sabato 12 maggio 2012

"Una risata ci seppellirà"


Senza rivoluzione restano le insorgenze, quelle reazioni “spontanee”, disorganizzate, incontrollate ed incontrollabili, col contorno magari (siamo in Italia) della provocazione controllata e del falso incidente. Giusto per fare “ammuina”.
Il disagio c’è, ormai è chiaro a tutti, anche ai benpensanti.
Salari e stipendi vengono decurtati per percentuali sempre più significative per sostenere tributi e servizi pubblici. Resta poco per il vivere civile, per passare da una vita greve ad una vita agiata e carica di speranze, in fondo anche questo è un indicatore di civiltà. Quando si arriva a livelli di tassazione che prendono oltre la metà dei redditi, insieme ad altre contribuzioni obbligatorie e si resta col portafogli magro per le proprie necessità, occorre dirlo, si vive male, soprattutto quando i redditi non sono sicuri, quando c’è crisi, quando si perde il lavoro che c’è. Di certo non viviamo nei paesi scandinavi ove l’alta tassazione si accompagna ad un livello di vita civile molto alto ed esteso a tutti i cittadini. Paesi dove, però, ministri e dirigenti pubblici vanno in bicicletta e fanno la spesa come i comuni cittadini.
Siamo in Italia e …zacchete già viene a galla la notizia di quel dirigente di Equitalia che sottotraccia ha interessi con l’immobiliare che acquisisce le case ipotecate ai debitori fiscali! Insomma anche nella tragedia la furbizia italiana non viene meno al suo protagonismo. Poi dice che aumentano i suicidi..che fastidio.
Sono anni che il concetto di casta, con i dati, gli esempi, i fatti che la caratterizzano, è di conoscenza comune, eppure nulla succede, nessuno rinuncia a qualcuno dei privilegi, dei superstipendi, delle commesse, dei finanziamenti. Non si tratta di moralismo, in momenti di crisi vale la forza dell’esempio, che dovrebbe manifestare chi guida vaste comunità. Il discorso vale anche in termini puramente economici, perché ormai anche i sacerdoti dell’economia europea, a partire da Draghi e da Monti, affermano che dopo le tasse occorre fare i tagli. Lo dicono loro, non i populisti (che orrore!).
E del resto che altro c’è da fare? Parlano un po tutti di crescita: quale? come?
Se le regole del commercio internazionale e le regolamentazioni comunitarie sono quelle e nessuno si sogna di modificarle, come si può immaginare di invertire il corso delle cose?
Se la politica non tiene conto del disagio di tanta gente e non mette in discussione le regole del gioco, come può pensare di guidare i processi sociali? Sono momenti in cui si dubita non solo della funzione politica ma della vitalità stessa della democrazia. Se i mercati impongono le proprie regole a danno di moltitudini estese che ne facciamo delle Costituzioni? Quanto è compatibile l’articolo 1 di quella italiana, che afferma il primato del lavoro, con l’accondiscendenza di parlamenti e dirigenze politiche a chi manovra leve finanziarie a scapito di produzione e reddito? E se questa è la situazione, perché meravigliarsi che un comico dice cose che altri ignorano o che la gente assalti i gabellieri ad alto reddito?
Prima dell’attentato a Umberto I ci fu la rivolta a Milano contro la tassa sul macinato (aumentò notevolmente il prezzo del pane), prima dei moti risorgimentali ci furono le sommosse per l’aumento del prezzo dei sigari. In America l’indipendenza ebbe la scintilla nella protesta per le imposte sul tè.
E’ nella storia nobile di ogni Paese un atto di disobbedienza fiscale (Stati Uniti, Francia, Inghilterra…) e solo la sordità delle classi dirigenti determina la fine dei regimi, con la particolarità per l’Italia che la fine potrà avvenire con le risate di un comico: come si sperava nel ’68…guarda un po!

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