martedì 18 gennaio 2011

Oltre il quotidiano



Alexander Solženicyn nel 1978 tenne ad Harvard un discorso di cui questo è un frammento:“Quello che fa paura, della crisi attuale, non è neanche il fatto della spaccatura del mondo, quanto che i frantumi più importanti siano colpiti da un’analoga malattia. Se l’uomo fosse nato, come sostiene l’umanesimo, solo per la felicità, non sarebbe nato anche per la morte. Ma poiché è corporalmente votato alla morte, il suo compito su questa Terra non può essere che spirituale: non l’ingozzarsi di quotidianità, non la ricerca dei sistemi migliori di acquisizione, e poi di spensierata dilapidazione, dei beni materiali, ma il compimento di un duro e permanente dovere, così che l’intero cammino della nostra vita diventi l’esperienza di un’ascesa soprattutto morale, che ci trovi, al termine del cammino, creature più elevate di quanto non fossimo nell’intraprenderlo. Inevitabilmente dovremo rivedere la scala dei valori universalmente acquisita e stupirci della sua inadeguatezza ed erroneità”.
Lo scrittore russo fu messo sugli scudi finché rimase recluso nelle galere e nell’esilio sovietico ma fu dimenticato ben presto quando in Occidente iniziò a riflettere sul Mondo libero. Le parole sopra riportate sono significative del pensiero da lui espresso al riguardo su di un mondo che presunto libero reca in sé mali egualmente gravi come quelli che aveva conosciuto nel mondo comunista.
Proprio il concetto di felicità che molti intellettuali odierni indicano come quello meglio caratterizzante della società libera risulta fallace se si pensa alle storture della società, improntata alla crescita insensata dei consumi e alla concentrazione delle ricchezze. Su questi aspetti delle moderne società occidentali le statistiche danno ragguagli sempre più coerenti che illustrano un ritorno a rapporti sociali che pensavamo tipici di epoche passate.
Quello che spetta oggi a chi intende partecipare in qualche modo alla vita pubblica è di riappropriarsi di un linguaggio che includa termini quali uguaglianza-disuguaglianza, giustizia-ingiustizia, progresso-conservazione; termini relegati da un po’ di tempo nell’antiquariato del pensiero e che invece sono tutt’ora straordinariamente attuali e moderni.
La prima grande vittoria che il pensiero dominante ha ottenuto è propria quella del linguaggio. Quante volte sentiamo esprimere il termine “liberale” per una società ed un’economia che non lo sono affatto. Quante volte sentiamo contrabbandare il termine “riformista” per situazioni o obiettivi che nulla hanno a che fare con una reale e giusta volontà di cambiare lo stato presente delle cose?
L’inconsistenza e la fallacia del linguaggio caratterizzano bene la situazione della politica in Italia ove ognuno si dichiara liberale, ognuno è riformista, ma di fatto molti contribuiscono a sorreggere un sistema che evidenzia sempre di più disuguaglianze ed ingiustizia e che di liberale, in termini sociali ed economici, ha ben poco.
Siamo in un passaggio significativo per comprendere quanto sia fragile ed ingiusto un sistema che molti avevano annunciato come quello capace di dare maggiori opportunità a tutti e quello capace di dare benessere e felicità a chiunque, proprio come annunciavano i profeti del comunismo.
Solženicyn in fondo aveva capito presto che dietro la nobile facciata il Mondo libero che l’aveva accolto presentava gravi storture, diverse, ma altrettanto gravi di quelle presenti nel mondo in cui aveva vissuto e averlo gridato fu la ragione dell’oblio che cadde su di lui.

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