mercoledì 3 agosto 2011

RAI: "Il lavoro che produce"


La notizia strana è che la provincia di Torino ha bocciato la variante in favore dell’insediamento di Ikea, come proposta dal Comune di La Loggia. Non che gli insediamenti produttivi non siano di per se buoni o che sia cattiva un’iniziativa di Ikea. Il fatto è che ce ne sono troppi e che per una volta chi doveva decidere (la provincia) ha detto no al solito intervento che rapina territorio (si trattava di mutare terreno agricolo in industriale) e che sconvolge sotto altri aspetti l’interesse a lunga scadenza dei residenti locali e non solo di loro.
Per gli amanti del progresso a qualunque costo si può sottolineare che episodi nello stesso senso ovvero di qualche rifiuto a questo modo invasivo di governare il territorio si verificano anche negli Stati uniti, in Inghilterra, in Francia…
Sappiamo ormai, per esperienza comune, che le difese rispetto alle illimitate voglie del capitalismo selvaggio si sono significativamente abbassate negli ultimi decenni con grande stupido orgoglio di tanti riformatori, di ogni colore, anche in Italia. Legislazioni di tutela del territorio, del paesaggio, di economie, di tradizioni, sono state messe da parte con metodi sbrigativi per incoraggiare gli “investimenti” con dispendi di risorse ed oggi siamo al punto di renderci conto del grande disastro che si rinviene in ogni luogo di questo Paese. Il presidente provinciale della Coldiretti di Torino ha affermato: «in questi anni sono stati consumati oltre 7 mila ettari di terreni fertili, ma il 40% dei capannoni è rimasto vuoto». Quale altra descrizione per definire il quadro della situazione?
Potremmo ricordare il disastro che provoca l’abbandono della agricoltura per la salvaguardia idrogeologica delle medie ed alte coline in relazione alle frane che periodicamente provocano danni e morte in tutta Italia.
Sembrano discorsi strani rispetto a quello che la cultura diffusa offre ai nostri giorni, tutta tesa con i mezzi di comunicazione, ad esaltare i settori, cosiddetti, terziari, rispetto all’agricoltura e alla stessa attività produttiva di trasformazione. Tant’è, questo Paese, oltre a perdere il paesaggio, l’ambiente, la qualità dei prodotti, si trova oggi in una crisi economica drammatica perché nella scala dei valori abbiamo infoltito, oltre ragione, uffici e scrivanie con stipendi da manager per i loro occupanti, lasciando in secondo piano i fondamentali dell’economia.
In questo Paese nemmeno la Rai riesce a dare la giusta importanza a chi lavora, produce, coltiva, trasforma e magari esporta, tutta presa (la Rai) a intrattenere platee senza identità e dedite agli sfizi individuali e collettivi.
Le buone economie non si reggono sulle migliaia di “manager” a centomila euro al mese dell’asl e della regione. Le buone economie ,che pure hanno bisogno di amministrazione pubblica, si reggono prima di tutto col lavoro quotidiano e sugli investimenti di chi ogni giorno trasforma, produce, realizza, coltiva, costruisce, esporta...
Bisognerebbe capire perché e come è avvenuto tutto questo: perché si sono abbandonate le campagne, perché si è pensato che tutto potesse venire dall’estero, perché si è dato fondo alla cementificazione del territorio. Ma pure la Rai si tiene alla larga, meglio il solito “dibbattito” accontenta i tifosi e non dà pensieri.

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