martedì 6 settembre 2011
Son tutti ragionieri
Siamo prossimi all’8 settembre, che non è una festa e dunque non sarà eliminata dalle feste laiche, però è una data che si ricorda. Da almeno due generazioni gli italiani sanno che quella data si associa allo sbandamento dell’intera Nazione, alla fellonia dei dirigenti, allo sgretolamento dello Stato. Negli ultimi anni qualcuno (il presidente Ciampi) c’ha messo una pezza, affermando che in realtà lo Stato con i suoi uffici rimase in piedi (correva l’anno 1943). Poca cosa, nella memoria collettiva rimane la data della vergogna per come si svolsero i fatti e per come si comportarono le classi dirigenti di questo Paese.
Ci avviciniamo ad un altro 8 settembre e tutto ci induce a considerare che ancora la storia possa ripetersi. Questa volta non si tratta di guerra ma di crisi economica.
Quello che si vede e che si è visto in queste ultime settimane dimostra che il Paese è davvero al limite della sua integrità politica e civile, non solo per le avventure pecorecce del suo capo del governo. In un mondo che vede immani trasformazioni, non tutte condivisibili e probabilmente causa, esse, di guasti ormai evidenti a tanti, in Italia si discute di bilancio e non di politica economica, ovvero tutti si sforzano di far quadrare i conti e non di eliminare quelle storture, quei vincoli che impediscono una crescita economica capace di voltare la brutta pagina che ci riguarda. Son tutti ragionieri.
Nella disperazione, che prende anche il sempre ottimista capo del governo, si sentono proposte e controproposte di tutti i colori senza che si scorga un filo di ragionamento capace di ridare benzina ad un motore ormai spento.
Ben venga la lotta all’evasione fiscale, ma ormai il problema centrale insieme a questa è dato dall’enorme costo del sistema pubblico, se non si interviene sui due versanti c’è poco da fare. Non basterà spillare l’ultima goccia di sangue ai contribuenti (corretti o no) per mantenere in piedi scrivanie e uffici che costano obiettivamente troppo.
Una di queste sere, tra i tanti, parlava in televisione un ex magistrato che invocava il cappio per gli evasori fiscali adducendo come esempio virtuoso chi da lavoratore dipendente “paga tutte le tasse”. Sentire ogni giorno, ogni ora, affermazioni di questo tipo fa capire quale è lo stato della crisi. Vengono in mente quei magistrati che fanno preparazione ai concorsi in magistratura: zero fattura. Il tecnico del comune o della provincia che arrotonda il suo stipendio (la clientela, se la porta dall’ufficio) l’insegnante e il medico ospedaliero che… Siamo sempre sicuri che la soluzione del problema debba essere basata su assiomi infondati come questi? Eppure si continua a sollecitare un clima da guerra civile con minacce di manette. Atto di barbarie, qualunque sia il limite posto. Roba da Medioevo. Nel contempo il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l'anno, quello delle telecomunicazioni 146.000 e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio(viene in mente Catricalà, quello che regola il Mercato…degli altri). Bastano pochi raffronti per capire quello che di distorto c’è in Italia e che viene difeso in questi giorni con le unghie.
Le statistiche dimostrano che il settore privato è in profonda crisi. Ma di questo nessuno parla. Dalla manovra emergono norme che inducono alla chiusura di attività e che incrementeranno la disoccupazione ed a molti, a questo punto, vien voglia di chiudere piuttosto che continuare a dare sangue per una Casta che guadagna a gogò, senza rischi. Gli economisti e i politici capaci dicono che la pecora si tosa ma non si uccide, in Italia è in atto una strage fiscale con moria di pecore. Poco male, dal fallimento dei privati deriverà il fallimento pubblico, mal comune mezzo gaudio.
L’introduzione della moneta comune (l’euro) doveva permettere un più facile raffronto tra Italia e altri stati, tra impieghi e stipendi. Abbiamo perso anche questa opportunità per capire che una delle ragioni della presente crisi sta proprio in una crescita smodata (avvenuta negli ultimi anni) di stipendi e indennità pubblici, norme che permettono ingiustificati cumuli di stipendi e favori e privilegi costosi ma non giustificati. Segno, tutto questo, della irresponsabilità delle classi dirigenti che già si è manifestata altre volte nella storia patria.
Segno della protervia di capi che si abboffano e pretendono un rispetto che non si sono conquistati. In Germania l’operaio metalmeccanico prende il doppio di quello italiano, mentre il dirigente pubblico prende molto di meno del burocrate italiano, questa è la spiegazione del tutto, ma le Caste nostrane non lo vogliono capire e tra manovre e contromanovre i nostri pensano di prendere tempo dando la caccia all’untore.
Rimaniamo in attesa di una svolta che faccia piazza pulita di tante sciocchezze che si sentono in questi giorni e capace di inquadrare i veri problemi e proporre soluzioni valide. Questo Paese si salva se si da il giusto riconoscimento al lavoro e alla produzione non solo in termini di moneta ma anche in termini culturali. La dignità del lavoro (art.2) la libertà d’impresa (art.41) che la Costituzione riconosce come valori fondanti (connessi ai doveri, pure previsti) sono calpestati e derisi come se la ricchezza della nazione derivasse da altro.
I “dibbattiti” televisivi sono occupati esclusivamente da burocrati di varie qualifiche, da ricchi finanzieri, industriali, con interessi e lavoro all’estero, che presidiano i salotti della politica per carpire affari e mentre ci auguriamo nuovi Adriano Olivetti ed Enrico Mattei, abbiamo a che fare con il Penati di Sesto San Giovanni “amministratore pubblico”, più precisamente un’insegnante da venti anni in aspettativa…..così va l’Italia.
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