Restituire imposte con decisione
straordinaria di Governo e Parlamento può essere una scelta politica come un’altra,
ciò che importa, come sempre, è assicurare equilibrio al bilancio e la dovuta
giustizia sociale che viene regolata anche attraverso la leva fiscale.
Le tasse (le imposte) possono
avere nomi, base imponibile, aliquote, come meglio corrispondenti alle
necessità del momento e coerenti con un programma di medio lungo termine, ogni
scelta al riguardo è possibile. Ciò che conta è la rappresentanza degli
interessi che si intende assicurare nell’azione politica.
L’entrata nel sistema euro fu
decisa con l’imposizione di un’imposta straordinaria e tale imposta fu
restituita, così come avvenuto in altri casi di imposte straordinarie (super
bollo sulle auto diesel, sulle società).
La difesa dallo “spread” è
avvenuta, con il Parlamento largamente consenziente, con l’introduzione dell’Imu
anche sulla prima casa, con una scelta che tutti giustificarono allora come
necessaria e straordinaria.
Ciò che rileva in questi discorsi,
oltre i toni accesi tra tifoserie elettorali, è assicurare, come detto,
equilibrio al bilancio e chissà che non ci siano altre entrate possibili a copertura
o tagli alla spesa pubblica, non solo possibili, ma anche doverosi. Molti Paesi
che vivono la crisi economica di questi anni hanno iniziato l’aggiustamento dei
bilanci proprio con i tagli alla spesa pubblica, possibile che in Italia l’unico
verbo da declinare sia quello dell’aggravamento dell’imposizione fiscale? Si
può fare altro, magari a partire da un rinnovo dei livelli alti delle
burocrazie pubbliche dello Stato e di ogni ente mettendo fuori chi ha vissuto
alla grande in questi anni, godendo di stipendi da manager e conservando la
sicurezza del posto di lavoro “all’italiana”?
C’è chi, in questa campagna
elettorale parla di rivoluzione: quale migliore e più efficace rivoluzione
quella di sostituire le attuali leve di boiardi con nuove leve sulla base di
contratti di lavoro più adeguati al momento di crisi? Avremmo maggiore
entusiasmo e minori spese. Le rivoluzioni prevedono l’avvicendarsi di una leva
più giovane e maggiormente responsabile rispetto a quella al potere. Sarebbe il
caso di procedere su questa strada.
Lo scandalo che i tanti “riformisti”
(i)taliani offrono sta nella mancata indignazione verso le situazioni di
privilegio in questo Paese e l’abbarbicarsi verso politiche di maggiore
recrudescenza fiscale che in molti casi producono uno scivolo verso la povertà.
Ma perché indignarsi per una
possibile riduzione d’imposta alle tante famiglie in sofferenza e non indignarsi
per i 620 mila euro per Manganelli o per Befera?
Ma perché i “riformisti” e i “rivoluzionari”
tacciono su queste cose?
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