venerdì 7 gennaio 2011

O Marchionne o Bossi

Manco il tempo di assorbire il nuovo capitolo proposto dall’amministratore della Fiat Marchionne e l’attualità conferma lo stato di gravità in cui versa il Paese. Dicevamo che qualcosa di nuovo emergeva dalla proposta su Mirafiori e cioè che il metodo Fiat ormai si impone in tutto il suo comparto produttivo in Italia. Non si tratta dunque solo di Pomigliano, per la quale la classe dirigente di questo Paese non ha speso più di una parola (si sà, sono napoletani e scansafatiche gli operai di quella fabbrica).
La preoccupazione per la proposta globale di Marchionne balza in evidenza, perché si comincia a capire che la realtà produttiva imposta dalla globalizzazione tanto osannata in questi anni (solo per gli altri, però) dalla politica italiana sarà regola anche all’interno dei nostri confini. La Fiat dice che ormai non è più necessario aprire fabbriche in Polonia o Romania, possono essere aperte o riaperte qui perché le stesse condizioni possono essere qui applicate.
Tutto ciò determina alcune cose. La prima è che una grande azienda come la Fiat quando assume delle svolte sul piano delle relazioni sindacali sarà seguita dall’intero settore produttivo e dunque da tutto l’apparato economico nazionale. La Fincantieri (a capitale misto) già mostra di seguire il metodo Marchionne lasciando in questi giorni la Confindustria. La seconda è che, in un paese normale il diverso determinarsi del contenuto economico dei rapporti di lavoro nel settore produttivo non può non avere influenze nel settore pubblico.
In questi giorni, e contemporaneamente alle vicende Fiat, non mancano notizie di diverso tenore riguardanti assunzioni di migliaia di precari da parte della Regione Sicilia e di centinaia di stagisti e dunque ulteriori precari impegnati in attività di “volontariato”. In Italia il volontariato è diventata l’ultima occasione per dare fondo ai vizi nazionali.
Sono state pubblicate da alcuni giornali le cifre degli stipendi degli alti magistrati e narrate le manovre per arrotondarli all’insù. Notizie queste che si associano alla lamentela dei magistrati onorari che pure accusano qualche taglio, anche se si tratta quasi sempre di funzionari dello Stato che già godono di laute pensioni e con ulteriori incarichi remunerati.
Ciò che provoca stupore nell’intrecciarsi di queste notizie, di queste vicende, è dato dal fatto che non si riesce a cogliere alcun segno di sdegno, di recriminazione e di lotta da parte di chi agisce per i lavoratori della Fiat. Come è possibile tutelare al meglio i lavoratori Fiat (ed in seguito i lavoratori di gran parte del settore produttivo nazionale) senza dire alcuna parola sui tanti casi di spesa facile, di sprechi, di arricchimenti stipendiali senza causa e senza giustificazione?
Perché le forze politiche,che pure hanno a riferimento i lavoratori, non pongono mente alle storture che il governo del denaro pubblico provoca tra i lavoratori in generale?
Quando i riformisti parlano di riforme a cosa fanno riferimento? Quando Fassino avalla il metodo Marchionne per gli operai Fiat, dovrebbe prendere atto che quello che non và sono i due (lauti) stipendi che lui e la moglie incassano da cinque o sei legislature.
E’politicamente scorretto dire queste cose?
Se le forze politiche che tanto declamano per i 150 anni dell’Unità d’Italia non avvertono che qualcosa deve cambiare, daranno l’avallo a chi vuole separare i destini delle varie regioni di questo Paese.
Insomma in quest’anno o a Marchione o a Bossi qualche risposta bisognerà darla.

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