Il fenomeno dei fuochi di materiali
contaminanti, degli sversamenti di rifiuti pericolosi e l’inquinamento ambientale
generale che ne deriva dà luogo a segnali di forte preoccupazione nella
Campania interna, quella un tempo nota come Campania Felix per il clima, la
vegetazione e soprattutto le coltivazioni varie ed abbondanti.
Che ci sia una particolarità in
negativo di questa area territoriale è controverso per alcuni, anche se i dati
raccolti da diversi osservatori sono invece significativi nel confermare la
criticità della situazione.
La mancata, tardiva o parziale
attuazione del progetto di disinquinamento del golfo di Napoli, varato in
occasione del colera del 1973 (!) non ha dato evidentemente i frutti sperati,
se i rilevi scientifici di oggi mostrano tracce evidenti di metalli pesanti e
di altri veleni nelle colture.
Così, un tardivo, combattuto, approntamento di
un piano efficace di smaltimento dei rifiuti fa si che vaste aree sono occupate
dalle note “eco balle” quali monumenti della ricchezza moderna e nel contempo non ci ha permesso di
approntare via via quei mezzi, pur necessari, per trasformare i residui dei
consumi e delle lavorazioni. Nel frattempo, altrove, il problema veniva risolto
con quello che la tecnologia man mano offriva, impiegando strumenti sempre più
innovativi. Perché così si fa. Piuttosto che attendere il meglio (che forse non
esiste) altri hanno utilizzato già diverse innovative tecnologie, rinnovandole
in tempo e con costi contenuti. Da noi si discute ancora di fare quello che per altri è già preistoria
tecnologica.
Chi invoca la tutela del territorio
non può limitarsi a declamare il pericolo senza tener conto dell’uso che del
territorio è stato fatto negli anni, nei decenni, quando si è pensato che il
progresso era nell’abbandono delle campagne, delle attività agricole, in favore
del cemento, che non è solo l’immobiliare residenziale, ma le aree industriali,
artigianali, senza limiti e senza veri sbocchi di mercato. Ed ancora: le aree
commerciali, i supermercati che hanno prodotto il deserto sociale ed economico
nei comuni. In un tale contesto non poteva mancare l’occasione per i più furbi
e più criminali di associarsi all’impresa e dunque affossare sotto le strade,
le rotatorie (vanno di moda) e dei piazzali per parcheggi materiali inquinanti
e pericolosi. Il progresso produce le sue scorie, in tutti sensi.
Lo “Spazzatour” dei
parlamentari 5 stelle ha evidenziato sul piano politico il problema ambientale
presente in Campania e pare si sia concluso con il proposito di legiferare nel
senso della estensione dell’applicabilità dei reati di mafia anche nelle
ipotesi di reati ambientali.
Il problema, come si dice, è
complesso e si potrebbe invece suggerire uno strumento legislativo altrettanto
efficace e collaudato ovvero applicare, con gli opportuni adattamenti, quanto
previsto dalla normativa a tutela delle aree boschive (legge21 novembre 2000, n. 353).
Occorre evitare che le aree oggi individuate come siti
a rischio o non più adatte a coltivazioni, costituiscano occasione per
ridefinizioni urbanistiche, prevedendo usi e destinazioni diverse. Sarebbe un
rimedio peggiore del male e forse obiettivo concreto di azioni di inquinamento.
Occorre chiarire che i suoli collegati a operazioni di
inquinamento non potranno essere usati per lungo tempo da qualsiasi forma di
trasformazione edilizia, nemmeno pubblica o di utilità pubblica, potendo essere
utilizzati per coltivazioni boschive o florovivaistiche.
Un’iniziativa in tal senso potrebbe essere assunta
anche dalla Regione, attesa la competenza in materia e l’urgenza avvertita da
tutti di dare risposte e strumenti per affrontare il disastro evidente.
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