Senza rivoluzione restano le insorgenze, quelle
reazioni “spontanee”, disorganizzate, incontrollate ed incontrollabili, col
contorno magari (siamo in Italia) della provocazione controllata e del falso
incidente. Giusto per fare “ammuina”.
Il disagio c’è, ormai è chiaro a tutti, anche ai
benpensanti.
Salari e stipendi vengono decurtati per
percentuali sempre più significative per sostenere tributi e servizi pubblici.
Resta poco per il vivere civile, per passare da una vita greve ad una vita
agiata e carica di speranze, in fondo anche questo è un indicatore di civiltà.
Quando si arriva a livelli di tassazione che prendono oltre la metà dei
redditi, insieme ad altre contribuzioni obbligatorie e si resta col portafogli
magro per le proprie necessità, occorre dirlo, si vive male, soprattutto quando
i redditi non sono sicuri, quando c’è crisi, quando si perde il lavoro che c’è.
Di certo non viviamo nei paesi scandinavi ove l’alta tassazione si accompagna
ad un livello di vita civile molto alto ed esteso a tutti i cittadini. Paesi
dove, però, ministri e dirigenti pubblici vanno in bicicletta e fanno la spesa
come i comuni cittadini.
Siamo in Italia e …zacchete già viene a galla la
notizia di quel dirigente di Equitalia che sottotraccia ha interessi con l’immobiliare
che acquisisce le case ipotecate ai debitori fiscali! Insomma anche nella
tragedia la furbizia italiana non viene meno al suo protagonismo. Poi dice che
aumentano i suicidi..che fastidio.
Sono anni che il concetto di casta, con i dati, gli
esempi, i fatti che la caratterizzano, è di conoscenza comune, eppure nulla
succede, nessuno rinuncia a qualcuno dei privilegi, dei superstipendi, delle
commesse, dei finanziamenti. Non si tratta di moralismo, in momenti di crisi vale
la forza dell’esempio, che dovrebbe manifestare chi guida vaste comunità. Il
discorso vale anche in termini puramente economici, perché ormai anche i
sacerdoti dell’economia europea, a partire da Draghi e da Monti, affermano che
dopo le tasse occorre fare i tagli. Lo dicono loro, non i populisti (che
orrore!).
E del resto che altro c’è da fare? Parlano un po
tutti di crescita: quale? come?
Se le regole del commercio internazionale e le
regolamentazioni comunitarie sono quelle e nessuno si sogna di modificarle,
come si può immaginare di invertire il corso delle cose?
Se la politica non tiene conto del disagio di
tanta gente e non mette in discussione le regole del gioco, come può pensare di
guidare i processi sociali? Sono momenti in cui si dubita non solo della
funzione politica ma della vitalità stessa della democrazia. Se i mercati
impongono le proprie regole a danno di moltitudini estese che ne facciamo delle
Costituzioni? Quanto è compatibile l’articolo 1 di quella italiana, che afferma
il primato del lavoro, con l’accondiscendenza di parlamenti e dirigenze
politiche a chi manovra leve finanziarie a scapito di produzione e reddito? E se
questa è la situazione, perché meravigliarsi che un comico dice cose che altri
ignorano o che la gente assalti i gabellieri ad alto reddito?
Prima dell’attentato a Umberto I ci fu la rivolta
a Milano contro la tassa sul macinato (aumentò notevolmente il prezzo del pane),
prima dei moti risorgimentali ci furono le sommosse per l’aumento del prezzo
dei sigari. In America l’indipendenza ebbe la scintilla nella protesta per le
imposte sul tè.
E’ nella storia nobile di ogni Paese un atto di
disobbedienza fiscale (Stati Uniti, Francia, Inghilterra…) e solo la sordità
delle classi dirigenti determina la fine dei regimi, con la particolarità per l’Italia
che la fine potrà avvenire con le risate di un comico: come si sperava nel ’68…guarda
un po!

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