«Assai dotato, costante e intelligente,
Ul'janov è sempre stato in testa alla sua classe e alla fine del corso ha
meritato la medaglia d'oro come allievo più degno per l'esito, il profitto e il
comportamento». Così il direttore del ginnasio, al termine degli studi
superiori del rivoluzionario russo. Il futuro capo dei bolscevichi si laureò in giurisprudenza a Pietroburgo. Poteva divenire un tranquillo
avvocato, benestante e rispettato, magari un funzionario imperiale. Invece,
sappiamo come finì e come fu travagliata la sua vita.
Esempio estremo? Passiamo
in Italia e nei giorni in cui si elegge il nuovo Presidente della Repubblica
viene in mente Sandro Pertini, che di lauree ne aveva due, eppure si diede ad
una vita difficile e pericolosa, per passione politica.
Due esempi, tra i molti,
che spiegano quanto le passioni della politica possono mettere a repentaglio
vita, relazioni, destini già segnati e come risulta difficile oggi il confronto
con chi segue analogamente i passi dell’impegno pubblico.
Non me ne voglia, ma il
confronto corre subito con il magistrato Ingroia, perché solo a lui negli
ultimi tempi è balenato in testa di usare la parola “rivoluzione” e gli esiti
prodotti nella contesa elettorale con gli strascichi di questi giorni mostrano
quanto fuori luogo sembrava quella parola, ma addirittura chi la usava.
Antonio (Ingroia) dopo aver
avviato indagini con l’intenzione di riscrivere la storia, se ne va in Guetamala,
passa per i palchi di tutta Italia (perché candidatosi ovunque) per ritornare a
Palermo. Il nostro potrebbe sovraintendere alla riscossione delle imposte nella
ricca regione di Crocetta, ma non gli va di rinunciare alla magistratura. Se la
prende con il Csm che evidentemente non lo accontenta. Il nostro non vuole
correre i rischi della politica, vuole tenersi stretto il ruolo nello Stato e
mai potrebbe rinunciare al paracadute del rientro nei Tribunali. Antonio è
italiano, è furbo, attento, come quelli che non rinunciano alla “maglia della
salute”, nemmeno d’estate.
Bisogna prendere esempio da
Antonio, altro che il grande padre russo e il presidente partigiano (sei
condanne, due evasioni). Antonio ci mostra la via: oggi la “rivoluzione” la si
fa a carico dello Stato, o magari dell’Onu.
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