lunedì 15 aprile 2013

W la rivoluzione



«Assai dotato, costante e intelligente, Ul'janov è sempre stato in testa alla sua classe e alla fine del corso ha meritato la medaglia d'oro come allievo più degno per l'esito, il profitto e il comportamento». Così il direttore del ginnasio, al termine degli studi superiori del rivoluzionario russo. Il futuro capo dei bolscevichi si laureò in giurisprudenza a Pietroburgo. Poteva divenire un tranquillo avvocato, benestante e rispettato, magari un funzionario imperiale. Invece, sappiamo come finì e come fu travagliata la sua vita.
Esempio estremo? Passiamo in Italia e nei giorni in cui si elegge il nuovo Presidente della Repubblica viene in mente Sandro Pertini, che di lauree ne aveva due, eppure si diede ad una vita difficile e pericolosa, per passione politica.
Due esempi, tra i molti, che spiegano quanto le passioni della politica possono mettere a repentaglio vita, relazioni, destini già segnati e come risulta difficile oggi il confronto con chi segue analogamente i passi dell’impegno pubblico.
Non me ne voglia, ma il confronto corre subito con il magistrato Ingroia, perché solo a lui negli ultimi tempi è balenato in testa di usare la parola “rivoluzione” e gli esiti prodotti nella contesa elettorale con gli strascichi di questi giorni mostrano quanto fuori luogo sembrava quella parola, ma addirittura chi la usava.
Antonio (Ingroia) dopo aver avviato indagini con l’intenzione di riscrivere la storia, se ne va in Guetamala, passa per i palchi di tutta Italia (perché candidatosi ovunque) per ritornare a Palermo. Il nostro potrebbe sovraintendere alla riscossione delle imposte nella ricca regione di Crocetta, ma non gli va di rinunciare alla magistratura. Se la prende con il Csm che evidentemente non lo accontenta. Il nostro non vuole correre i rischi della politica, vuole tenersi stretto il ruolo nello Stato e mai potrebbe rinunciare al paracadute del rientro nei Tribunali. Antonio è italiano, è furbo, attento, come quelli che non rinunciano alla “maglia della salute”, nemmeno d’estate.
Bisogna prendere esempio da Antonio, altro che il grande padre russo e il presidente partigiano (sei condanne, due evasioni). Antonio ci mostra la via: oggi la “rivoluzione” la si fa a carico dello Stato, o magari dell’Onu.

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