martedì 1 marzo 2011
Li chiamarono...briganti
Nessuno ci capisce niente e comunque davvero è poco chiaro quello che succede nel Nordafrica. Quali le cause di quelle rivolte? La vita che costa sempre di più per masse già abituate alla povertà e che oggi si ribellano alla mancanza del necessario? Un’alta percentuale di giovani che si ritrovano senza lavoro, seppure acculturati e capaci di collegarsi con l’occidente opulento?
C’è chi parla di cambiamenti indotti perché quelle nazioni, anche loro, stanno diventando appetibili come nuovi mercati economici e finanziari. Basta osservare al riguardo le etichette dei prodotti presenti nei supermercati qui da noi per capire che l’esternalizzazione delle fabbriche non ha riguardato solo l’est europeo, ci sono prodotti con marche note (anche italiane) che provengono ormai dalla Tunisia, dal Marocco, dall’Algeria. Se lo sviluppo economico indotto con rapidità dalla “globalizzazione” riguarda oggi anche quei paesi, non possiamo meravigliarci che le dinamiche già conosciute non vengano a realizzarsi anche da loro, così come già avvenuto negli ultimi decenni nell’est europeo.
Se qualcuno immagina che anche in questi casi la forza dell’economia e della finanza ispira, come in altre occasioni della storia, gli sconvolgimenti sociali e istituzionali, c’è da dire che osserviamo però qualche novità.
Appare significativo il fatto che sempre più queste profonde trasformazioni nascono e sono attuate non sempre, come ieri, per effetto di interventi militari, magari giustificati come “interventi umanitari”. Oggi la tecnica è diversa, si basa su un lavorio non appariscente che induce strati della popolazione a ribellarsi con sapiente determinazione, al momento giusto, con modalità tali da determinare subito un isolamento degli stati protagonisti dalla comunità internazionale.
Che i popoli siano effettivamente beneficiari di questi processi è tutto da vedere.
Senza fare retorica con la testa girata all’indietro, possiamo qui nel nostro Paese tenere presente quanto è costato il processo di unificazione di cui si celebra l’anniversario in questi giorni. La retorica ufficiale non tiene conto di tanti aspetti, crudeli, interessati, impopolari, che caratterizzarono quella storia. E non sempre è facile riannodare i fili della memoria di una vicenda che ha portato spossessamenti ingenti ed emigrazione di massa.
Anche su questo il politicamente corretto non consente una sincera ricostruzione ed un doveroso ricordo degli avvenimenti che furono, che riguardarono successive generazioni e che ancora influenzano l’attualità, la cronaca, la politica, il senso civico, il rapporto tra le diverse parti della Nazione.
Anche in questi giorni, come allora, si sente qualcuno dire che non basta cambiare padrone per acquistare la libertà.
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