urbane senza senso politico e storico e silenzi di partiti in ordine ai drammatici temi dei nostri tempi e mentre altrove sanno capire le ragioni della crisi e sanno scorgere gli obiettivi delle proteste(le loro Caste) da noi si discute del sesso degli angeli o di come poterlo fare strano con il beneplacito della legge. Insomma non si discute di questioni di giustizia e di eguaglianza, né dei rapporti tra i popoli, ma del benessere “individuale” . Roba evidentemente da elite ricche e raffinate e non da movimenti dei lavoratori.
E' in atto una mutazione antropologica, di meglio non si potrebbe fare.
Le Caste ringraziano.

martedì 26 aprile 2011

Italiani? Prrr!!!



In 24-48 ore,tra le feste di Pasqua e il 25 aprile, mentre risuonavano le opposte tifoserie dei partigiani della tastiera, i Palazzi hanno deciso: si va alla guerra!
E' inutile e non viene nemmeno la voglia di fare distinzioni(si sono dichiarati tutti d'accordo) dovrebbe essere ormai chiaro che su certe scelte l'Italia non conta nulla e che di fronte alle scelte dei poteri dominanti nulla c'è da fare. Hai voglia di distinguere, si può distinguere solo chi ormai può vantare una solida coerenza con le volontà guerriere e su chi la Costituzione la usa a suo piacimento per chinare la testa ai poteri forti.
Qui basta una telefonata e quello che si pensava il giorno prima non vale per il giorno dopo: ai padroni non si può dire di nò.
Poi certo tutti ad accapigliarci di fronte alle ultime scoperte dell'informazione al cloroformio, quella che svolge il suo preciso compito di attizzare le coscienze e di deviare l'attenzione.
Mi raccomando, attenzione al prossimo temino di Travaglio e soci, capiremo meglio come sono andate le cose, magari passando per Fede e Mora.
Mai come adesso si ha la sensazione di un popolo governato dal Sordi, attore abile a dipingere il carattere degli italiani, sia come cittadini, sia, questa volta, come governanti.
Nel 150° dell'Unità d'Italia, tanto festeggiata, un capolavoro dopo l'altro in pochi giorni non potevamo immaginarlo. C'è da preoccuparsi su cos'altro offrirà il teatrino nazionale.
Nel frattempo sappiamo ormai che basta una telefonata per andare in guerra contro uno stato sovrano, senza dichiarazione e senza coinvolgimento del Parlamento. Basta un'ulteriore telefonata per essere costretti a bombardare (però senza colpire i civili, i cuori teneri abbondano ai nostri tempi). Il presidente francese che si è scatenato contro la libia per il retrofront circa l'impianto in quel paese di centrali nucleari (affari d'oro)chiede conto al cavaliere nostrano circa questo fastidioso referendum ed il nostro che lo tranquillizza (le centrali da impiantare in Italia sono di tecnologia francese!).
Di fronte a tutto questo tutti (o quasi) applaudono e camminano sotto sotto al muro. Questo è lo stato delle cose e mentre le gazzette, la televione e il "dibattito", danno conto di astruse modifiche alla Costituzione, nessuno si accorge che viene violato, chiaramente, l'art.11 della Carta, nonchè il principio per cui anche la politica estera è condotta dal Governo (sulle linee approvate dal Parlamento) e non dal presidente della Repubblica. Per non dire della politica economica e monetaria che ormai non dipende più dalle istituzioni nazionali.
Sullo schifo con il quale i nostri parlano dell'"italianità" di certi gruppi industriali è inutile parlare, basti osservare quanto il governo francese tiene invece alla "francesità".
E' storia nazionale quella della corsa verso i potenti, così come racconta il Gattopardo e come vuole l'eterna Casta.

venerdì 22 aprile 2011

Emozioni



“Quello che ci piacerebbe è che in un atto di umanità e di giustizia mediatica, adesso, AnnoZero si occupasse della figura di Arrigoni possibilmente attingendo informazioni corrette da chi lo conosceva e attraverso le sue stesse parole che numerose ha profuso, sia tramite il suo libro su Gaza, che dal suo blog, che attraverso video diffusi in rete.”.
Così una lettera spedita alla redazione di Michele Santoro in vista della puntata successiva alla morte di Arrigoni…fiato sprecato.
L’informazione che alimenta il grosso pubblico non può permettersi queste libertà e del resto nemmeno il grosso pubblico è interessato a questioni fondamentali che caratterizzano i nostri tempi. In un mese è successo di tutto: uno spaventoso terremoto, un grosso disastro ad una centrale atomica, una guerra iniziata per “fini umanitari”, una crisi economica che coinvolge sempre più l’Europa. Nulla da fare, c’è bisogno dell’ulteriore puntata, dell’ulteriore trasmissione, per raccontare le ultime barzellette e le ultime avventure del cavaliere di Arcore: altrimenti cosa si fa? Cosa si copia-incolla sui social network, ritornati a casa, con le pantofole ai piedi? Queste sono le emozioni che gli eroi dei nostri tempi propinano per un popolo che non vuole pensieri.
In proposito viene in mente un detto napoletano che pare ispirato dal cavaliere, ma che in fondo riguarda anche i suoi innumerevoli detrattori: “Il pesce non vuole pensieri”. Brutta espressione, ma è così e non solo il cavaliere lo dimostra con le sue avventure notturne, lo dimostrano i suoi tanti guardoni ,senza patria e senza principi, ma bravissimi a lanciargli monetine mediatiche addosso.
C’è un’altra categoria di persone che emerge in argomento: quelli che con coerenza stanno sempre con chi costruisce muri. Arrigoni parlava spesso dei muri che non si vedono in televisione. Quelli che erano dalla parte dei muri nel 1962 sono tutt’ora dalla parte dei muri. Coerenti. Culi di pietra.
Forse allora giustificavano i muri in nome di qualche rivoluzione, ma oggi come giustificano il loro, silenzioso, amore per i muri? Mistero.
…e visto che le parole spesso sono inutili per i pantofolai lancia-monetine, forse bisogna provare con le emozioni. Venga allora il filmato che associa i due muri, può darsi che muova le benedette emozioni.

sabato 16 aprile 2011

Una morte inutile, vite inutili



La morte di Vittorio Arrigoni è una morte inutile perché non muove più di tanto le forze in campo per una vicenda che molti non hanno voglia di comprendere e nemmeno vedere. L’operazione “Piombo fuso” di due anni fa fu chiara nel mettere in evidenza quanto il sistema informativo in Italia sia assolutamente sbilanciato su questioni in cui si intrecciano diritti dei popoli, di individui, storia e politica. Ad onore del vero l’unico che se ne interessò nel silenzio generale fu Michele Santoro, con una trasmissione nel corso della quale il Travaglio se ne restò zitto (se dovesse scoppiare una bomba atomica, il Travaglio non saprebbe cosa dire!) e la Lucia Annunziata, stracciandosi le vesti, abbandonò la trasmissione. Segnali questi che dimostrano quanto sia povero idealmente e condizionato dal senso dell’opportunità e dell’opportunismo l’informazione e la politica in Italia.
La morte di Arrigoni è una morte inutile perché società opulenti, schiere di “copincollista” compulsivi di social network, non hanno interesse per i palestinesi che fanno parte dei “poveri, brutti e cattivi” così oggi identificati, con equilibrio, da tutte le parti politiche.
E’ una morte inutile perché i poteri che contano, l’informazione e la politica, non avevano costruito sulla sua persona un circuito emozionale capace di attirare interesse e non avendo deciso di fare quel tipo di investimento era inutile per Arrigoni scrivere, lottare,manifestare. Il “popolo sempre più informato” nemmeno si era accorto della sua esistenza anche perchè non era stato invitato allo spettacolino di Faziofabio (pagato due milioni di euro all’anno).
E' inutile la morte di Arrigoni e di altri perché non risulta politicamente corretta secondo i desideri dei potenti e che ciò sia vero lo si comprende nell’osservare la nascita di nuovi campioni dell’informazione e della politica che bene si adattano a carriere di mestieranti e di pontefici del pensiero senza contraddittorio. Per loro il trampolino è sempre pronto, per gli Arrigoni solo silenzio.
E’ inutile la morte di Arrigoni per tante vite inutili a caccia di cose inutili, ma ha senso per molti che ricercano cose fondamentali per la vita, che non hanno la preoccupazione per la macchina del fango, perché nel fango loro ci vivono e non suscitano emozioni.

mercoledì 13 aprile 2011

Il movimento dei precari



Se in un paese di 30 mila abitanti il segretario comunale s’intasca quasi 150 mila euro, se il presidente della provincia di Bolzano prende uno stipendio superiore a quello di Obama, se gli assessori regionali in Sicilia viaggiano ad oltre 4000 mila euro, se……
Il punto è questo e si potrebbe continuare per parecchio circa la “smodatezza” di certi introiti corrisposti con soldi pubblici (ovvero tasse). Siamo in una situazione molto simile a quella vissuta in epoche antiche, siamo ritornati all’età dei faraoni, con una casta famelica che ha bisogno sempre più di risorse e che escogita, per sopravvivere, ulteriori e più sofisticati meccanismi di controllo per ricavare sangue da chi il reddito lo produce. E’ di ieri la dichiarazione del direttore generale delle Entrate circa le modalità più sofisticate per combattere l’evasione (c’è ne anche per Facebook!). Per comprendere meglio la questione però occorre sapere che il signore delle gabelle prende (lordi) 456.733 euro (ipotizzando che vive solo con quell’incarico).
Ora il problema è dato dalla assoluta incomprensione dello stato di fatto che si è creato in Italia, ove tanta gente vive con stipendi che ormai non hanno nulla a che fare né con un paese che cresce in termini di produttività e di reddito, né con la crisi che a livello internazionale, ma soprattutto in Usa e in Europa, sta stravolgendo la vita di milioni di persone.
L’incomprensione è evidente quando l’intelligente di turno osserva che su quegli stipendi Lorsignori pagano le tasse…e ci mancherebbe! chiunque vorrebbe pagare le tasse su certi redditi.
L’incomprensione è evidente ed assume significati anche più vasti quando scendono in piazza categorie svantaggiate e sempre più preoccupate per il presente e per il futuro.
In questi giorni si sono svolte manifestazioni di “precari” per lo più giovani o quasi e qualificati. Le manifestazioni, sembra, non hanno avuto grande partecipazione, né molta eco. Perche? Appare sempre più chiaro a molti, che pure vivono con difficoltà la congiuntura economica (operai, impiegati, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori) che non è possibile accettare manifestazioni che si risolvono nella solita adunata settimanale per denigrare il governante pro tempore, senza che si abbia la capacità ed il coraggio di mettere a fuoco i tanti altri responsabili del disastro economico-sociale di questi tempi.
Qui nessuno è capace di portarsi sotto i palazzi dove vivono alla grande i sacerdoti della casta e lanciare almeno fischi e pernacchie.
In altri momenti le classi giovanili e gli studenti soprattutto hanno saputo meglio focalizzare responsabilità ed individuare i protagonisti dello sfascio, delle ingiustizie e delle disuguaglianze stridenti. Il movimento del ‘68, per dire, fu molto più significativo nelle sue rivendicazioni e non si limitò a sbeffeggiare i governi in carica. Il “movimento di Seattle” aveva ben compreso cosa stava succedendo e cos’altro era previsto in termini di impoverimento delle società evolute, tanto che fu soppresso con evidente spietatezza.
Certe manifestazioni senza obiettivi e valutazioni concrete dello stato delle cose lasciano il tempo che trovano e producono qualche dubbio sulle aspirazioni di fondo di tanti partecipanti di esse.
Viene da pensare che molti dei manifestanti di oggi, precari e sottopagati, vogliono solo ottenere un miglioramento individuale della loro condizione, ma nulla hanno da dire sulle regole nefaste che governano la società. In altri termini, sembra che i manifestanti di oggi vogliono solo entrare nel Sistema e sedersi al posto di Lorsignori, magari nelle posizioni migliori.
Evidentemente sono attenti alle indicazioni dei ceti intellettuali ad alto reddito che dominano l’informazione e tanti altri centri di potere di questo Paese e dunque sanno calibrare prudentemente la protesta: dare fastidio solo a qualcuno, ma non a tutti. Cosa si può dire?:Bravi, hanno capito come funziona il Sistema!

sabato 9 aprile 2011

La BCE fa il suo mestiere



“Le famiglie italiane stanno diventando più povere. Cala la capacità di risparmio, ovvero quella virtuosità che ha sempre dato un po’ di sicurezza e di coesione sociale. L’inflazione sta rapidamente alzando la testa, trainata dai costi della benzina e dei trasporti. I tassi di interesse della Banca centrale continueranno a salire, frenando l’afflusso di denaro dalle banche alle imprese, accrescendo il costo del nostro debito pubblico e i tassi sui mutui immobiliari.”.
Dagli Usa, nel silenzio dell’informazione ufficiale, giungono notizie relative a politiche sempre più restrittive per i diritti dei ceti medi, con la liquidazione della contrattazione collettiva e l’introduzione di forme di gestione degli enti locali che sempre di più si allontanano da quello che ordinariamente consideriamo tipico degli stati democratici. Vi sono lì manifestazioni imponenti per protestare contro i tagli che mettono in discussione conquiste raggiunte negli anni’60. Fu proprio il movimento di lotta contro la guerra e per i diritti civili nato negli Usa ad infiammare l’Europa nel ’68 e mentre molti da noi s’infiammano per le azioni di “esportazione della democrazia” nel nordafrica, balza in mente la considerazione che ancora una volta dall’America potrà venire il vento nuovo.
Un’intera classe dirigente in Europa, sempre più stancamente, sta portando fino alle estreme conseguenze il portato delle politiche liberiste introdotte dalle politiche americane nate negli anni di Reagan. L’entusiasmo con il quale sono state modificate e distrutte garanzie e diritti in questi anni segna il passo e nasce lo scoramento di tanti, senza che però si sappia quale strada intraprendere, e dunque solo da lì, dove è nato il mantra del mercato per tutto e per tutti, si deve guardare per scorgere segnali di novità.
L’Europa, assente in politica estera e che lascia fare alla Nato e ai “volenterosi”, risulta assente anche per tutto quello che attiene alla organizzazione economica e sociale. Attenta a definire le misure delle melanzane e dei cetrioli e a tormentare i residui settori produttivi, si preoccupa di alzare il tasso d’interesse che determinerà maggiori costi per le imprese e le famiglie. Come sempre, la spiegazione ufficiale è nella paura del rialzo dell’inflazione. C’è da credere: i debiti pubblici e dei privati sono espressi, ovviamente, in danaro e dunque la BCE si preoccupa che il corrispondente credito verso le private banche non sia svilito dall’inflazione. La BCE fa dunque il suo mestiere, ovvero quello di essere garante dei banchieri.
Questa è l’Europa e a questo punto non resta che guardare oltreoceano da dove arrivano gli aerei che bombardano con uranio impoverito: potrà capitare, prima o poi, che dai campus e dalle città nascerà un valido movimento capace di indicare vie nuove, spiegare le ragioni del disastro e indicare prospettive per una ricostruzione possibile. Già Robert Kennedy, nel 1967, lamentava i danni di un sistema imperniato sul consumo e sulla corsa alla ricchezza. Oggi che crescono solo debiti, si può sperare solo in una risalita.

martedì 5 aprile 2011

La messa di Scalfari



Eugenio Scalfari, il vate che dice messa laica la domenica (sono un suo antico lettore, me lo posso consentire) si scaglia contro le norme assunte dal Governo per porre riparo alla possibile scalata della Parmalat da parte di gruppi industriali francesi. L’alimentare in Italia, si sa, si è volatilizzato già da tempo, chi si ricorda della Buitoni? (fu liquefatta da Carlo de Benedetti, tanti anni fa). Era il tempo delle privatizzazioni, imperava il verbo liberista e della religione del Mercato e dunque tutto quello che era nella mano pubblica doveva essere dismesso e lo Stato doveva tenersi fuori dal Mercato. Molti di quelli che vollero l’intrapresa del nuovo percorso sono ancora attivi nella politica, nelle istituzioni e nell’ informazione. Scalfari fu uno di questi ed ancora rimane della stessa idea, della stessa fede. Ai voglia di dire che la crisi che attanaglia il Paese ha evidentemente qualche ragione in una forsennata rincorsa dei dogmi moderni della Globalizzazione e del Mercato, la dove invece altri Paesi tentano almeno qualche difesa di quello che rimane delle risorse nazionali. Così come appunto ha fatto la Francia già con la presidenza Chirac. In Italia no, bisogna seguire il verbo fino all’ultimo sacrificio (magari a favore degli amici).
In tutto questo si scorgono le solite contraddizioni. Una per tutti è quella del dott. Sottile (ma riguarda tanti altri) e in proposito si legge:“Giuliano Amato dal 1 gennaio 1998 incassa una pensione Inpdap da ex professore univer¬sitario di 12.518 euro netti al mese ai quali aggiunge la pensioncina da parlamentare (9.363 euro). Una cifra che non gli impedisce, per altro, di continuare a prendere incarichi: due pubblici (presidente Treccani e presidente comitato dei garanti per il 150˚dell’Unità d’Italia) e uno privato (senior advisor della Deutsche Bank).” Appunto, celebrare gli anni dell’Italia (senza alcun ricordo dei milioni costretti all’emigrazione) è compito di una classe dirigente che sa campare alla grande.
Nel merito: Scalfari teme che le norme evocate dal Governo possano intaccare la sacralità delle Banche, che nel contesto attuale sono quelle che fanno profitti scaricando le perdite sui cittadini, grazie alle ricapitalizzazioni concesse dagli Stati. Al riguardo si può ricordare quello che si legge in questi giorni:” Madrid potrebbe procedere ad una nazionalizzazione parziale, con ingresso di capitale pubblico, di quattro casse di risparmio. Valore dell'operazione 7,7 miliardi di euro”. Lo riporta il quotidiano El Mundo. Questo oggi, ma già all’inizio della crisi, il 13 settembre 2007 l'importante banca britannica Northern Rock fu nazionalizzata ed eguale ricetta venne applicata per la statunitense Bear Stearns.
In questi giorni, ancora, tre stati degli Usa hanno presentato progetti per la nascita di banche di proprietà statale: Oregon, Washington e Maryland, che raggiungono Illinois, Virginia, Massachusetts. Il 79% di 107 imprenditori interpellati per un sondaggio dalla Main Street Alliance di Washington, ha sostenuto la proposta di legge dello Stato di Washington. Ecco, quelli che vivono di mercato sono d’accordo su misure di questo tipo, in Italia invece quelli che non vivono di mercato non sono d’accordo.
Questa è la differenza.

sabato 2 aprile 2011

Il Bagaglino!



Mettiamola così: da nord e da est siamo pressati da una crisi bancaria che diventa sempre più crisi economica, con disoccupazione e riduzione di reddito. Dal Sud viene lo sciame politico dei paesi nordafricani che subiscono il rincaro dei prezzi dei beni alimentari e che vogliono cambiare regimi politici. Da est c’è la paura nucleare del disastro giapponese.
A questo punto, per tacere d’altro, uno si aspetterebbe un’informazione ed un dibattito politico all’altezza della situazione ed invece si nota il solito stile pallonaro con il quale si discute delle cose pubbliche in Italia. Non c’è argomento, il più impegnativo, che non diventa occasione di scontro tra tifosi, che non dia occasione per quantità industriali di vignette e di satira da parte dei comici delle salamelle.
L’incapacità della classe politica di fare il proprio mestiere è in questo periodo ancor più evidente, così come evidente risulta l’incapacità di molti di guardare oltre la zuffa o l’ammucchiata quotidiana o le dichiarazioni a perdere del governante pro tempore. In questa gara al ribasso brillano in particolare i campioni televisivi dell'informazione.
Un Paese che viene usato come una portaerei nel mediterraneo(!) non ha alcuna voce, non solo per difendere i propri interessi nazionali(così come fanno gli altri) ma non è capace nemmeno di sviluppare un’azione diplomatica, come è avvenuto tante volte nel passato nei confronti degli stati arabi.
Un’organizzazione europea che cavilla ogni giorno nelle attività di ciascuno di noi, come singoli, come imprese e come istituzioni e che non sviluppa alcuna attività di fronte a fenomeni migratori di particolare imponenza.
Governanti regionali e movimenti politici che abbandonano ogni afflato di tradizionale buonismo verso l’immigrazione per ostacolare la collocazione sul territorio nazionale dei migranti che sbarcano numerosi in Italia in questi mesi.
Nel caos che stiamo vivendo non possiamo escludere che l’onda di sommovimento che ha riguardato il nordafrica e che prima ancora ha riguardato i Balcani e l’ex Unione Sovietica possa riguardare la sponda nord del Mediterraneo.
Il Generale Wesley Clark, già comandante delle truppe Nato nel Kossovo, nel suo libro “Winning Modern Wars” scrive: «... Quando tornai in visita al Pentagono nel novembre 2001, parlai con un ufficiale di alto livello dello staff che aveva tempo per due chiacchiere. Mi confermò: sì, siamo ancora in carreggiata per andare contro l’Iraq. Ma c’è di più. Questo - disse - è solo parte di un progetto di campagna che durerà cinque anni, e toccherà sette Paesi; si comincia con l’Iraq, poi tocca a Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan».
Possiamo immaginare che il piano di interventi dal 2001 sia stato aggiornato e che si voglia andare ben oltre la Libia. Chissà, magari i fatti di queste settimane sono il prologo di altri significativi avvenimenti. Magari si potrebbe parlare di queste cose....
ed invece ci tocca guardare il video che appare per l’ennesima volta in cui La Russa starnazza, Di Pietro prende al volo la tessera che Alfano ha gettato all’aria, mentre Gasparri strabuzza gli occhi e Rosy Bindi invita all’ammutinamento.
Roba che supera il Bagaglino di Pippo Franco.

sabato 26 marzo 2011

Succede in Trentino, pardon...nel Sud Tirolo.



Dopo gli scontri tra i dimostranti e la polizia, lo Stato italiano ha mandato in strada l’esercito. La situazione era divenuta insostenibile dopo che da parte dei dimostranti vi era stata nei giorni scorsi il lancio di granate e colpi di mitra. A malincuore, alla fine, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato costretto ad approvare la Risoluzione 1973bis: sono stati giorni d’attesa e di batticuori, ma la decisione era oramai nell’aria,inevitabile.
Fino all’ultimo, l’ambasciatore italiano all’ONU ha sperato in un veto da parte degli Stati Uniti, ma le ultime notizie sull’ammontare del debito americano hanno condotto all’astensione il rappresentante statunitense, che ha lasciato il Palazzo di Vetro senza rilasciare dichiarazioni. La risoluzione ha visto dunque 13 voti favorevoli, 1 astenuto ed un voto contrario. Da qui, l’intervento dell’ONU.
Nella risoluzione, sono circostanziate le ragioni della decisione e le precedenti violazioni dei diritti umani: si ricorda la brutale repressione del dissenso interno (Genova e Caserma Diaz) con l’aggravante della giustizia mai applicata nei confronti dei colpevoli, per quella che viene definita dall’ONU “macelleria di stampo messicano”.
La risoluzione è stata fermamente richiesta da parte dell’Austria che ha invocato tutela per gli “italiani” di lingua tedesca.
Da Bolzano a Trento i raid aerei applicano il mandato dell’ONU. La Risoluzione 1973bis è molto flessibile ed il comando delle operazioni è stato concordato nell’isola di Santa Lucia, nei Caraibi. Gli aerei della coalizione, che usano le basi francesi, tunisine, libiche e dell’ex Jugoslavia, sono forniti da 29 Nazioni, dall’Algeria alla lontana Nuova Zelanda. La Francia – obtorto collo – è stata costretta ad aprire le sue basi agli aerei della coalizione. Visto il rapporto storico di “cuginanza” i suoi aerei accecano i radar ma non bombardano.
Le operazioni, che stanno coinvolgendo a parti contrapposte tutto il Norditalia, si protraggono da alcune settimane. I leader internazionali si richiamano alla Carta dell'Onu per giustificare l'intervento armato a tutela di una minoranza.
Succede nel Trentino Alto Adige, ovvero il Sud Tirolo come lo chiamano gli abitanti di lingua tedesca.

mercoledì 23 marzo 2011

Take over!



Il capitalismo famelico e senza limiti prosegue con le operazioni travestite come missioni umanitarie.
Dovrebbe essere ormai comprensibile a tutti, come già è comprensibile a parecchi, che le guerre vengono sempre più avviate con pretesti chiaramente costruiti ad arte.
Non è una novità, tante volte nel passato sono stati colti dei fatti come pretesti per scatenare aggressioni, l’espressione “casus belli” è antica e dice tutto al riguardo.
Quello che emerge da qualche anno è la volontà chiara di aggredire risorse necessarie per lo sviluppo dei popoli ricchi, proprio nel momento in cui molti iniziano a metterne in discussione principi, prassi e valori. Dal disastro giapponese, alla crisi economica che prende l’Occidente, appare chiaro che il “progresso” che conosciamo ha molti rischi e molte ingiustizie.
Dalla ex Jugoslavia, all’Iraq ed oggi la Libia, l’emergenza umanitaria è stato il mantra per giustificare operazioni aggressive tese ad apprendere le residue risorse energetiche tradizionali o ad aprire nuovi mercati o a creare nuove zone di influenza politico-economica. Per ottenere ciò non ci si fa scrupolo di dividere nazioni e ridisegnare confini, anche dove si era riusciti a creare le condizioni di una pacifica convivenza tra popolazioni con diversità linguistiche o religiose. Spesso queste operazioni aggressive vengono disegnate con la logica propria delle economie di rapina che movimentano lo scenario dei mercati. Take over, appunto è la tecnica con la quale si può conquistare il controllo di una società quotata attraverso l’acquisto di una minoranza qualificata.
E’ successo spesso che minoranze organizzate, ma comunque minoranze, siano state foraggiate con strumenti economici, comunicativi ed armi, per provocare sommovimenti capaci di richiamare l’attenzione dei Grandi della terra. Segue in questi casi la costruzione, nelle sedi internazionali, di strumenti giuridici per giustificare un intervento armato nello stato in questione.
L’invocazione all’art. 11 della Costituzione, qui in Italia, per giustificare “l’intervento umanitario” è inopportuna nemmeno se si fa ricorso al suo 2° comma perché le limitazioni alla sua sovranità(dell’Italia) in favore di organizzazioni sovranazionali sono chiaramente finalizzate ad assicurare la pace “fra le nazioni” e dunque non può valere per intervenire in questioni interne agli stati. Né tale intervento è giustificato dalla carta dell’Onu che prevede eguali principi.
L’aggressione ai paesi per vicende interne oggi è giustificato sulla base di equivoche delibere del Consiglio di sicurezza dell’Onu assunte nel 2006, ovvero quando ci si accorgeva della necessità di dotarsi di un supporto giuridico per giustificare operazioni aggressive già compiute.
Il Consiglio ovviamente non puo’ sovvertire principi della Carta dell’Onu, la quale chiaramente afferma con il comma 7 dell'art. 2 : «nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano alla competenza interna di uno Stato» e le misure coercitive, pur previste, possono essere assunte solo in presenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione. Risulta dunque che c’è sul punto una chiara consonanza tra Costituzione Italiana e Carta dell’Onu, le quali favoriscono le armi della diplomazia.
Insomma i Padri costituenti sono salvi, sono i loro attuali epigoni che si travestono illegittimamente da sceriffi, provocando, per altre ragioni, risate internazionali.

sabato 19 marzo 2011

Alla Guerra!



Da dove cominciare e cosa pensare degli ultimi avvenimenti che la realtà presenta?
Appena festeggiato il 150° dell’unità d’Italia e gli occhi si volgono versa il Nordafrica, mentre in Giappone la centrale rilascia inesorabilmente radioattività. Troppe cose in pochi giorni e tanti seduti in poltrona a commentare, a valutare l’ultima dichiarazione di questi e di quelli. Vale la pena accodarsi, non avendo obblighi, né professionali, né accademici, per farlo? Troppi ci provano e troppi rincorrono l’ultima notizia, caldeggiando questa o quella soluzione, sbeffeggiando o sostenendo questo o quell’altro esponente politico.
Sembra un "Bagaglino" perenne. La realtà dimostra sempre più quello che molti indizi facevano trasparire già da diverso tempo ovvero l’assoluta inutilità ed insignificanza del paese Italia nel contesto internazionale, nemmeno nell’area di maggiore rilevanza per gli interessi nazionali, il Mediterraneo.
In questo Paese, in questi giorni, si fa tutti a gara tra le diverse aree politiche per adeguarsi a scelte che hanno già assunto altrove altri poteri ed altri governi. Non vi sono distinzioni sulla volontà univoca di seguire l’ulteriore avventura militare tesa a smembrare stati, a ridisegnare confini e a predare risorse. Perché di questo si tratta. Le fameliche volontà di dominio di poteri e governi non conoscono più limiti, confini, sovranità. Basta una delibera dell’Onu, giusto per dare un po di legittimazione all’operazione, e tutti proni ad eseguire scelte che nemmeno sono state frutto di adeguate discussioni.
Non mi pare che sulla vicenda della Libia vi sia stato un serio tentativo di mediazione che costituisce una necessaria premessa per poter poi passare a mezzi coercitivi. L’intervento in Libia non ha avuto l’appoggio di stati importanti come la Russia, la Cina, il Brasile, l’India e la Germania… L’Italia invece si, ha appoggiato l’intervento nonostante i freschi rapporti economici che sono stati avallati da tutti i governi degli ultimi anni, di destra o di sinistra e nonostante i rapporti storici con quel paese avrebbero dovuto legittimarla per un tentativo di pacificazione tra le parti.
E cosa dovremmo pensare di questi fatti? senza culture politiche adeguate che ci permettano di cogliere le peculiarità, i dettagli degli avvenimenti in corso. Sempre più il principio posto dall’art. 11 della Costituzione italiana viene disatteso in favore di politiche servili verso disegni strategici altrui e che vengono avallati solo ai fini di un legittimazione a governare il Paese. Perché di questo si tratta, solo di questo. Cose povere.
E’ da un decennio e più che l’Italia copia il Cavour che mandò i soldati in Crimea per ingraziarsi le grandi potenze, ma allora si trattava di realizzare l’unità della nazione. Qui si mandano soldati all’avventura solo per conquistare il governo del Paese. Da oggi le analogie si arricchiscono: per mantenersi al governo del Paese o per conquistarlo si stracciano trattati bilaterali (o alleanze)appena firmati…anche queste, esperienze già vissute.
Nelle celebrazioni di questi giorni un certo scetticismo mostrato da qualcuno non era mal posto. E’ proprio vero, quando in Italia si dà fiato alla trombe della retorica bisogna stare in guardia, la storia lo insegna.

mercoledì 16 marzo 2011

Per il 100° dell'Unità d'Italia



" Tutti i parenti miei stanno in America e io pure ci andrò, appena finita la scuola.
Il mio paese, qua in Italia, è solo provvisorio: il vero Pontelandolfo sta oltre Oceano, nel New Jersey degli Stati Uniti.
Mio zio ha fatto la guerra nel Pacifico nei marines e un altro zio sbarcò a Salerno e venne pure a trovarci portando ogni ben di Dio.
Qua tutti vanno in America, per tradizione, e mi hanno raccontato i nonni che una volta Pontelandolfo fu distrutto e messo a fuco perchè i paesani erano briganti. Da quella volta tutti furono emigranti.
Molti fecero fortuna come cittadini americani, però non hanno mai dimenticato l'origine e il paese. Per noi New York è più vicino di Milano e sappiamo l'inglese meglio dell'italiano.
A scuola ci hanno detto che cent'anni son passati dall'Unità d'Italia. Cent'anni sono tanti e noi non ce ne siamo accorti."

lunedì 14 marzo 2011

Dare lo scettro al cittadino (R.Ruffilli)

In pochi giorni si è assistito ad eventi che mostrano come le cose della politica cambiano in una diffusa inconsapevolezza. A Napoli sono state ufficializzate (o quasi) le candidature per i principali schieramenti politici che si contenderanno, tra pochi mesi, il Comune,mentre a Roma si è svolta una manifestazione a difesa della Costituzione.
Per le comunali di Napoli risulta evidente il fallimento della concezione del Partito democratico come partito degli amministratori, così come alla nascita era stato auspicato soprattutto da Romano Prodi e ripetuto da tanti leader.
Il partito degli amministratori significa l’abbandono del concetto di partito come storicamente era concepito in Italia dalla fine dell’ottocento: una comunità politica filtrata attraverso le esperienze politico amministrative compiute ai diversi livelli di responsabilità, ma con una egemonia del vertice di partito. Al riguardo basti considerare che nella “I Repubblica” non era tanto facile per un amministratore locale proiettarsi ai livelli più alti della politica, nel partito e nelle istituzioni, per la evidente ritrosia mostrata dai vertici per chi aveva amministrato gli enti locali. L’esperienza del partito degli amministratori non poteva non avere una battuta d’arresto rispetto a quello che emerge dalla cronaca locale ove gli enti pubblici, svincolati ormai da ogni significativo controllo esterno, sono diventati in pratica trampolini di lancio per superiori carriere, mediante un uso clientelare delle funzioni svolte. Clientela e spesa pubblica sono diventati dunque gli ingredienti per salti da un livello ad un altro delle istituzioni pubbliche.
Consapevolmente o non, la partita che si è giocata a Napoli nell’ambito del Pd mostra questa traccia di interpretazione. La calata dall’alto di un Ranieri, uomo di lunga esperienza politica di partito e nel Parlamento nazionale, si è scontrata con una candidatura, quella di Cozzolino, che all’ombra di Bassolino si è caratterizzata appunto per le enormi possibilità di spesa e di simpatie elettorali dovute al lungo periodo di governo al Comune e in Regione Campania. Il risultato è che il partito a Roma ha deciso per un prefetto, per chiudere la partita. Il Prefetto Morcone ,tanto per trovare conferme, se la vedrà con un ex magistrato e con un rettore di università. Proposte di candidature queste che dimostrano quanto sia profondo, almeno per le grandi città, la diffidenza per i livelli locali politico-amministrativi.
A Roma tanta gente è scesa in Piazza per difendere la Costituzione. Ottimo proposito, condivisibile. Appare però che non molti si sono resi conto che la nostra Costituzione per la gran parte risulta oggi un bel quadro da appendere al muro. Discorso lungo, questo, ma basti considerare come i tanti aspetti della vita economica, sociale, sono oggi determinati da scelte assunte in sede europea e nemmeno sulla base di pronunciamenti del Parlamento, eletto ogni 5 anni, ma da strutture, quali la Commissione ed il Consiglio, che non rispondono direttamente ai cittadini dell’Unione. Tanto si voleva questa “Costituzione europea” che sono stati necessari due tentativi, con diversi testi e perchè l’esito di referendum confermativi espressi in alcune nazioni (Francia- Olanda) aveva dato esito negativo sul primo testo e per qualcuno per il secondo testo si è imposto un doppio referendum(Irlanda).
In Italia la “Costituzione europea” è stata approvata in Parlamento negli ultimi giorni di luglio del 2008, all’unanimità dei parlamentari e senza consultare i cittadini. Come volevasi dimostrare siamo i primi della classe in Europa e molti cittadini pensano che il loro destino è governato ancora dalla Costituzione italiana del ’48.
Come dire: due casi che dimostrano quanto sia inconsistente il protagonismo mostrato in piazza e nei partiti da tante persone di buona volontà.
Roberto Ruffilli auspicava di assegnare lo scettro (del potere politico) al cittadino…evidentemente qualcosa è andato storto in questi anni.

giovedì 10 marzo 2011

Senza limiti



Debordanti, insaziabili, così appaiono i poteri che ci circondano e tale connotazione non riguarda solo entità collettive o corpi sociali di varia natura e composizione. Riguarda molte persone, individui con nomi e cognomi.
E’ facile per molti mettere alla berlina il cavaliere nazionale che, incurante, degli incarichi pubblici e delle fortune private, dei figli e nipoti, se la gode come e quanto vuole. E’ possibile ricordare il vecchio adagio per cui i popoli hanno i governanti che si meritano? Non per cadere nella solita guerricciola all’italiana, ma il caso Marrazzo ha preceduto nelle cronache le vicende di Arcore. Chi vuole distinguere tra i due casi faccia pure, a me non interessa tanto.
Smodato ed insaziabile appare il potere economico delle grandi imprese internazionali che impongono salari da fame mentre gli ingaggi dei loro dirigenti raggiungono livelli da nababbi. E’ stato ricordato (solo da poco, ma si potevano scorgere queste tendenze già a partire da un decennio fa) che il Valletta amministratore della Fiat negli anni ’50 incassava 20 volte lo stipendio di un suo operaio, oggi Marchionne ne incassa 400 volte tanto. Non basta. Sia il Marchionne, che le grandi imprese di servizi, che interi stati ( Wisconsin, Utah negli U.S.A) con decisione sinergica, tra pubblico e privato, impongono ormai contratti individuali: per il rapporto di lavoro,per i contratti di forniture di servizi. Risulta chiaro l’obiettivo: come fai a difenderti da solo contro una grande impresa, un governo? Impossibile.
Siamo all’esaltazione senza limiti della ideologia liberista, ove conta l’individuo solo e senza o scarsa tutela.
Appare smodato lo slancio con il quale anche in questi giorni si hanno notizie di assalti alla diligenza pubblica ovvero alle casse foraggiate da un fisco sempre più esoso, da parte di schiere organizzate per occupare gli ultimi posti nelle municipalizzate, nelle spa miste, ove il capitale è pubblico ma i favori e le prebende sono privati. Ultima risorsa per aggirare i limiti che oggi scontano gli enti pubblici in presenza della crisi economica.
Senza limiti e debordante è la voglia di bombardare e di occupare, di sfasciare, di dividere e di comporre che caratterizza questi anni. Sembrava tutto messo apposto dopo le guerre mondiali, che avevano martoriato l’Europa e dopo l’abbandono delle colonie, che già si è rimesso in moto il domino geopolitico, quel grande gioco di cui si parlava al tempo degli imperi britannico, russo e ottomano.
Alla ricerca di nuovi mercati e di nuove fonti di energia si scompongono stati, si cancellano confini e si disegnano di nuovi, magari con la giustificazione dell’intervento umanitario, di accuse non provate. A proposito, in questi giorni il magnifico Tony Blair è processato a Londra perche il suo intervento in Iraq non trovava ragioni valide, anzi era basato su informazioni falsamente costruite.
Il dramma in tutto ciò è che maree di persone assistono e tifano, magari appoggiano e giustificano, magari si dividono ( per noi italiani è facile siamo abituati: Mazzola-Rivera, Lollo-Sofia, Bartali-Coppi) senza rendersi conto di partecipare ad una fase della storia in cui non sono i popoli ad essere protagonisti ma solo predoni senza scrupoli, bande che non hanno limiti.
Sono gli effetti della “Distruzione creatrice” , creerà il Mondo Nuovo…speriamo bene.

sabato 5 marzo 2011

La rivolta del pane



Le analisi di esperti internazionali di agricoltura ed economia risultano più fondate per spiegare la situazione che si è creata in Nordafrica e nel Medioriente.
Le ribellioni, le sollevazioni di ampi strati delle popolazioni, sono da giustificarsi in ragione dell’aumento significativo dei generi alimentari.
Come da noi nel 1899 a Milano i cannoni spararono perché la gente si ribellava all’aumento del costo del pane e non perché era stato appena scoperto il telegrafo senza fili.
Alle società opulenti dell’occidente (o meglio agli strati acculturati e garantiti) sembra facile giustificare ciò che avviene spiegando che il tutto è dovuto alla diffusione di mezzi tecnologici che permettono una più vasta comunicazione in direzione della conquista di una democrazia formale. In realtà il mondo già aveva visto la diffusione della stampa tipografica, dei giornali, della radio e della televisione, il che non significa che di per sé questi mezzi siano stati le solo ed esclusive cause dei moti, delle sollevazioni verificatisi nella storia. Sono e restano mezzi di comunicazione. In Nordafrica è stato necessario il suicidio di un giovane tunisino ad accendere la miccia della rivolta e le cause sono nell’impoverimento di ampi strati della popolazione, oggi che in quei paesi gli effetti del Mercato e della Globalizzazione hanno fatto sì che l’agricoltura sia sempre più abbandonata in favore delle attività connesse all’estrazione del petrolio.
Sono gli effetti perversi della cultura dominante che sconvolgono popoli ed economie, tradizioni, mestieri e dunque mettono a repentaglio la convivenza civile appena il sistema affronta una curva o un ostacolo. Il sistema non è perfetto, dunque, e non appaiono significative le analisi che i ceti dirigenti in Italia danno della situazione attuale. Mentre gli americani(che non hanno nemmeno un’ambasciata, né rapporti storici con la Libia) si avvicinano con le loro navi alle coste del paese in rivolta, in Italia si discute delle magnifiche possibilità che i computer ed altri mezzi ci danno per giocare alla rivolta in casa nostra. Non basterà questo a quanto pare, né la rivolta potrà farla chi immagina che le sollevazioni possano essere fatte sulla base di slogan e parole d’ordine che lambiscono solo di striscia le masse dei lavoratori, dei disoccupati e dei ceti produttivi, precari e non.
In Africa e nel Medioriente i popoli non si sollevano per conquistare le libertà di cui noi godiamo e di cui abusiamo, si sollevano per garantirsi bisogni primari, in termini di democrazia politica e, soprattutto, in termini di democrazia sostanziale.
Se il vento della protesta raggiungerà, come si pensa, quest’altra parte del Mediterraneo troverà un ceto politico che tra affittopoli e svendopoli, tra tangenti legalizzate e battaglie per i “diritti individuali”, è ormai del tutto incapace di leggere la realtà che si è determinata in questi nostri tempi, avendo delegato ad altri soggetti, sul piano internazionale, la soluzione dei problemi e ridottasi a qualcosa che nemmeno l’avanspettacolo a teatro aveva saputo rappresentare.
Come ai tempi della decadenza di Roma, governata da un ceto politico screditato e gaudente, forse bisogna sperare nei “barbari” per rinascere.
P.s.:dimostrazioni sono in corso, come si sà, anche in Grecia, nei Balcani, in Spagna.......ed anche negli U.S.A.

martedì 1 marzo 2011

Li chiamarono...briganti



Nessuno ci capisce niente e comunque davvero è poco chiaro quello che succede nel Nordafrica. Quali le cause di quelle rivolte? La vita che costa sempre di più per masse già abituate alla povertà e che oggi si ribellano alla mancanza del necessario? Un’alta percentuale di giovani che si ritrovano senza lavoro, seppure acculturati e capaci di collegarsi con l’occidente opulento?
C’è chi parla di cambiamenti indotti perché quelle nazioni, anche loro, stanno diventando appetibili come nuovi mercati economici e finanziari. Basta osservare al riguardo le etichette dei prodotti presenti nei supermercati qui da noi per capire che l’esternalizzazione delle fabbriche non ha riguardato solo l’est europeo, ci sono prodotti con marche note (anche italiane) che provengono ormai dalla Tunisia, dal Marocco, dall’Algeria. Se lo sviluppo economico indotto con rapidità dalla “globalizzazione” riguarda oggi anche quei paesi, non possiamo meravigliarci che le dinamiche già conosciute non vengano a realizzarsi anche da loro, così come già avvenuto negli ultimi decenni nell’est europeo.
Se qualcuno immagina che anche in questi casi la forza dell’economia e della finanza ispira, come in altre occasioni della storia, gli sconvolgimenti sociali e istituzionali, c’è da dire che osserviamo però qualche novità.
Appare significativo il fatto che sempre più queste profonde trasformazioni nascono e sono attuate non sempre, come ieri, per effetto di interventi militari, magari giustificati come “interventi umanitari”. Oggi la tecnica è diversa, si basa su un lavorio non appariscente che induce strati della popolazione a ribellarsi con sapiente determinazione, al momento giusto, con modalità tali da determinare subito un isolamento degli stati protagonisti dalla comunità internazionale.
Che i popoli siano effettivamente beneficiari di questi processi è tutto da vedere.
Senza fare retorica con la testa girata all’indietro, possiamo qui nel nostro Paese tenere presente quanto è costato il processo di unificazione di cui si celebra l’anniversario in questi giorni. La retorica ufficiale non tiene conto di tanti aspetti, crudeli, interessati, impopolari, che caratterizzarono quella storia. E non sempre è facile riannodare i fili della memoria di una vicenda che ha portato spossessamenti ingenti ed emigrazione di massa.
Anche su questo il politicamente corretto non consente una sincera ricostruzione ed un doveroso ricordo degli avvenimenti che furono, che riguardarono successive generazioni e che ancora influenzano l’attualità, la cronaca, la politica, il senso civico, il rapporto tra le diverse parti della Nazione.
Anche in questi giorni, come allora, si sente qualcuno dire che non basta cambiare padrone per acquistare la libertà.

mercoledì 23 febbraio 2011

Bordello Italia



Fa cadere le braccia l’informazione che si riceve in questi giorni da parte dei mezzi di informazione principali e dal passaparola, che anche per le piazze telematiche, tocca argomenti di attualità. Di molti altri argomenti il silenzio è la regola, conviene non parlarne.
La crisi dei paesi del Medi oriente, che pure ci riguarda da vicino, viene ancora una volta ad essere lo spartiacque tra berlusconiani ed antiberlusconiani, con corredo di barzellette e vignette che tanto divertono ma nulla aggiungono alla comprensione dei fatti. Tra una partita e l’altra l’italiano medio si sollazza a chi la spara più grossa sul cavaliere, fa moda.
Non si comprende bene la ragione delle rivolte in contemporanea nei paesi arabi contro i governi nazionali, le ragioni si sprecano, forse è la crisi che solleva più facilmente che da noi masse impoverite ancor di più dall’aumento dei prezzi di beni primari? Chissà, sarebbe bello discuterne, ma anche nei salotti televisivi si riduce il tutto a sbeffeggiare le villanie del leader libico e la sua sintonia col governante pro tempore italiano. Insomma risulta difficile abbandonare per qualche giorno il Bunga bunga per parlare di questioni internazionali, di economia, di assetti strategici che si modellano sotto i nostri occhi. Un’intera classe dirigente non ha capacità, volontà, di affrontare problemi e scenari che sicuramente ci riguardano e che con ogni probabilità renderanno ancor più difficile la situazione già compromessa di milioni di cittadini di questo Paese.
Si potrebbe parlare dell’allarme circa l’elevato livello di corruzione che è presente in Italia, allarme lanciato in questi giorni dalla Corte dei conti che ha parlato di “corruzione patologica? Nemmeno per sogno, ognuno fa finta che il fatto non lo riguarda e tutti sono più autonomisti e federalisti degli altri, non considerando che le più forti autonomie concesse negli ultimi tempi agli enti locali hanno prodotto quella corruzione e quel malcostume che oggi caratterizza fortemente le amministrazioni pubbliche.
Il Pio Albergo Trivulzio, a Milano, è di nuovo nella bufera, come all’alba di tangentopoli,perché luogo di smistamento di favori per i potenti di ogni colore a danno degli effettivi aventi diritto? No, non se ne parla, perché, come si dice in questi casi “ il migliore di noi ha la rogna addosso”, meglio lasciar perdere.
E dunque come potrebbe nascere una rivolta, una ribellione, un moto popolare, in questo Paese se i fondamenti dell’informazione, del dibattito e la realtà di interessi concreti porta lontano dalla capacità di concentrare l’attenzione sui veri mali che attanagliano la cittadinanza?
Mentre si discute di “chi lo fa meglio e di chi lo fa in maniera rozza”, perché in fondo questo è il vero argomento in discussione a proposito del cavaliere, il corpo del Paese và in malora, anzi in putrefazione, non essendo presenti capacità vere per un vero rivolgimento dello stato delle cose.
Se una crisi economica e una situazione di insurrezione generalizzata non sono capaci di andare oltre la discussione sul Bunga bunga, cos’altro ci vorrà per dare una scossa a questo Paese?
Qualche mese fa si rappresentava sulla stampa internazionale l’Italia con un Meridione distinto e denominato con la parola Bordello....và aggiornata quell’immagine, è l’intera nazione che può pregiarsi di quella parola. D’altronde anche da noi cresce il numero di quelli che riecheggiano la nota frase “per me questi e quelli pari sono” e si tiene lontano dalle urne e dal Bordello.

Il Brigante di Tacca del Lupo



Pietro Germi come Jhon Ford, i Piemontesi come le "giacche blu", i meridionali come gli indiani....il Sud come il West....W l'Italia

giovedì 17 febbraio 2011

La Repubblica delle Bollette



Non sarà come in Egitto e Tunisia o in altri paesi del “Terzo mondo”. In Italia la situazione è diversa, c’è la democrazia.
Abbiamo costruito negli anni un sistema equamente bilanciato con porte girevoli in cui buona parte della popolazione vive di garanzie e privilegi pubblici, una parte vive di sussidi e una parte, purtroppo minoritaria, che si arrangia. Il tutto è legato e si sostiene in forza della compassione internazionale circa lo stato delle cose in casa nostra e la impossibilità di dichiarare il fallimento del sistema Italia: troppo grosso il debito pubblico, ne pagherebbero le conseguenze i creditori e gli speculatori internazionali.
Come si vive in un sistema così fatto? Bisogna attrezzarsi per mettersi al riparo, essere in tutto o almeno in parte protetti dalla spesa pubblica. In fondo lo si nota sempre più spesso. Il lavoratore precario, il grand commis, l’amministratore pubblico ad alta indennità, si tengono per mano; guai a parlare male degli alti stipendi delle Caste perché il primo sostenitore e difensore di questi ultimi è il lavoratore socialmente utile o il bidello precario, perché avvertono di far parte dello stesso Sistema: se cadono i primi corrono rischi anche gli ultimi.
Non sarà dunque come in Egitto o Tunisia perché lì il rincaro dei prezzi dei beni alimentari ha portato alle estreme conseguenze di una rivolta, qui la spesa pubblica è “più democratica”, corre per mille rivoli e accontenta molti con troppo e molti altri con poco, in ogni caso li accontenta: è appunta democratica.
Basta passare per le strade di un paese e si leggono di continuo manifesti pubblici che avvertono delle provvidenze più diverse: “bonus” bebè, per l’elettricità, per il gas, per il latte, per il canone di locazione, corsi a pagamento per gli indultati (ex carcerati) finanziamenti per le veline, per il caseificio…e così via.
E chi dovrebbe protestare? Rimangono quelli che, restando fuori dal giro, si inventano giorno dopo giorno un lavoro e si costringono a tenere in piedi attività sempre più oggetto di vessazioni sotto forma di esazioni fiscali, di adeguamenti alle famigerate direttive europee, di bollette, di tributi inventati giorno per giorno solo per fare cassa e sostenere le Caste e non per altre ragioni.
Chi protesta di fronte ai continui rincari di tutto ciò che è obbligatorio o necessario? Il massimo che si riscontra è il lamento e la conseguente provvidenza in forma di riduzione parziale per le categorie a basso reddito, che porterà l’interessato a salire le scale dell’amministrazione per ottenere compassione.
Una società liberale, come era stato annunciato dopo tangentopoli, è quella in cui la maggior parte dei cittadini riesce a vivere di vita propria, rimanendo come residuale l’intervento del sistema pubblico per limitati casi di necessità.
Quello che si vede in giro nulla ha che fare con una società liberale, né con un sistema di mercato, rettamente inteso.
Una situazione di questo tipo, dove nessuno contesta la gestione generale della cosa pubblica, nemmeno di fronte alle continue e aumentate richieste di pagamento per servizi, tributi ed ogni altro onere necessario per vivere, dimostra che la furbizia o la rassegnazione hanno preso il posto di ogni altra manifestazione del concetto di cittadinanza.
Equamente divisi si continuerà con questo andazzo, augurandosi solo di essere dalla parte giusta per vincere alla roulette della Repubblica delle Bollette.
I furbi e i rassegnati non hanno la convenienza, né la forza, per fare rivolte. L’Egitto è lontano, qui c’è la democrazia.

lunedì 14 febbraio 2011

Giuliano Ferrara? No.



Giuliano Ferrara? No."Nicola Bombacci, romagnolo e socialista massimalista con Mussolini. Segretario del Partito socialista conobbe Lenin durante la Rivoluzione sovietica, fondò il Partito comunista a Livorno nel 1921. Allontanatosi dai comunisti aderì al fascismo solo alla fine, quando negli anni di Salò espresse la sua notevole capacità oratoria."

venerdì 11 febbraio 2011

Lazzari



Le celebrazioni sono anche un momento per ripensare i fatti e le scelte a suo tempo compiute. Quelle per l’Unità d’Italia (dal 1861) sollecitano un problema che anche in questi anni ed addirittura in questi giorni è sempre stato presente nella storia di questo Paese, tra i meno esplorati o forse sottovalutato, trattandosi di panni sporchi, da non mostrare nelle vetrine ufficiali.
Mai si è voluto fare i conti con gli esiti di quella che tecnicamente fu una guerra di occupazione, ovvero l’occupazione del meridione e del centro Italia, allora autonomi stati rispetto a quello del regno del Piemonte.
Occorre subito dire che l’anelito all’Unità d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, veniva da lontano, era diffuso, e dunque, sia pure avvenuta in maniera controversa, la sua realizzazione non può essere messa in discussione.
Nacque però immediatamente una “Questione meridionale”, dovuta all’approccio totalmente diverso rispetto al sistema precedente nell’organizzazione sociale ed economica delle nuove terre conquistate: la leva obbligatoria per famiglie di contadini, assolutamente difficile da sopportare; la privatizzazione delle terre demaniali, sulle quali i contadini trovavano sostentamento con una regolazione civica secolare; lo spossessamento di beni della Chiesa che pure davano conforto a strati poveri delle aree interne.
Mentre si compiva una feroce repressione, con un esercito di 120 mila soldati e con l’innesco di una vera e propria guerra civile, con migliaia e migliaia di arresti e fucilazioni, per sfuggire alle severe leggi di guerra e alle angherie della borghesia meridionale, delle imprese settentrionali (ed estere) che ammassavano le nuove ricchezze, milioni di meridionali facevano le valigie e partivano “per terre assai luntane” imbarcandosi sui “bastimenti”, come recita una famosa canzone napoletana.
Mai si è parlato approfonditamente di questi effetti e delle cause che le produssero. Molto si ritrova in racconti popolari, romanzi e soprattutto nelle canzoni d’epoca.
Non fu questo un fenomeno circoscritto ad anni particolari, ha avuto seguito nei decenni del ‘900 e con sé reca una ulteriore Questione che ancora si strascina in questo Paese e che riguarda la possibilità, necessità, l’opportunità, di rappresentanza politica dei cosiddetti “Lazzari”. La storiografia ufficiale, il cinema, la cultura diffusa hanno sempre rappresentato quei fenomeni, di ribellione e poi di abbandono, come espressione di un mondo arretrato, di cafoni, di “africani del Meridione”, di “Lazzari”, come si sentiva dire anche da esponenti autorevoli della cultura e della politica.
In Italia questo problema c’è e riemerge periodicamente ad ogni passaggio della vicenda sociale e politica.
Chi e come rappresentare ceti poveri economicamente o culturalmente è una questione che si trascina dalla fondazione dello stato italiano. Se caliamo un velo su quello che è stato il fascismo, possiamo dire che la Questione si è posta nel dopoguerra ed è stata affrontata con notevoli energie da parte dei partiti di massa, partiti sicuramente dotati, al di là di strategie ed obiettivi particolari, di culture sicuramente “popolari” e si può dire che al netto di ogni nefandezza che reca con sé l’azione politica di ogni tempo e colore, lo sforzo in quel senso è stato visibile.
Con lo sfascio della “I Repubblica” la Questione emerge in tutta la sua enorme evidenza perché non sembra che i partiti come oggi strutturati, in balia come sono di star del momento, possano essere luoghi di rappresentanza dei veri interessi dei ceti popolari di questo Paese.
Quando partiti ed organizzazioni politiche mutano la loro ragione sociale in funzione degli interessi della parte ricca, evoluta, di questo Paese e finiscono per essere il riferimento della “Upper class” raffinata, colta che ha a cuore i cosiddetti “diritti individuali” e che si pone l’obiettivo di sanzionare i “comportamenti”, vuol dire che poco spazio rimane, sostanzialmente, per i tanti che affrontano le difficoltà materiali della vita, di quelli che al contrario sono esposti alle incertezze del tempo, del Mercato e della Globalizzazione.
La storia si ripete, ancora oggi c’è chi non vuole dare rappresentanza ai ceti popolari: sono minoranze organizzate della cultura, dell’economia, dell’informazione, che si ergono come giudici supremi a dispetto delle regole della democrazia.
Il fascismo cadde per un voto contrario a Mussolini ad opera del Gran consiglio, qui gli intellettuali con la erre moscia vogliono il cambio di regime con la sommossa popolare, come fossimo in Egitto. Lì però la sommossa è nata per il rincaro del pane, qui dovrebbe nascere perché ai nostri raffinati intellettuali dispiacciono certi “comportamenti”.
Se la lettura dei fatti è esatta dispiace prendere atto che il Cavaliere riesce, ancora oggi e nonostante tutto, ad essere riferimento per gli interessi popolari diffusi, quegli interessi che le minoranze colte ed organizzate di questo Paese non vogliono che siano rappresentati.

domenica 6 febbraio 2011

Appena ieri



Se si vuole ripercorrere la storia della politica degli ultimi tempi non si può prescindere da luoghi e persone che hanno in modo deciso caratterizzato il corso degli avvenimenti. In questo revival Bologna ci sta tutta, con Prodi, Andreatta, l’associazione Il Mulino, la sinistra, i cattolici democratici, i socialisti e perché no la musica e poi scrittori, giornalisti, alla Edmondo Berselli, capace quest’ultimo di dare pennellate emozionali sulle radici e sulle speranze.
Erano gli anni in cui Forattini sintetizzava quella realtà disegnando Prodi in veste da parroco.
Poi è cambiato tutto, i banchieri hanno preso il posto delle cooperative e delle case del popolo, la finanza ha preso il sopravvento e tutti a dire che questo è il Progresso.
Ed oggi che le speranze si sono attenuate e tutto gira intorno ad happening emozionali che si svolgono tra Palasport, ville brianzole e sciarpe viola conviene riascoltare cose più semplici, con musica mai dimenticata e parole piene di speranza.

sabato 5 febbraio 2011

La Patrimoniale....e te pareva!



Ci risiamo.
Quando parla Giuliano Amato significa che le cose si fanno serie e serie le cose sono non esclusivamente per i successivi interventi di economisti ed esponenti politici, preoccupati questi ultimi di giocarsi l’argomento solo in vista di elezioni. Il fatto è serio perché i Grand commis (i veri padroni) dell’Europa hanno già deciso: occorre ridurre drasticamente l’indebitamento pubblico degli Stati. La soluzione segue la semplicità dei ragionieri europei(BCE): trasferire parte del debito statale ai propri cittadini. In Italia significa accollare ad ogni cittadino, secondo alcuni calcoli, 30 mila euro.
Semplice. Cosi ragionano le divinità della Nuova Religione Europea.
La patrimoniale in Italia si risolverebbe solo in un prelievo straordinario (così come già avvenne nel ’92 proprio con il Presidente del Consiglio Amato) e dopo pochi anni si ripresenterebbe di nuovo il problema.
Taglierebbe ogni possibilità di evoluzione sociale per milioni di giovani, per mancanza di risorse personali e familiari.
Non scalfirebbe più di tanto le storture di un sistema economico sociale che negli ultimi anni ha gettato sul lastrico milioni di imprese e di lavoratori con la scusa della Globalizzazione e del Mercato e che ha regalato la più grande crescita di redditi a qualifiche e categorie, non solo del privato, ma soprattutto del pubblico. Il Marchionne della Fiat che guadagna 400 volte il salario di un operaio, il Catricalà che cumula i 500 mila euro annui da presidente Antitrust e i 9 mila euro netti al mese come giudice del Consiglio di Stato, il Faziofabio a 2 milioni annui per fare pubblicità a libri e film…. Chiunque può continuare il discorso, gli esempi sono tanti.
Se proprio manovre economiche devono essere assunte si parta da una riparametrazione di stipendi pubblici alla luce delle diverse condizioni economiche ed anche in considerazione che in Italia il posto pubblico si conserva a vita (altro che Mercato).
Si continui con un effettivo controllo della spesa pubblica erogata dagli enti di ogni livello, dando una scossa ai giudici della Corte dei conti che in questo Paese dormono (guadagnando parecchio) e danno tanto spazio, a volte improduttivamente, ai pubblici ministeri.
Se manovre straordinarie si debbono assumere si riconsideri l’enorme, crescente, spesa militare connessa a scelte di politica estera non coerenti con l’art. 11 della Costituzione.
E se proprio si vuole fare un discorso serio per l’evasione fiscale, oltre ad incrementare i controlli sulla spesa (redditometro e “spesometro”) a carico di qualunque cittadino, si passi a far emergere una volta e per tutte i cumuli di soldi in contanti che persone di ogni categorie tengono nascosti in cassaforte, cassette di sicurezza o sotto il materasso (in Italia, soprattutto, ed anche all’estero).
Questi soldi (sicuramente tanti)per “riciclarsi in soldi puliti”, dovrebbero essere investiti in titoli dello Stato e vincolati (diciamo) per 10 anni, a tasso zero. Ne conseguirebbe un enorme sollievo per la finanza pubblica.
Chissà se Amato ed altri hanno mai pensato a soluzioni diverse da quelle solite e per le quali se vincono un’elezione ne perdono in seguito altre quattro.

martedì 1 febbraio 2011

La nostra "rivoluzione"



Se i tumulti, le rivolte del nord africa sono autentiche espressione di un malessere di ceti impoveriti dalla crisi internazionale e non rivolte di palazzo ben costruite, come pure si sussurra, presto si potranno vedere cose analoghe su quest’altra sponda del Mediterraneo. Vi sono già segnali che qualcosa di simile si voglia provocare in Italia o in altre nazioni europee. Il Belgio da molti mesi è senza governo, i paesi iberici sono nel pieno di una crisi finanziaria.
Da noi si corre un rischio, ovvero il paradosso di veder provocare sommosse non per la crisi economica che sempre più stritola il ceto produttivo e i lavoratori a basso prezzo e con diritti sempre più limitati, ma per conservare i vantaggi di ceti e protagonisti di questo Paese sempre più malato.
Appare evidente che segnali di raccolta in piazza e propositi di colpi di mano vengano dai ceti abbienti ed esponenti dello star system, conduttori televisivi ad alto ingaggio, finanzieri d’assalto, grand commis.
Che questi signori possano fare davvero la “rivoluzione” o tentare il colpo di mano è nel novero delle cose possibili: hanno le leve del potere economico e soprattutto della comunicazione, strumento fondamentale in una società non più influenzata da culture politiche, ma dalla capacità di produrre emozioni, eventi, spettacolo. In una situazione del genere basta lavorare, sapientemente, con televisioni ed internet (face book ed altri) per accendere la miccia.
Ancora una volta assistiamo così a conflitti che si ripetono nella storia di questo Paese ove periodicamente una minoranza organizzata riesce a comprimere i veri interessi dei ceti produttivi e dei lavoratori di ogni settore, pur di conservare gli enormi privilegi che negli anni ha accumulato, al riparo di ogni limitazione propagata per tutti gli altri. Sono anni ed anni che la televisione, tra una partita di calcio e l’altra, un giorno si e l’altro pure, ammansisce le masse di cittadini convincendola che purtroppo il Mercato, la Cina, la Globalizzazione, impongono di stringere la cinghia.
Dunque il paradosso è che mentre in Tunisia, in Egitto ed altrove le masse depauperate dalla crisi e da sistemi ingiusti (le loro Caste) si ribellano, qui da noi sentiamo suonare la tromba da parte dei soliti noti, ricchi e stragarantiti, che chiamano a raccolta i tanti cittadini “per difendere la democrazia”.
Vedremo, sarà interessante capire quanti operai di Marchionne seguiranno i Faziofabio a 2 milioni di euro all’anno.