lunedì 27 dicembre 2010

La notte della politica



Dalla cronaca:
“Il capogruppo Pd al Senato ha informato i colleghi che in considerazione dell’approssimarsi delle festività natalizie saranno comprati oltre 100 pc multi-touch utilizzando i contributi che ogni gruppo parlamentare riceve dallo Stato.” “Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini. Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito”.
Dal dibattito politico:
qualcuno trova irritante che una notizia, come la riduzione del 61% dei finanziamenti su Napoli, sia ridotta a chiacchiericcio ed afferma “Togliere oltre 300 milioni alla città di Napoli significa farla morire.”
Cosa dovremmo fare, incazzarci come tifosi per la perdita di soldi che la riforma federalista provocherà alla città di Napoli o ad altri comuni (per la verità non solo meridionali)?
Cosa dobbiamo ricordare?: i 700 mila euro che la regione Campania sta per spendere coi soldi pubblici per permettere ai suoi funzionari di acquisire il biennio specialistico all’Università per ottenere qualifiche dirigenziali? E gli studenti, le forze politiche, dove sono in questo caso? Il nemico è la Gelmini, mentre qui nessuno dice niente. E chi ha detto qualcosa quando il Comune di Napoli ha speso 750.000 euro per Eltohn John a Piedigrotta? Chiunque può arricchire il quadro degli sprechi con esempi presi dalle cronache degli ultimi mesi ed anni.Mentre Napoli è invasa dai rifiuti.
Và sottolineato pure questo protagonismo delle assemblee elettive (Parlamento e consigli locali) nell’alimentare la spesa pubblica (che pure dipende dalle entrate tributarie) in contrasto con il primo compito dei parlamenti che sono nati proprio per regolare e respingere decisioni di spesa dei sovrani, ovvero dei governi. C’è una rincorsa patologica dunque tra esecutivi e legislativi a chi spende di più
Non è che si può continuare a lungo con questo modo di argomentare e di agire in politica, che vede, ad onta della crisi economica, lo Stato come il gestore di risorse a richiesta dei più forti che si autogovernano. Perché di questo si tratta. I più forti oggi sono quelli che, posti in qualche modo nelle leve pubbliche, hanno la capacità di condizionare le scelte e l’erogazione delle risorse pubbliche. Mica sono gli operai e contadini di un tempo. Mica sono i precari di un mondo del lavoro senza garanzie. Certamente non centrano i 18 imprenditori suicidi in quest’anno. Tutta gente per altro non presente nei luoghi della politica.
Nemmeno di fronte ad una crisi di sistema oggi la politica in Italia riesce a cambiare linguaggio, indirizzi, pensiero e di fronte alla evidente difficoltà di tanti, agisce (tutta insieme) come le classi alte dell’ Ancien Regime, capace, come Maria Antonietta, di invitare i derelitti a mangiare brioches al posto del pane, mentre si assegna privilegi, titoli e regali.
Se non si possono assaltare i bancomat, perché sono sacri e nemmeno utilizzare i forconi, perché antiquati, chi comincerà a invocare nuove parole? Quando finirà la notte di questa politica?

mercoledì 22 dicembre 2010

E' Natale



E' nato come film di Natale (1947) ma molti si chiedono cosa altro significa. Il capolavoro del siculo-americano(Frank Capra) può essere spiegato solo dalla canzone di un pugliese (Domenico Modugno). Basta vedere e ascoltare.

domenica 19 dicembre 2010

Mettere le mutande alla protesta


Questi che seguono sono frammenti delle biografie di personaggi che hanno fatto la storia dell’800 e del ‘900.
Lenin “Il 7 dicembre 1895, mentre lavorava al primo numero del giornale illegale Causa operaia (Rabocaja Gazeta), venne arrestato e, dopo un anno di carcere, condannato a tre anni di esilio a Susenskoe, in Siberia (1897-1900).
Mazzini “Nel 1830 viene arrestato e rinchiuso nella Fortezza di Savona.”
Garibaldi “Il 24 settembre 1867 fu arrestato a Sinalunga su ordine del governo mentre stava preparando la marcia verso la capitale.”
Mussolini “È espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 è arrestato come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni, e poi espulso il 30 giugno; il 9 aprile 1904 viene incarcerato per 7 giorni a Bellinzona a causa di un permesso di soggiorno falso. Nel frattempo riceve anche una condanna a un anno di carcere per renitenza alla leva militare.”
Togliatti “il 21 settembre 1923, venne arrestato insieme con Tasca, Vota, Leonetti, Gennari, Mario Montagnana, Teresa Noce e Caterina Piccolato.Denunciati per «complotto contro la sicurezza dello Stato», furono assolti in istruttoria dopo tre mesi di carcere preventivo passati a San Vittore.”
De Gasperi “L'arresto di De Gasperi avvenne nella stazione di Firenze l'11 marzo 1927. L'ex Segretario del Partito Popolare era in viaggio verso Trieste, con la moglie. Accusato di "tentato espatrio clandestino", fu rinchiuso prima nel carcere fiorentino delle Murate poi trasferito a Roma, a Regina Coeli.”
Berlinguer “Nel gennaio del 1944 la fame spinse la popolazione a saccheggiare i forni della città e Berlinguer fu accusato di esserne stato uno degli istigatori. Fu quindi arrestato e trattenuto in carcere per tre mesi, dopo i quali fu prosciolto dalle accuse e liberato.”
Capanna “Il 25 marzo è di nuovo la Cattolica a conquistare l’attenzione, per via di una manifestazione davanti alla basilica di Sant’Ambrogio in cui Capanna viene arrestato e successivamente espulso dall’ateneo.”
Evidentemente per cambiare le cose a volte c’è bisogno di assumere iniziative e comportamenti che non sono accettati dall’ordinamento vigente. Ma è lo stesso ordinamento vigente che a sua volta nasce, è nato (spesso) da un rivolgimento di quello preesistente. In Italia l’Assemblea costituente (Pertini, Nenni…) era composta da una buona percentuale di ex galeotti.
Sicuramente all’epoca dei personaggi indicati non c’erano i bancomat (ed è un male colpire i bancomat,come era un male assaltare i forni ai tempi di Berlinguer)ma mettere le mutande alla protesta come propone qualcuno oggi è davvero risibile. Nemmeno mettere il bavaglio alla protesta è cosa nobile: la protesta del 14 dicembre aveva uno spettro di rivendicazione e di sdegno più ampio, così come quelle di Atene, Londra e altrove.
I signori del politicamente corretto non possono pretendere di aizzare la folla e guidarla contro un unico obiettivo. La protesta di oggi va ben oltre il ricambio del perfido Berlusconi, si rivolge contro un sistema non giusto, come spesso è accaduto in altri momenti della storia.
A qualcuno dispiace?...Pazienza.

giovedì 16 dicembre 2010

Americani a metà.


Capita che su una pagina di Facebok si apra una discussione sull’attività dell’amministrazione comunale e si parli del segretario comunale che guadagna 130.00 euro, in un paese di 31 mila abitanti.
Capita di vedere un servizio del telegiornale dove, con i relatori, discutono (ad occhio) trecento persone: dirigenti dello Stato, di Agenzie dello Stato, di varie altre amministrazioni pubbliche, anche generali. Il tema è quello dell’evasione fiscale, argomento ricorrente nella discussione politica in Italia.
Se potessimo fare la somma dei redditi di quegli alti dirigenti pubblici arriveremmo (assegnando a ciascuno almeno 100.000 euro) ad un totale di 30 milioni di euro. Quante tasse di falegnami, di salumieri, di geometri, di insegnanti e di operai, occorrono per pagare 30 milioni di euro per trecento dirigenti pubblici convenuti per parlare di “evasione fiscale”?
L’evasione fiscale esiste e riguarda ogni categoria: l’insegnante che fa lezioni private, il tecnico del comune, il medico ospedaliero, per dire dei casi più comuni. Ci sono sistemi più sofisticati di evasione e di elusione. Riguardano anche questi gli autonomi, le imprese e i lavoratori pubblici.
La sciocca considerazione che sentiamo ogni volta nei dibattiti politici e cioè che occorre combattere l’evasione fiscale ci fa dimenticare quello che succede in questo Paese.
Da un certo punto in poi è successo che il differenziale che esisteva tradizionalmente tra lavoro pubblico e privato si è rovesciato. In cambio del “posto fisso” il lavoratore pubblico riceveva un reddito contenuto, rispetto ad un pari qualifica del settore privato. Perché?Ovvio, perché nel privato ci sono rischi e costi che chi lavora nel settore pubblico non sopporta.
E’ successo che nel percorrere i soliti indirizzi di stampo anglosassone i dirigenti e funzionari dell’amministrazione pubblica in Italia sono diventati tutti “manager” con conseguente aumento dei redditi. Ancora una volta però le riforme si fanno a metà, ancora una volta facciamo gli americani a metà, perché il concetto stesso del “posto fisso” nei paesi di lingua inglese non esiste.
Succede allora che il settore pubblico da qualche anno, soprattutto a partire da certe qualifiche,è diventato una “casta” che esercita potere, lucra alti redditi e mantiene però l’intoccabilità del posto di lavoro, come fossimo ai tempi dell’impiegato di De Amicis. Il discorso qui svolto ovviamente non vale per le tante forme di lavoro precario che stanno contagiando anche il settore pubblico, con scarsa sicurezza e reddito basso.
Quello che non và dunque è il mantra stancante che viene ripetuto da certa parte politica che divide la società in onesti ed evasori.
La crisi che stiamo attraversando manifesta l’insopportabilità di questa situazione. L’enorme onere dell’amministrazione pubblica, a partire dai costi del personale e delle sue qualifiche più alte, non è più sostenibile, perché se tutto viene dalla Cina si arriva alla conclusione che non c’è più trippa per gatti.
Il salumiere poteva sostenere il segretario comunale quando quest’ultimo “costava” 60 milioni di lire, non oggi che “costa” 130 mila euro.
Viene da considerare ancora una cosa, che certi stipendi, emolumenti ,del settore pubblico assumono, a mio parere, valore corruttivo, se non tangentizio.
Certi alti redditi, i cumuli di lauti stipendi, con contorno di auto blu e altri privilegi, sono moneta di scambio perché l’esercizio del potere pubblico sia convenientemente adeguato ai poteri collaterali. Il parlamentare con alti emolumenti, il grande dirigente, il funzionario che cumula stipendi, gettoni, indennità, entra in un vortice di interessi che sicuramente poco hanno a che fare con le garanzie di buon andamento e di imparzialità imposti dalla Costituzione.
Sarebbe il caso, a questo punto, che chi intende fare politica in nome del popolo capisse finalmente dove si situano le cause di sfruttamento e di impoverimento dei lavoratori. Invece di scimmiottare gli americani e di levarsi il cappello dinanzi a Lor Signori, converrebbe tenere a mente (a tacer d’altri) il Berlinguer che sottolineava il valore dell’austerità.
P.s.: va da se che pagare le tasse per intero su stipendi da nababbo non risolve il problema. Tutti vorrebbero pagare le tasse sui redditi di Lor signori. L’importante è averlo quel reddito.

martedì 14 dicembre 2010

Rivoluzioni colorate



Resta sempre necessaria la premessa: Berlusconi non può detenere il potere politico perché è già titolare di un forte potere economico. Ricordato questo elementare principio non scritto di una democrazia sostanziale, si può fare qualche considerazione sugli avvenimenti di questi giorni e ore.
L’aveva preannunciato Luttwack circa un anno fa che Berlusconi non era più gradito alla guida del Governo italiano, confidando invece in Fini, e in questi giorni, dai messaggi di wikileaks, si ha avuto la conferma che l’ambasciatore Usa in Italia si muoveva conformemente per dare una spallata al Governo, dando anche qualche aiutino a politici dell’ex maggioranza.
La decisione di andare al voto in Parlamento per verificare l’esistenza di una maggioranza è elemento di chiarezza che ha un solo precedente, quando Romano Prodi in due occasioni lasciò il Governo in conseguenza di un voto di fiducia che non raccolse la maggioranza. In un sistema politico che tutti vogliono chiaro e lineare in relazione al’esito del voto dei cittadini, non sembra che tali decisioni siano da respingere.
In oltre sessant’anni di vita della Repubblica italiana le tante crisi sono state di natura extraparlamentare, ovvero le dimissioni del Presidente del consiglio non erano dovute ad un dibattito e ad un voto parlamentare. Dobbiamo rimpiangere le crisi extraparlamentari? E perché?
Le ragioni evidentemente sono diverse.
La paura della conta: Fini non era sicuro dei voti in Parlamento e soprattutto voleva trattare un ricambio alla guida del centrodestra rimpiazzando il cavaliere. Ogni altro scenario era ed è solo tattica (CLN fino a Vendola o terzo Polo).
Il Pd non può pretendere di sovvertire il risultato elettorale e teme le scelte da prendere soprattutto in campo economico. Anche l’Udc è dello stesso parere e dunque la sostituzione di Berlusconi con un voto negativo per lui era solo un passaggio per avviare il solito Governo tecnico, magari presieduto da un illustre grand commis.
Lo scenario politico all’approssimarsi del dibattito in Parlamento e nel giorno del voto si è arricchito di manifestazioni imponenti, colorate e organizzate come mai in Italia era avvenuto in occasione, non di dibattiti su materie specifiche, ma di appuntamenti prettamente politici come il voto di fiducia. Qual è la vera posta in gioco?
Ora che la partita è finita (?) sembra di osservare un campo di battaglia in cui poco vi è di spontaneo e molto appare di etero diretto. Non è una novità, in questo Paese è successo spesso e succederà ancora.

sabato 11 dicembre 2010

Rottamatori


Ma perché meravigliarsi se Marchionne lascia la Confindustria? Si tratta dell’esito finale di una linea del tutto coerente di un’impresa che pienamente vive la cosiddetta “globalizzazione” con tutte le sue implicazioni, così come già la vivono altre grosse imprese multinazionali.
Sarà anche che Marchionne ha poco degli italiani, avendo vissuto all’estero, sarà che membri importanti della famiglia Agnelli non sono più presenti al comando del Gruppo, di fatto queste sono le conseguenze di un fare impresa che non ha più come riferimenti il territorio, lo Stato, la comunità, le organizzazioni sociali. Si tratta di fare impresa avendo come obiettivo solo il massimo profitto, a prescindere da ogni altra implicazione.
Chi applaudiva la “globalizzazione” non considerava che per il capitale è facile, basta un clic sul computer e si spostano soldi e titoli, più difficile è spostare operai,impiegati, famiglie.
Nemmeno il capannone costituisce più un problema perché nel mondo produttivo, senza confini, c’è sempre un governo, che preso per la gola, ti finanzia la nuova fabbrica e dunque puoi abbandonare la vecchia a marcire.
Anche le istituzioni sovranazionali alimentano questi percorsi. In questi giorni si ha notizia della Comunità Europea che finanzia a condizioni di favore la nascita di aree industriali in Cina…proprio in Cina!
Del resto il caso Pomigliano d’Arco è sorto proprio perché la Serbia e la Polonia(con soldi dell’Europa e dunque anche degli italiani) agevola produzioni in quei Paesi in condizioni che sono ben diverse da quelle che hanno conosciuto i dipendenti Fiat in Italia. Contraddizioni? No, si tratta della naturale evoluzione di un ideologia (questa sì, dato che le altre sono scomparse) che per ampliare sempre più la sua capacità di fare profitto a beneficio degli azionisti e dei dirigenti non tollera, anzi distrugge, ogni cosa che costituisce un limite.
La”globalizzazione” non tollera limiti, di lingue, di normative, di usi, di tradizioni, e con le buone o con le cattive apprende, conquista, distrugge. Ha una carica deflagrante che si rivolge contro chiunque o qualunque cosa sia di ostacolo. Anche il contratto nazionale di lavoro è un ostacolo, occorre che il lavoratore sia solo e legato da un contratto individuale con l’azienda. Tanti contratti, poca rappresentanza generale, scarsa tutela. Già succede con le forniture di servizi: telefoni, elettricità ed altri.
Ma prima ancora di essere un fatto economico il pensiero che è alla base di questo grande evento è un fatto culturale; ha vinto e stravince perché la sua attuazione è stata accompagnata da una grande ed estesa operazione di convincimento o di adeguamento alle novità che portava. Operazione che và avanti da anni e che ha prodotto un sentimento significativo per molti e cioè la ineluttabilità del fenomeno. Quante volte si è sentito dire: “nulla si può fare”?
La sconfitta è propria in questo e cioè che oggi, a differenza di altri momenti in cui logiche di questo tipo si sono presentate, manca qualsiasi capacità di reazione. Di fronte ai danni della prima industrializzazione di fine ottocento sono nate in campi diversi, del pensiero, della politica, strutture, culture, azione capaci di tenere testa alle estreme conseguenze che reca la logica del profitto. Oggi no, tutti hanno applaudito ed applaudono, a partire da chi aveva ed ha rappresentanza politica.
Quello che succede in questi giorni nella politica italiana è caratterizzato proprio da una rincorsa tra molti che si propongono di servire meglio la logica del profitto.
Una vera rottamazione dovrebbe partire proprio da qui, dalla capacità di indicare percorsi diversi da quelli che sono stati seguiti da un’intera classe politica, che negli anni si è piegata ad ogni volontà dei poteri economici. D'altronde si è imbecilli a qualunque età e ne abbiamo ampiamente prova.

mercoledì 8 dicembre 2010

L'assalto al Palazzo!


«Il mio stipendio - dice Catricalà - è paragonato a quello del primo presidente della Corte costituzionale ed è di 500 mila euro e rotti. Ha avuto per l' anno prossimo la decurtazione del 10 per cento e io penso che sia giusto...». Ma Catricalà - fa notare Report - si porta a casa anche i 9 mila euro netti al mese in qualità di fuori ruolo dal Consiglio di Stato.
Di fronte a queste notizie, che riguardano in misura o qualità tante persone in Italia, verrebbe voglia di dire: finalmente abbiamo trovato il Palazzo da assaltare. Perché la “Rivoluzione”, che da ultimo richiedeva Monicelli (sarà stato vero suicidio?) nella storia ha avuto sempre un Palazzo, un luogo d’assaltare o occupare: il Palazzo d’Inverno per Lenin, Roma per il Mussolini della Marcia, la Bastiglia per i francesi, ancora Roma per Garibaldi.
Non è che uno può fare lo scioperetto di sabato, col panino al seguito, senza dare fastidio a nessuno, ma solo provocando un po’ di traffico. Che tempi! Non ci sono più gli scioperi e le manifestazioni di una volta.
Uno vorrebbe che se proprio si vuole esprimere sdegno con una scalata, si scalasse magari il balcone del Palazzo importante e dunque cari Bersani, Di Pietro e Vendola, invece di scalare i tetti della facoltà di architettura, potevate scalare il Palazzo dell’Autorità per la Concorrenza ed il Mercato, a Roma, dove, come abbiamo sentito, Catricalà prende doppio stipendio, a tacer di altri emolumenti; il tutto ovviamente legalmente. E sì! in questa nostra Repubblica le cose si fanno per bene, mica come nella I Repubblica, oggi si organizza tutto secondo Legge.
I nostri amici, Bersani ed altri, ci avrebbero se non altro risparmiato la comparsata dell’illustre al successivo Ballarò, dove il medesimo abbozzava su alcune sue ricette per attuare il Mercato, il fatidico Mercato che vale sempre per tutti gli altri e mai per gli ospiti del Palazzo.
Chissà perché nemmeno di fronte ad una crisi così grave i Nostri assaltano i Palazzi giusti, si perdono… Valli a capire!

domenica 5 dicembre 2010

Elenchi



Da Wichipedia: “Germania anno zero è un film del 1948 diretto da Roberto Rossellini e girato tra le macerie della Berlino dell'immediato dopoguerra. Il giovane Edmund vive con il padre gravemente malato, la sorella e il fratello, tutta la famiglia pesa sulle spalle del ragazzo.
Un giorno incontra un suo vecchio maestro, un ex nazista che ormai non ha più l'abilitazione ad insegnare; il viscido docente lo affascina con le sue teorie secondo cui “i deboli devono soccombere e i forti sopravvivere”. Edmund torna a casa e di nascosto avvelena il padre che esala l'ultimo respiro. Torna dal maestro per confessare il suo parricidio ma questi, terrorizzato e temendo di essere coinvolto, gli dà del pazzo e dell'assassino.
Il ragazzo, sconvolto, non ha il coraggio di tornare a casa, e nel suo vagabondare sente il suono di un organo uscire da una chiesa. Edmund si arrampica allora su un campanile pericolante da cui vede trasportare via la salma del padre. Senza più speranze, prostrato dal rimorso, si butta allora nel vuoto.”

sabato 4 dicembre 2010

Il furore dei banchieri



La situazione economica di questi tempi può essere un’utile occasione per riflettere su quelli che sono stati momenti cruciali della storia del novecento, al di là di categorie e interpretazioni che sembrano intoccabili.
La crisi di questi anni è stata paragonata a quella che emerse nel 1929 e che caratterizzò i successivi anni trenta. Quella crisi nacque come crisi del sistema bancario che aveva alimentato, soprattutto nei Paesi anglosassoni, una eccessiva “finanziarizzazione” dell’economia, ovvero una eccessiva espansione del credito per imprese, famiglie e sistema pubblico. La fine di quel ciclo (prima o pi arriva sempre)provocò disastri che coinvolsero le banche e l’economia reale.
La risposta del sistema politico tuttavia fu diversa da quella che oggi percepiamo. A partire dal presidente Rooselvet negli USA (tacciato di comunismo) agli Stati europei, in maniera più o meno accentuata, vi fu un intervento dello Stato nell’economia. In Italia, per quello che ci riguarda, si pose con la Legge bancaria una netta distinzione tra banche d’affari, che svolgevano attività di finanziamento alle grandi imprese, e le banche ordinarie che servivano famiglie e piccole imprese. Lo Stato con l’I.R.I. intervenne per rilevare gruppi industriali in dissesto e che erano entrati nella proprietà delle banche. Gli Stati, non solo in Italia, sostennero le banche ma acquisirono beni industriali e quote di proprietà delle banche stesse. L’intervento pubblico riguardò la previdenza e la sanità e vasti programmi di lavori ed opere pubbliche furono avviati.
Quello che vediamo oggi è pari nella origine della crisi, ma è del tutto differente per la sua soluzione. La crisi delle banche viene affrontata con il sostegno degli Stati, sia pure attraverso la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, non ricevendo gli Stati null’altro in cambio. Anzi, come è stato notato, le banche e la finanza utilizzano il denaro pubblico (con consequenziale aumento del debito pubblico e restrizioni alle economie in generale) per investire ancora e di più sui titoli pubblici, soprattutto di quei Stati in difficoltà (perché sono costretti ad offrire maggiori interessi).
Come è possibile che in presenza di un dibattito politico che utilizza le categorie della Destra e della Sinistra non si coglie l’evidente comunanza di azione che vede il mondo bancario come entità intoccabile? Si è passati dalla formula “ il costo del lavoro è una variabile indipendente” alla diversa formula “ bisogna tener conto dei mercati” che, tradotto, significa dobbiamo servire le banche e la finanza con i soldi dei cittadini.
Che tali temi non siano più nella disponibilità delle forze politiche è evidente, basta seguire il tenore dello scontro politico e i contenuti dell’informazione per capire che la distinzione è solo tra chi vuole servire meglio e di più i desiderata della finanza internazionale. Nei secoli passati l’Italia era terreno di scorribande e di conquiste di potentati stranieri e le signorie locali si destreggiavano per apparire come utili servitori di questo e di quell’occupante. Non sembra che le cose siano di molto cambiate in questo Paese. Né questa è l’Europa che immaginavano De Gasperi e Adenaur o De Gaulle.
Alla politica italiana è rimasta un’ultima speranza: Mario Draghi, il direttore generale del Tesoro che nei primi anni ’90 liquidò l’I.R.I., sconvolse la Lagge bancaria e privatizzò i servizi. L’uomo giusto per completare l’opera.

martedì 30 novembre 2010

IL Conformista



In epoche passate i lavoratori della terra e delle officine di paese la domenica mettevano il vestito buono e compravano il quotidiano importante (a Napoli lo chiamavano “u Matin”, ovvero “Il Mattino”) e tutto quello che era contenuto o non era citato nel giornale valeva come verità assoluta per la settimana a venire. Molto di questo comportamento vale ancora oggi, per dire che antropologicamente è difficile cambiare. Il conformismo degli attegiamenti e delle opinioni ha campo facile con mezzi di comunicazione più pervasivi del quotidiano di un tempo e dunque ciò che prevale nella vulgata comune è un blob dove molti si tirano addosso frasi e pensieri lanciate da opinionisti a gettone e intellettuali anch’essi a pagamento.
Su questioni cruciali possono accadere miracoli ovvero che da parte di persone profondamente impegnate in studi escano fuori con dichiarazioni assolutamente spiazzanti, come nel caso del rabbino Adin Steinsaltz, presente in questi giorni a Roma per illustrare la sua traduzione del Talmud. Fra gli argomenti che si sono susseguiti nel dibattito si è parlato anche di Shoah e Steinsaltz a tale proposito ha affermato che “la religione della Shoah è una religione immorale, essere perseguitato non mi rende né più giusto né sapiente, voglio essere ebreo grazie al Signore e non perché sono stato perseguitato”. Vaglialelo a dire a chi vende emozioni facili in televisione.
Si può essere colpiti, rimanendo in argomento, anche da romanzi, oggi dimenticati, come il voluminoso “La Storia”, di Elsa Morante, il quale racconta la vicenda di una famigliola ebraica nell’Italia degli anni ’30 e poi nel corso della Guerra e negli anni della ricostruzione. Disperazione, penuria di mezzi, minacce, negli anni che hanno visto la morte, secondo le più diverse stime di 50-70 milioni di persone nella sola Europa. Il Romanzo, intitolato, non a caso, “La Storia”, racconta come l’essenza del male può concentrarsi nella vicenda della singola persona come espressione dell’Umanità intera. Useppe, il figlio della protagonista, muore e la sua morte vale quanto quella di tutti gli altri che hanno avuto termine nella carneficina della Guerra.
Quando si leggono e si ascoltano cose intelligenti fa piacere, quanto dispiace leggere e ascoltare prediche conformistiche che oggi vanno per la maggiore.

sabato 27 novembre 2010

Come eravamo



Altri tempi!
Mentre crollava la I Repubblica le nuove leve rinnovate si legittimavano reciprocamente (si prega di ascoltare i due interlocutori dopo la lunga premessa di Mentana).
Mentre ogni altra posizione politica veniva relegata a frangia marginale in quella tornata elettorale, Occhetto e il Cavaliere si mostravano come leader del finalmente raggiunto Bipolarismo: il “Lib-Lab” tanto sognato. Conservatori e progressisti, ma tutti fondamentalmente liberali, ovvio.
Cosa è successo nel frattempo? Perché ad un certo punto(subito dopo quelle elezioni, per la verità) il clima di reciproca stima ha lasciato il passo alla successiva guerriglia politica? Discorso lungo.
Conviene invece porre mente al fatto che contemporaneamente, in quei mesi e poi sempre più negli anni a venire, si metteva in vendita il grosso patrimonio pubblico del Paese, si avviavano le truffaldine privatizzazioni dei servizi, si costruiva il castello della II Repubblica che oggi tutti guardano con sfiducia.
La sensazione che si avverte è che da allora in poi la contesa politica ha riguardato semplicemente il confronto tra diversi direttori d’orchestra, mentre lo spartito era comune.
La stessa sensazione che si ha oggi quando si intravvede dietro la polemica quotidiana un gioco di posizionamento per mostrarsi più capaci di privatizzare e regalare ai soliti noti quello che ancora rimane delle risorse e delle garanzie pubbliche. Il meglio della commedia dell’arte: Arlecchino e Pulcinella che si scannano per far ridere i padroni.

mercoledì 24 novembre 2010

Soldi!



Può essere questa la ragione perchè tutto sembra irrisolvibile?

martedì 23 novembre 2010

“Les armes nucléaires américaines en Europe bientôt rassemblées en Italie”



“Les armes nucléaires américaines en Europe bientôt rassemblées en Italie”. Questo il titolo di un sito d’informazione (“La Tribune”). Non ci vuole molto per tradurre e comunque basta fare una ricerca per cogliere qualche altra fonte che descrive la questione in italiano.
In pratica, la Nato ha discusso circa la dislocazione e la conservazione delle bombe nucleari in Europa e si è deciso da parte dei rappresentanti dei diversi Stati (per l’Italia governa Berlusconi) che le duecento bombe atomiche presenti in vari depositi europei debbano concentrasi in uno solo Stato. Pare che il Cavaliere si è detto pronto ad accogliere le duecento bombette per ammassarle alle altre 80 che “clandestinamente” già si trovano da tempo in Italia.
Clandestinamente significa che: 1) non ci sono informazioni ufficiali in proposito 2) nessuna parte politica (maggioranza o opposizione) ne parla 3) i principali mezzi d’informazione non ne fanno cenno.
Sarebbe interessante che su questo argomento ci fosse un accenno (non dico una puntata intera) nelle tante trasmissioni che ci impegnano sulle sciocchezze quotidiane.
Sarebbe interessante che il Faziofabio ed altri, che meritoriamente si occupano di rifiuti organici, differenziati e pericolosi, parlassero anche di questi pericolosi ed eterni rifiuti….ma chissà forse ne parleranno tra venti anni, quando avranno il permesso di parlarne e quando sarà politicamente corretto parlarne.
Se ne potrebbe parlare sui tanti canali internettiani che ospitano discussioni.
Ma che!? Sta settimana (l’abbiamo capito) si parla di Carfagna!!!
E vai col dibbattito!

domenica 21 novembre 2010

Uscire dall'euro




La crisi è passata, si diceva nelle scorse settimane. Non è vero, come si legge negli ultimi giorni. Dopo la Grecia spunta l’Irlanda e il Portogallo non sta tanto bene. Tra i Paesi malati ci sono la Spagna e dunque l’Italia. Mentre ci trastulliamo con le sciocchezze della politica e della televisione, dove la formula del reality viene largamente usata per distrarre le masse, un economista di vaglia come Paolo Savona (già ministro nel governo Ciampi!) propone l’ uscita dell’Italia dall’euro.
I segnali di aggravamento della crisi sono evidenti, basta ascoltare o leggere le dichiarazioni, tra i tanti, degli stessi commissari europei. Van Rompuy: "Siamo in una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per sopravvivere con la zona euro, perché se non sopravviviamo con la zona euro non sopravviveremo con l'Unione europea ". La situazione è talmente seria che si comincia ad accusare la troppa democrazia delle istituzioni pubbliche, perché ritenuta un ostacolo per il perseguimento degli obiettivi economici .
Savona propone di uscire dall’euro per dare competitività ai prodotti italiani e riprendere dunque il controllo della moneta, oggi delegato alla BCE. Segue la necessità di ripudiare il debito, almeno quello in mano straniera. Insomma propone di ripercorrere la strada scelta dall’Argentina, quando alcuni anni fa dette picche al Fondo monetario internazionale. Prende atto che il sistema non funziona: dopo aver permesso alle banche di elargire mutui a privati ed enti a mani piene, oggi i governi prestano soldi alle banche che a loro volta investono in titoli pubblici, piuttosto che stimolare la crescita. Un circuito perverso.
Il ripudio del debito è stato evocato già da diverso tempo dal Ministro Tremonti, il quale risulta apprezzabile quando si pronuncia sul piano della riflessione culturale, per esempio quando ricorda la funzione del Giubileo nell’Antico testamento (ovvero, la rimessione periodica del debito).
Quali sono le difficoltà per percorrere la strada indicata da Tremonti e da Savona?
Le difficoltà sono note e subite mostrabili da parte dei cultori dell’Europa dei banchieri (sono la stragrande maggioranza in Italia) ma la più evidente è quella non dichiarata. La preoccupazione non è per le ristrettezze in cui ricadrebbe la popolazione, ormai adusa a rinunciare al superfluo e ad altro, vista la crisi. La vera difficoltà è data dalla irrinunciabilità ai privilegi della Casta, che in questo Paese è vasta.
Nella scorsa trasmissione di Santoro registi ed attori si sono fatti riprendere dinanzi alla Fontana di Trevi, a Roma, per invocare benefici fiscali e finanziari per il cinema. Il tempo concesso per questa manifestazione è stato notevolmente più esteso di quello concesso ala solita manifestazione di operai sui tetti di una fabbrica. Basterebbe questo raffronto per comprendere che è difficile immaginare vie di uscita da questa crisi perché le rinunce e i sacrifici oggi riguarderebbero i ceti dirigenti, di ogni ambiente, i quali sono pronti a fare barricate per difendere il loro stato. Loro lo sanno fare, sanno usare radio, televisione, internet, non hanno bisogno di scendere per strada, non rischiano i manganelli e sanno farsi beffa di tutti perché sono coscienti che in un Paese dove si produce sempre di meno conta chi tiene in pugno lo scettro del comando pubblico. Altro che mercato!
P.s.: Il popolo non andrà sulle barricate nemmeno la prossima settimana perché è già pronto il tema di “dibbattito”: la Carfagna minaccia le dimissioni..le curve opposte dei tifosi prendono posto per affrontarsi. Attendono il gong di Ballarò!

mercoledì 17 novembre 2010

Faziofabio e Lele Mora




Quanto sarebbe stato facile per Madre Teresa di Calcutta dare il viatico ai tanti bisognosi, derelitti, nel corpo e nella mente, invece che dare aiuto e conforto? Cosa distingue la misericordia verso le sciagure altrui e le soluzioni semplici basate su ovvie e banali considerazioni di ordine individuale che vengono offerte e imposte a tutti? Quali sono i fondamentali di una cultura che riduce l’uomo a oggetto materiale, che usa e viene usato e che nel momento del bisogno va accantonato perché non utile, anzi dannoso per la vita degli altri?
Viviamo in un mondo sempre di più caratterizzato dalla cultura del consumo, dei beni, dell’ambiente, della vita stessa. I mezzi d’informazione espongono una concezione della vita ove tutto è possibile e ogni limite può essere varcato, ove la sofferenza stessa è relegata come intralcio e non come una delle possibili e reali circostanze della condizione umana.
C’è chi giorno per giorno si fa carico della sofferenza altrui e chi la vive con accettazione del male proprio e di quello degli altri.
C’è chi considera il malato come risorsa da spremere, per il profitto che genera. E c’è chi si preoccupa se il malato diventa costoso. Nei paesi anglosassoni (USA, Inghilterra) ove il sistema sanitario è regolato sull’ esborso procapite per costose polizze di assicurazione è nata tempo fa (ma il discorso ha anche altre sfaccettature) l’avvio di una campagna di simpatia verso la liberalizzazione, più o meno accentuata, dell’eutanasia.
La banalizzazione dell’effetto morte attraverso la sapiente organizzazione di spettacoli incentrati su casi particolari tende ad ottenere l’obiettivo di “profittizzare” rendere compatibile i costi con i ricavi dell’assistenza verso il malato grave.
In fondo tutto si collega nel mondo dominato dal capitalismo selvaggio. La precarietà del lavoro, la precarietà dei legami familiari, la precarietà del rapporto di cittadinanza tra individuo e comunità, non può che recare anche questo effetto. Come è concepibile in un mondo dominato dai Lele Mora e dal Bungabunga la dimensione della sofferenza?
Che il Faziofabio, con la sua furbesca banalità, offra il suo aiuto per queste campagne “culturali” non meraviglia più di tanto. Lui e Lele Mora parlano la stessa lingua…e si danno una mano.

domenica 14 novembre 2010

Argomenti essenziali



Il Sole 24 Ore riportava già nell’ottobre 2006,gli importi, in euro e al lordo, dei vertici delle forze dell’ordine e delle forze armate in Italia. Non è facile avere cifre aggiornate da allora, ma in ogni caso sono cifre significative di quello che è un fenomeno che è presente per tutte le qualifiche alte dell’amministrazione pubblica in Italia.
Vediamo: Capo della Polizia 650.000 - Comandante Generale Arma Carabinieri 380.000 -Comandante Generale Guardia di Finanza 390.000 -Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria 500.000 -Direttore Generale Corpo Forestale Stato 360.000 -Capo Stato Maggiore 380.000.
Queste cifre fanno il paio con le cifre, anche più alte, che riguardano dirigenti delle grandi imprese private e di quelle pubbliche. In questi giorni sono all’attenzione di tutti gli stipendi delle vedette della RAI. Sappiamo quello che succede nelle regioni e negli altri enti locali e nelle altre amministrazioni pubbliche.
L’introduzione dell’euro doveva servire anche a confrontare facilmente il costo di beni e servizi nei paesi europei, permettendo una più razionale valutazione di costi e benefici. In Italia evidentemente non si coglie quest’ utilità nel dibattito sulle cose dell’economia e soprattutto sui costi dell’amministrazione pubblica.
Altra considerazione: in questi anni vi è stata una crescita degli emolumenti per le qualifiche alte dell’amministrazione pubblica, così come avvenuto nel settore privato, a danno di tanti altri che hanno visto sempre più precarizzato il rapporto di lavoro e da un certo punto in poi gli stipendi. Il dibattito dunque dovrebbe sottolineare queste particolarità della modernità dei nostri tempi. Niente, di questo non si parla.
Dai giornali di aprile 2010 si legge: “Siamo pagati decisamente troppo per un lavoro che è anche vocazione e che avremmo svolto, se non gratis, certamente anche con emolumenti più bassi. E' questa la sostanza della lettera che sir Norman Bettison, il capo della polizia del West Yorkshire, uno dei massimi ufficiali degli agenti di Sua Maestà. Secondo cui il compenso di 213 mila sterline - circa 241 mila euro - con l'aggiunta dei relativi pacchetti pensionistici è troppo elevato.”
A quanto pare in questo Paese non si discute delle cose essenziali e non si utilizzano gli argomenti fondamentali per affrontare la realtà.
P.s. : per chi attende l’uomo della provvidenza alla guida del Governo, ovvero il gran commis Mario Draghi, si tenga presente che il Governatore di via Nazionale, Mario Draghi, percepisce circa 450 mila euro: il francese Noyer non supera i 142 mila, mentre il tedesco Weber raggiunge appena i 101 mila.
In ogni caso meno dei 750.000 di Ciampi. Con buona salute!

martedì 9 novembre 2010

La fabbrica dei debiti


"Tremonti ha esposto il quadro di riferimento che è molto stretto dal punto di vista finanziario. Le esigenze minime sono di 7 miliardi, la copertura al momento è di 5 miliardi".
E’ il 9 novembre e il Ministro del tesoro dà questi pochi numeri per dire che per pareggiare le richieste con le disponibilità occorrono 2 miliardi, da trovare in qualche modo o in qualche luogo. Il tutto tenendo comunque fermi i terribili numeri relativi al debito pubblico e gli interessi da pagare.
La guerra della finanziaria ancora una volta occuperà le ultime settimane dell’anno politico e d’incanto, come già ordinato da Napolitano e accettato da tutti i leaders dei partiti, tutte le polemiche e gli attriti di questi ultimi mesi si acquieteranno, se ne riparlerà a gennaio.
Lo scontro sul tema però ci sarà, perché un po’ ciascuno avrà da chiedere l’ulteriore mancia per i protetti, per il proprio comune, il centro studi, la fondazione, per i tanti rivoli in cui si diparte la spesa pubblica in Italia. Ovviamente oltre quello che già viene versato a milioni e miliardi per le diverse voci di spesa che compongono il bilancio in uscita.
All’inizio di questa crisi il Presidente della repubblica del Messico dispose la riduzione del dieci per cento del proprio stipendio, di quello dei ministri e dei dirigenti pubblici. Probabilmente, per caduta, il taglio avrà riguardato anche gli altri livelli (medio alti) del pubblico impiego in quel Paese.
In Italia oltre ai tagli lineari e ai blocchi contrattuali non abbiamo visto nulla che mostri effettiva capacità di sacrificio da parte delle classi dirigenti ( quella dell’area pubblica e di quella privata, non solo di quella politica).
Mentre crolla Pompei, si allaga il Veneto e Napoli viene coperta ancora una volta dalla spazzatura, tutti sono lì a chiedere il sostegno dello Stato. Ai voglia di parlare di federalismo, qui vogliono sempre lo Stato che paga e si indebita, nulla cambia.
Sarebbe bello se nella discussione pubblica si cominciasse a raffrontare le cose facendo nomi e cognomi, circostanze e scelte. Quanti sindaci chiedono i soldi dello Stato e non sanno rinunciare ad una “Notte bianca”? Quanti sindaci non sanno rinunciare alla Piedigrotta con Elton Jhon, mentre non fanno la raccolta differenziata? Quante regioni finanziano la “Fabbrica delle veline” mentre i trasporti pubblici sono da terzo mondo?
Quando realizzeremo che i due milioni di Faziofabio non sono più possibili per un’azienda che macina debiti giorno per giorno?
Bisognerebbe parlare in questi termini mettendo a confronto realtà che ormai sono notevolmente distanti ed ingiuste, ma non possiamo farlo perché qui molti precari sono in attesa dell’indennità di disoccupazione, del reddito di cittadinanza, del sussidio, cioè di quelle mance che servono a tenere buona la plebe.
Ieri Niki Vendola in televisione, da Faziofabio, ci addottorava sui sinonimi della parola “gay”. E questa sarebbe la sinistra estrema?......siamo davvero alla frutta!

domenica 7 novembre 2010

Condominio Italia

Dai giornali: “Firenze - Nessuna introduzione, nessuna relazione iniziale. La liturgia da Conferenza programmatica viene spazzata via dalla voce metallica che apre la serata: "Vi preghiamo di prendere posto e di lasciarlo dopo tre mandati. Di non aprire i finestrini perché qui non vogliamo correnti".
Nel giorno in cui a Pompei la “scuola dei gladiatori” implode su se stessa, la politica di sabato 6 novembre offre tanti raduni nazionali ove leader stagionati e nuovi rampolli dibattono di cosa và e cosa non và in questo Paese.
I segnali vanno interpretati come tali, ovvero come indicatori di quello che avviene e soprattutto di quello che può accadere o di quello che al momento non è ancora perfettamente evidente. Non è un esercizio strano, Umberto Eco ne ha fatto mestiere di questa capacità.
L’Italia è praticamente sull’orlo del baratro, che prima di essere economico, mette in pericolo la coesione nazionale e sociale. Le cause sono tante, sono antiche e più recenti, alcune sono proprie di questo Paese, altro viene da fuori.
Il dibattito politico di questi giorni non tocca le ragioni di questa crisi, riguarda un regolamento di conti tra oligarchi, appartenenti alla casta come è meglio dire, e non mette in evidenza i motivi di quello che non và. Chi ha ascoltato o letto degli interventi spiegati a Perugia, a Roma, a Firenze, tra Berlusconi, Fini, Bersani e Renzi ed altri, potrà capire perché questo Paese è nella condizione precaria in cui si trova. Quello che risulta grave nella politica italiana è l’assoluta incapacità di analisi della situazione. Il battibecco tra giovani e anziani, tra innovatori e riformatori nulla offre per capire il perché di una situazione così degradante.
Qui non si pretende che si abbia la capacità di offrire facili soluzioni, ma almeno che questi leader avessero la capacità di analizzare cause e ragioni di quello che non và.
La rivoluzione che ha attraversato l’Italia in questi ultimi anni ha riguardato tutta l’Europa e altre nazioni. Come è possibile discutere dei problemi di questo Paese senza riferirsi alle origini di questo percorso, a come lo si è affrontato, quali sono i risultati dell’importazione di modelli economici, sociali, organizzativi? Come è possibile discutere di precariato se non si relazione questo problema al modello economico che con tanto entusiasmo la classe politica Italiana ha importato, discutendo magari di chi ci guadagna e di chi ci perde?
Di tutto questo, e di tanto altro ancora, silenzio! Il vano rincorrersi tra riformatori, rottamatori, innovatori, ancora una volta potrà entusiasmare i neofiti della politica, ma non sarà di alcun aiuto per indicare prospettive di uscita da una situazione di crisi, grave e generale, che prende l’Italia e l’intera Europa.
Il buon Romano Prodi, diceva che le culture politiche di prima non servivano più e dunque bisognava fare il “Partito degli amministratori”. Sembra che il suo intento sia stato raggiunto. Quello che vediamo in opera è appunto una squallida assemblea condominiale in cui capetti giovani e anziani si imbeccano giorno dopo giorno, declamando su maggiori o minori capacità sulla manutenzione del viale o della fontana, ma incapaci di guardare oltre la soglia che dà sulla strada. Evidentemente, innovatori, riformatori , rottama tori e rottamati, sentono che sulle strade e nelle piazze non contano niente.

mercoledì 3 novembre 2010

Cavalieri libertini



La Nadia Macrì, protagonista del quotidiano scandalo giornalistico giudiziario che coinvolge il Cavaliere afferma”Quella sera c'era una grande festa a casa Berlusconi. C'erano persone famose, cantanti, imprenditori, avvocati, notai. Poi gli altri andavano via e solo noi ragazze ci alternavamo con il presidente".
Eugenio Scalfari nel suo articolo del 5 ottobre scrive”L'amore romantico non è scomparso ma è divenuto mobile. Sempre più raramente dura per tutta la vita. Si realizza nella fase iniziale dell'innamoramento, si trasforma dopo qualche tempo in affetto e poi in amicizia. Infine la coppia si scompone e si ricompone con altri soggetti e altri innamoramenti. Sono segmenti di amore romantico al posto della linea retta dell'amore ottocentesco. È a questo punto che l'amore verso l'amore riacquista peso e può - potrebbe - intrecciarsi alla solidarietà laica e alla «caritas» cristiana verso il prossimo, con uno spessore sociale in grado di soverchiare l'egoismo esasperato e l'amore egolatrico verso il proprio ombelico. Questa è la scommessa affidata al futuro: un mondo dove l'essere assume una curvatura erotica capace di avere la meglio sull'istinto del potere.”
A questo punto sarebbe facile dire che le cose combaciano, ovvero la cultura laica e libertina tanto caldeggiata dal vate Eugenio, viene praticamente vissuta, sia pure in forme boccaccesche, dal Berlusconi. Laddove i potenti raffinati, della stampa, della politica, delle comunicazioni e dello spettacolo, nascondono, celano, con parole d’ordine, magari come nel film di Kubrick, il Cavaliere rende tutto più facile, più semplice, scherzoso.
Tutto qui?! Cos’altro c’è?
Rimane sempre la convinzione che certo cinema e certi registi,non parlano a vanvera e loro rappresentazioni non sono altro che suggerimenti, tracce, sono delle aperture di finestre su mondi non conosciuti, ma che pure esistono. Il “politicamente corretto” non ammette che si parli di queste cose e dunque i grandi autori, sfidando il conformismo dilagante che caratterizza l’informazione, ci offrono delle letture significative, apparentemente fantasiose, di quello che non si vede, di quello che non si dice.
Dopo aver girato “Eyes wide shut” il regista Stanley Kubrick improvvisamente morì, forse aveva detto troppo.