venerdì 11 febbraio 2011

Lazzari



Le celebrazioni sono anche un momento per ripensare i fatti e le scelte a suo tempo compiute. Quelle per l’Unità d’Italia (dal 1861) sollecitano un problema che anche in questi anni ed addirittura in questi giorni è sempre stato presente nella storia di questo Paese, tra i meno esplorati o forse sottovalutato, trattandosi di panni sporchi, da non mostrare nelle vetrine ufficiali.
Mai si è voluto fare i conti con gli esiti di quella che tecnicamente fu una guerra di occupazione, ovvero l’occupazione del meridione e del centro Italia, allora autonomi stati rispetto a quello del regno del Piemonte.
Occorre subito dire che l’anelito all’Unità d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, veniva da lontano, era diffuso, e dunque, sia pure avvenuta in maniera controversa, la sua realizzazione non può essere messa in discussione.
Nacque però immediatamente una “Questione meridionale”, dovuta all’approccio totalmente diverso rispetto al sistema precedente nell’organizzazione sociale ed economica delle nuove terre conquistate: la leva obbligatoria per famiglie di contadini, assolutamente difficile da sopportare; la privatizzazione delle terre demaniali, sulle quali i contadini trovavano sostentamento con una regolazione civica secolare; lo spossessamento di beni della Chiesa che pure davano conforto a strati poveri delle aree interne.
Mentre si compiva una feroce repressione, con un esercito di 120 mila soldati e con l’innesco di una vera e propria guerra civile, con migliaia e migliaia di arresti e fucilazioni, per sfuggire alle severe leggi di guerra e alle angherie della borghesia meridionale, delle imprese settentrionali (ed estere) che ammassavano le nuove ricchezze, milioni di meridionali facevano le valigie e partivano “per terre assai luntane” imbarcandosi sui “bastimenti”, come recita una famosa canzone napoletana.
Mai si è parlato approfonditamente di questi effetti e delle cause che le produssero. Molto si ritrova in racconti popolari, romanzi e soprattutto nelle canzoni d’epoca.
Non fu questo un fenomeno circoscritto ad anni particolari, ha avuto seguito nei decenni del ‘900 e con sé reca una ulteriore Questione che ancora si strascina in questo Paese e che riguarda la possibilità, necessità, l’opportunità, di rappresentanza politica dei cosiddetti “Lazzari”. La storiografia ufficiale, il cinema, la cultura diffusa hanno sempre rappresentato quei fenomeni, di ribellione e poi di abbandono, come espressione di un mondo arretrato, di cafoni, di “africani del Meridione”, di “Lazzari”, come si sentiva dire anche da esponenti autorevoli della cultura e della politica.
In Italia questo problema c’è e riemerge periodicamente ad ogni passaggio della vicenda sociale e politica.
Chi e come rappresentare ceti poveri economicamente o culturalmente è una questione che si trascina dalla fondazione dello stato italiano. Se caliamo un velo su quello che è stato il fascismo, possiamo dire che la Questione si è posta nel dopoguerra ed è stata affrontata con notevoli energie da parte dei partiti di massa, partiti sicuramente dotati, al di là di strategie ed obiettivi particolari, di culture sicuramente “popolari” e si può dire che al netto di ogni nefandezza che reca con sé l’azione politica di ogni tempo e colore, lo sforzo in quel senso è stato visibile.
Con lo sfascio della “I Repubblica” la Questione emerge in tutta la sua enorme evidenza perché non sembra che i partiti come oggi strutturati, in balia come sono di star del momento, possano essere luoghi di rappresentanza dei veri interessi dei ceti popolari di questo Paese.
Quando partiti ed organizzazioni politiche mutano la loro ragione sociale in funzione degli interessi della parte ricca, evoluta, di questo Paese e finiscono per essere il riferimento della “Upper class” raffinata, colta che ha a cuore i cosiddetti “diritti individuali” e che si pone l’obiettivo di sanzionare i “comportamenti”, vuol dire che poco spazio rimane, sostanzialmente, per i tanti che affrontano le difficoltà materiali della vita, di quelli che al contrario sono esposti alle incertezze del tempo, del Mercato e della Globalizzazione.
La storia si ripete, ancora oggi c’è chi non vuole dare rappresentanza ai ceti popolari: sono minoranze organizzate della cultura, dell’economia, dell’informazione, che si ergono come giudici supremi a dispetto delle regole della democrazia.
Il fascismo cadde per un voto contrario a Mussolini ad opera del Gran consiglio, qui gli intellettuali con la erre moscia vogliono il cambio di regime con la sommossa popolare, come fossimo in Egitto. Lì però la sommossa è nata per il rincaro del pane, qui dovrebbe nascere perché ai nostri raffinati intellettuali dispiacciono certi “comportamenti”.
Se la lettura dei fatti è esatta dispiace prendere atto che il Cavaliere riesce, ancora oggi e nonostante tutto, ad essere riferimento per gli interessi popolari diffusi, quegli interessi che le minoranze colte ed organizzate di questo Paese non vogliono che siano rappresentati.

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