sabato 23 febbraio 2013

Una parte significativa di elettorato comprende di non far parte della vasta area dei garantiti che, anche in parti avverse, si trascina dietro stanche distinzioni simbologiche senza appigli con la realtà (e nemmeno con la storia)



La Bce che, a pochi giorni dal voto, dà notizia (dati generalmente riservati) di possedere 103 miliardi di titoli pubblici italiani dimostra la dura realtà di questo Paese. 
Una campagna elettorale quanto mai priva di contenuti, a dimostrazione che ormai da anni le scelte di fondo vengono assunte altrove e non da noi, una campagna elettorale giocata sulle tasse piuttosto che sulle riduzioni di spesa. Bastava seguire qualche confronto politico per capire l’insignificanza della guerra delle tasse, tra chi le vuole abolire, chi le vuole moderare e chi le vuole applicare ai nemici e calmierare agli amici. Capita anche questo nello sconquassato sistema fiscale italiano, non solo ci si confronta con una alta tassazione, con privilegi e detrazioni ingiustificati, ma ormai le dichiarazioni dei redditi sono sempre meno caratterizzate dal principio di universalità. Ci si mette poi l’incapacità o meglio la non volontà da parte dei leader principali di comprendere che il confronto con l’Europa riprenderà dopo le elezioni proprio dalla necessaria riduzione della spesa pubblica, misura che a Bruxelles ritengono necessaria e che il governo Monti non ha attuato in maniera significativa.
Interessante vedere fisicamente qualche leader politico sobbalzare sulla sedia appena qualcuno dei giornalisti introduceva il tema dei tagli dei costi della politica e degli sprechi dell’apparato pubblico. C’è evidentemente un rifiuto naturale ad affrontare il tema e si trovano sempre scusanti ed impedimenti ad operare al riguardo.
Certo la storia viene da lontano e la percentuale del 52% di spesa pubblica che compone il PIL in Italia spiega tutte le dinamiche elettorali e politiche. E se non bastasse, c’è l’ha spiegato un candidato alle regionali, che puntualmente (come questa volta) ad ogni elezione per la quale si candida provvede subito a farsi assumere (con alta qualifica retributiva) da una cooperativa o dal suo partito. Con le leggi opportunamente varate negli ultimi decenni il gioco è fatto: lucra ad elezione avvenuta sui contributi elettorali da parte dell’ente nel quale svolge il ruolo amministrativo. E si comprende la difficoltà di parlare di riduzione della spesa pubblica.
Così, senza vedere affrontare questioni fondamentali per la crisi, come le regole del commercio internazionale, le politiche comunitarie, i vincoli di bilancio e dell’euro, la gente è stanca di pagare tasse o di sperare nella favole delle super tasse per i ricchi. Ormai molti non abboccano più, hanno compreso che è molto meglio togliersi di torno privilegi e megastipendi, sprechi, e mandarinati pubblici.
Questo ed altro alimenta il cosiddetto populismo, che spesso è saggezza popolare senza le infiocchettature e le raffinatezze dei circoli dell’Upper class. Una parte significativa di elettorato comprende di non far parte della vasta area dei garantiti che, anche in parti avverse, si trascina dietro stanche distinzioni simbologiche senza appigli con la realtà (e nemmeno con la storia).
Vedremo che effetto ci sarà.

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