Tra le macerie,
rimane in piedi la Costituzione che ancora una volta dimostra di essere, anche
nella parte relativa all’organizzazione dello Stato, uno strumento saldo ma
opportunamente modellabile alle necessità.
L’ingorgo
istituzionale che si è creato e che ha dato occasione alle sconcertanti vicende
di questi giorni è stato frutto dell’incapacità di una classe politica (di buona
parte di essa) di esprimere cultura di governo.
La normalità vuole
che fatte le elezioni, si formi un governo. Questo non è avvenuto per le note
contrapposizioni tra le parti politiche maggiori del nuovo Parlamento. Non è
colpa della Costituzione ma di chi aveva più carte in mano l’aver scaricato il
problema sulla concomitante elezione del Presidente della Repubblica. Prova di incapacità.
La Costituzione non
vieta la rielezione di un Presidente, ma è significativo che per la prima volta
si giunga a questo per tappare una falla che rischiava derive pericolose inneggianti
addirittura ad una novella “marcia su Roma”(con Rodotà e Vendola in testa ai
manipoli?). Sarebbe il caso per qualche rivoluzionario, nell’epoca del dominio
dei banchieri, di ricordare che i rivoluzionari del novecento non esitarono a
formare governi di coalizione con altri partiti all’inizio della loro avventura
politica, per assicurarsi successivamente il dominio politico.
Questo per i
rivoluzionari, ma per i democratici nemmeno va tanto bene. Qui si vuole
governare da soli non avendo i numeri, ciò, per chi si reputa democratico, è
una grande contraddizione.
La speranza è che
passata la sbornia dei nomi in competizione si arrivi al più presto al cuore
dei problemi e che le nuove forze politiche si cimentino sulle gravi storture che
sono presenti nella società: l’ingiustizia sociale che si consolida sempre più
a favore di una larga casta a danno di milioni di persone che non sanno a quale
santo votarsi.
Il Grillo, che non
vuole immischiarsi nelle responsabilità di governo, è stato votato da milioni
di persone per combattere i privilegi e le fortune irragionevoli di questi
tempi di crisi, non per fare “muina” su questo o quell’esponente della Casta:
lì il portafogli dell’uno vale quello dell’altro.
Finita la ricreazione
delle crisi politiche, delle elezioni, della formazione del governo,
ritorneranno i problemi di sempre e si capirà effettivamente chi ha qualcosa di
nuovo e di concreto da proporre. Che sia riformatore, rivoluzionario o
democratico conteranno i fatti e non i nomi.
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